Quel 16 maggio del 1976
“Non si ricordano i giorni,si ricordano gli attimi”
Cesare Pavese
L’eternità terrena è un desiderio sfiorato dalle menti più ribelli, non ancora assopite dal tempo che passa inesorabile e che ti dice come ad un certo punto sia finita. Ogni grande bellezza finisce, ma non per sfinimento ma perché sfiorisce per far posto ad altri fiori, ad altri colori, ad altri profumi. “Nel tempo di un sogno è racchiusa la nostra breve vita”, l’ispirazione di William Shakespeare ti entra dentro e macina ricordi, e tutto diviene risacca e controcorrente. Quando, infante, il 16 maggio del 1976 mi svegliai dal torpore del sonno e dall’incanto dei miei sogni ancora non sapevo che quello sarebbe stato uno dei giorni più belli della mia vita. Ci speravo, ma non lo sapevo. Erano passati ventisette anni dal Grande Torino, e mi sembravano tanti quegli anni. E’ proprio vero: quando si è ragazzi non si ha proprio la dimensione del tempo, se ne ha una percezione distorta: tutto appare troppo lungo e dilatato, davvero dilatato. Perugia-Juventus e Torino-Cesena sono un’ultima curva pericolosa, di quelle che possono scannare qualsiasi progetto di felicità. E poi, lontano anni luce da Torino, per tutto il campionato il mantra sui giornali e su quel poco di tv sportiva in onda era stato sempre lo stesso: Gigi Radice ha detto che non è questo l’anno buono per vincere lo scudetto, bensì il prossimo. Le previsioni sono fatte per essere smentite o tradite, ma questo lo avrei capito molti anni più tardi, per cui, allevato da “Tuttosport” a non farmi troppe speranze sul Toro quando la contendente è la Juventus, la ragione mi diceva che in fondo un secondo posto non era poi così male. No, non era pessimismo, bensì realismo del tipo di Ettore che aspetta Achille davanti le “Porte Scee” per sfidarlo: in cuor suo sa che non ha scampo, ma non può fare a meno di essere lì a provarci. Al calcio devi dare qualcosa da mettere in rima epica, se vuoi che il realismo diventi meno cinico e ti dia una chance, ed io ero veramente troppo piccolo per capire se questo qualcosa era stato dato. Però l’intuito picchiettava sulla mia ragione in modo ossessivo, e provava a contrariarmi in ogni modo: “guarda che stavolta potete farcela”. Dicevo della lunghezza dei ventisette anni quando sei bambino, ma in realtà vivevo un presente circondato da chi il Grande Torino lo aveva visto o ne aveva sentito parlare appena ieri. Il refolo del dolore di quella perdita improvvisa in certi momenti diventava burrasca, e a quel punto i cuori battevano il punto sull’ingovernabilità.
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I quarantenni e in cinquantenni del 1976, erano adulti che ricordavano e portavano il dolore dentro. E non erano unicamente i tifosi del Toro. Ad un certo punto, quando si afferrò che il Toro forse poteva compiere l’impresa di sorpassare la Juventus, tutti dalle mie parti si misero a tifare per lui. Non era un “anti juventinità” di maniera, cosa molto consolidata tra interisti e milanisti, era che quel dolore di Superga rimandava ancora al dolore di un Paese intero, era amore per il Toro a prescindere dal tifo; tutti volevano qualcosa che fosse in grado di sanare quella ferita scolpita sul costone di Superga. Si trattava ovviamente di una illusione, niente poteva e potrà mai mitigare quell’immane tragedia, ma gli italiani tutti volevano bene al Toro e sinceramente auspicavano che noi Granata tornassimo a provare l’ebbrezza della gioia. Stiamo parlando di un’altra Italia, di altre generazioni, di altri principi: i bambini di quel periodo, oggi diventati adulti e quasi attempati, sanno. Il completo Granata di quel campionato era bello, dava l’idea che non si sarebbe lesinato sangue versato e onore pur di tornare a mettersi il tricolore sulla maglia. I “Ragazzi del 76” si sentivano forti, perché erano forti, anche loro un momento di bellezza irripetibile analogamente ai ragazzi capitanti da Valentino Mazzola; erano eredi di gloria e di dolore, e non dovevano convivere solo con Superga, vivo era ancora il ricordo della tragica e improvvisa scomparsa di Gigi Meroni. Tutto è improvviso nella storia del Toro, fatta di “scollinamenti” che non ti fanno vedere cosa ci sia oltre la consueta salita, è il fascino risiede proprio nel fatto che dalle sue parti non c’è mai nessun destino scritto. Nemmeno in quel 16 maggio c’era, e l’inquietudine montava. Però c’era il sole, me lo ricordo bene come fosse oggi: sì, c’era. C’era anche la percezione che l’Italia stava cambiando, gli anni 80 si profilavano all’orizzonte e le lotte operaie avevano perso molto del loro slancio. Si era in buona sostanza alla fine di un’epoca, ma quando ciò lo stai vivendo non è che poi te ne renda davvero conto. Il tempo ancora trascorre come tutto è trascorso negli ultimi dieci anni, però la Fiat si era suddivisa in 11 società trasformandola in una holding, tutto prodromo funesto di una produzione che si sposterà progressivamente all’estero fino, ai nostri giorni, alla perdita della nazionalità italiana di quella che fu “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. Ma in quel momento ancora la catena di montaggio giocava il ruolo di essere antagonista, quell’altra metà del cielo rispetto ai “colletti bianchi” dall’aura bianconera. Non era solo calcio nel 900, non era mai solo calcio. Il sociale era il gioco, e il gioco era il sociale, niente come questo straordinario sport ha saputo incarnare perfettamente il secolo scorso, sin dal suo inizio. Chi non ha vissuto quel tempo non può davvero capire, il calcio di oggi non ne è nemmeno un pallido ricordo, e i giocatori sono oggi al dunque estraniati dalla differenza tra bianconero e Granata, considerato quanto anche Torino sia diventata altro da sé, forse ancora alla ricerca di una nuova identità.
Sono complicate le storie di calcio, o almeno lo erano, perché non è esclusivamente un problema di chi vince e di chi perde, bensì è una questione di lotta e di sudore; il tutto svolto nell’alveo della memoria. Nessun altro sport aveva questo. Ma queste sono considerazioni del dopo, io quel 16 maggio non ne avevo minimamente contezza, non avevo proprio idea di stare vivendo, seppur da infante, un’epoca al tramonto. Gli adulti e gli anziani di color Granata erano ventisette anni che stavano aspettando una giornata simile, mai era stato così vicino il traguardo, e quel Cesena era forte. Aveva agguantato per la prima volta nella sua storia una qualificazione ad una coppa europea, ed avrebbe giocato con l’idea di far vedere di non esserci riuscito per caso. Infatti strapperà un pareggio al “Comunale” con un’autorete incredibile di Roberto Mozzini, che avrà la capacità di rendere un po’ indigesto quel pomeriggio di gloria a Gigi Radice. “Abbi cura dei tuoi ricordi perché non puoi viverli di nuovo”, canta Bob Dylan, e anche questo è un concetto compreso appieno lungo tutti i giorni vissuti lungo questi cinquant’anni, dove ho visto tutto trasformarsi senza pietà per i sentimenti. Il nuovo millennio si è portato via il mio Toro, che ovviamente non era solo mio ma di tutti coloro determinati a vivere il mondo dalla prospettiva comunitaria e identitaria. Il Toro era internazionale ma non globale, era il cortile sotto casa dove potevi trovare una infinità di cose buone. Quel 16 maggio è stato necessario per farci resistere ancora oggi, per non disperderci nei nostri sentimenti che vanno avanti sin da quei giorni leggendari della seconda metà degli anni quaranta. Claudio Sala e compagni hanno gettato un ponte tra il ricordo e il presente, un ponte che ancora resiste. Non ci sarà mai sufficiente gratitudine per questo, soprattutto per come lo hanno fatto: vincere un campionato recuperando sulla Juventus è roba da “Valhalla” Granata. Ventisette anni possono essere lunghi o brevi, come detto, ma quel giorno ancora non sapevo di quanta strada di attesa, ancora in corso, sarebbe stata fatta la mia vita. Erano da poco passate “las cinco en punto de la tarde”, e camminavo lungo una “main street” per ritornare a casa. No, non avevo voluto seguire Torino-Cesena alla radio, il mio cuore non avrebbe retto: “meglio sapere tutto a cose fatte”, mi ero detto. La strada era profonda come i miei pensieri e praticamente deserta, tutto pareva una “ghost town” di alcuni film ambientanti nel west americano. Vidi, ad un certo punto, un puntino veloce venire verso di me: era un mio amico intento a pedalare su una bici dall’architrave antico. Quando mi vide si sbracciò come un ossesso e urlò a squarciagola: “Carmelo! Ma hai saputo? Siete campioni d’Italia”! Secondo Sigmund Freud “la limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio”, e ricordando ogni volta quel momento, godimento e pregio sono le sensazioni a ritornare. Fu bellissimo, tanto da far ritenere molte altre cose vissute unicamente accadimenti per fare volume. E poi dicono sia solo calcio…
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CARMELO PENNISI
Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.
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