Toro News Interviste 100 di Fila. Luigi, figlio di Sergio Vatta: “I suoi ragazzi sono miei fratelli”

100 di Fila. Luigi, figlio di Sergio Vatta: “I suoi ragazzi sono miei fratelli”

Matteo Curreri
100 di Fila / A chiudere lo speciale per il centenario, il racconto del figlio dello storico allenatore delle giovanili granata

Il nostro viaggio lungo cent'anni di Filadelfia si chiude con il ricordo di uno degli uomini che più hanno contribuito a scriverne la storia: Sergio Vatta. Per quasi quindici anni alla guida del settore giovanile granata, ha cresciuto generazioni di calciatori, lasciando un segno che è andato ben oltre il campo. A raccontarcelo è il figlio Luigi, oggi avvocato, che ci accompagna alla scoperta del padre, dell'allenatore e di un mondo che ha conosciuto da vicino.

Luigi, vorrei partire da un Sergio Vatta più inedito. Che padre era tra le mura domestiche?

“Sergio Vatta, quello pubblico, era conosciuto come una persona di forte carattere, che sapeva decisamente imporsi. Alcune sue arrabbiature erano storiche all'interno delle mura del Fila. Chi lo frequentava era abituato a sentire certe sfuriate, sempre con l'obiettivo del bene dei ragazzi. Però il papà Sergio era molto diverso. Tra le mura domestiche era molto più tenero, anche perché io ero un figlio, non un calciatore a cui smussare gli angoli o con cui prendersela per questioni tecniche o comportamentali. Era molto affettuoso, si faceva rispettare senza alzare particolarmente la voce o con altri gesti di prevaricazione. Era un papà con cui si poteva parlare e che parlava tanto a casa. Siamo sempre stati una famiglia che parlava molto, questo è il mio ricordo principale”.

C'è un episodio che racconta questo suo lato più affettuoso?

“Più che un gesto, c'è una cosa molto significativa. Mio padre era uno scopritore e allevatore di talenti, ma io non ero dotato per il pallone e non ho mai patito questa cosa, perché non me l'ha mai fatta pesare in alcuna maniera. Era del tutto naturale che io rimanessi estraneo a quello che era il suo mondo. Ho vissuto il calcio come un divertimento e qualcosa di contorno nella mia vita, nonostante per lui rappresentasse la professione e la passione di una vita. Questo secondo me è molto significativo”.

Non era deluso dal fatto che suo figlio non avesse seguito le sue orme?

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“Assolutamente no. A me è sempre piaciuto giocare, ma come divertimento. Quando è diventato evidente che non avevo il talento necessario, non è stato un dramma. Papà non aveva quel tipo di aspettativa nei miei confronti. Ci teneva che andassi bene a scuola e che fossi una persona perbene, educata. Mi ha cresciuto come uomo, questo senz'altro. Come calciatore non abbiamo investito tempo su questo aspetto, posso dirlo con certezza e senza alcun rammarico”.

Quali passioni condividevate al di fuori del calcio?

“A me piaceva tantissimo leggere, è una passione che coltivo fin da piccolo e che ho mantenuto. Seguivo il suo lavoro ed ero tifosissimo del Toro. Sono cresciuto negli anni Ottanta e ho vissuto pienamente l'epopea di quel Torino, di quel Filadelfia e di quel settore giovanile che era il numero uno in Italia e tra i primi in Europa. L'ho vissuta sulla pelle, con il cuore, da tifoso del Toro e soprattutto da primo tifoso di mio papà, che per me era un eroe. Ma condividevamo anche la passione per il sapere. L'unico rimpianto di mio padre era di non aver potuto studiare. Aveva preso la terza media, aveva trascorso dodici anni in un campo profughi e poi aveva cominciato a lavorare come operaio. Il calcio è stato la sua occasione di riscatto. Era però una persona intellettualmente molto curiosa, interessata alla storia, alla letteratura. Era un grande lettore e si era formato da solo. A casa ne parlavamo molto, anche con mia madre. Questa passione per il sapere è stata una delle stelle polari della mia vita”.

Questa curiosità influenzava anche il suo modo di lavorare?

“Assolutamente. Si documentava continuamente sugli aspetti tecnici del calcio, sulla preparazione atletica e sulla psicologia. Uno dei nostri più cari amici di famiglia era il dottor Vincenzo Brunelli, neuropsichiatra e psicologo. Papà è stato uno dei primi a portare lo psicologo all'interno dello staff di una squadra di calcio. È una cosa che ricordo molto bene, perché Brunelli ha fatto parte delle nostre vite. C'era un confronto continuo sull'aspetto psicologico, sulla ricerca dell'uomo oltre che del calciatore”.

Suo padre viene ricordato come un innovatore. Che cosa aveva di così diverso rispetto agli allenatori della sua epoca?

“Recentemente ho sentito Ezio Rossi, che è stato uno dei suoi primi allievi, definirlo avveniristico. Mi è piaciuta molto questa definizione. Oggi ricordiamo papà come un uomo che appartiene alla storia, al nostro passato granata, ma per quei tempi aveva portato grandi innovazioni. D'altronde la storia del Torino, a partire dai Balon Boys, è stata una tradizione all'insegna dell'innovazione. Anche la costruzione del Filadelfia rappresentava un segno di modernità. Papà si avvaleva di persone come Brunelli e il professor Giuseppe Trucchi, direttore tecnico dell'ISEF negli anni Ottanta, un luminare della preparazione atletica. Erano soltanto due esempi, ma l'obiettivo era sempre quello di ricercare, innovare e andare avanti. Portare la psicologia nel calcio, che all'epoca era un mondo molto restio a certe novità, significava superare delle resistenze. Molti storcevano il naso, ma lui era un uomo veramente aperto”.

Luigi Vatta: “Papà non era orgoglioso dei trofei vinti, ma della crescita dei ragazzi”

Molti dei suoi ex giocatori lo ricordano come un secondo padre. Lei come viveva questo rapporto?

“Dovrei dire che i suoi ragazzi sono miei fratelli. E in parte è proprio così. Io sono testimone di una cosa: papà continuava a seguire tutti i ragazzi che aveva allenato. Il lunedì era un rito. Comprava il giornale e controllava i tabellini delle partite della domenica, dalla Serie A alla Serie C. Guardava chi aveva giocato, le presenze, seguiva tutti. Non era orgoglioso dei trofei vinti, ma della crescita di quei ragazzi. Naturalmente c'era l'aspetto professionale, ma soprattutto quello umano. Diceva che dovevamo far crescere dei calciatori, ma che non sarebbe servito a niente se non avessimo fatto crescere degli uomini. Non tutti potevano arrivare ad alti livelli, eppure si lavorava per tutti. Il passaggio al Filadelfia doveva essere un momento di crescita anche per chi non sarebbe diventato professionista. Per questo non mi stupisce che lo ricordino come un secondo padre. Era severo, si faceva sentire, ma i ragazzi percepivano che lo faceva per il loro bene. Quando mi capita di incontrare i suoi ex giocatori, ricordiamo sorridendo anche le sue arrabbiature, perché facevano parte di quel percorso”.

A proposito di arrabbiature, ricorda qualche episodio particolare?

“Mi viene in mente un episodio che racconta sempre Silvano Benedetti. Durante un derby Primavera commise un errore difensivo, credo che avessero preso gol per quello. Benedetti voleva rimediare a tutti i costi e continuava a spingersi in avanti. Mio padre dalla panchina gli urlava di stare indietro, di non avanzare. A un certo punto, forse su un calcio d'angolo, Benedetti segnò. E mio papà dalla panchina: 'L'avevo detto io, bravo!'. È un episodio che racconta bene anche l'autoironia di questi personaggi. Il Filadelfia era una fucina non soltanto di grandi calciatori, ma di uomini incredibili. Sono storie da grande romanzo, il romanzo del secolo potremmo chiamarlo. Loro lo hanno scritto con i fatti, metterlo su carta potrebbe diventare un'opera gigantesca”.

“Il Filadelfia era un posto nel quale Gino Rossetti stava appoggiato alla rete”

Quali sono stati i personaggi più importanti accanto a suo padre negli anni del Filadelfia?

“Il fulcro della sua esperienza sono stati gli anni Ottanta. Ricordo l'avvocato Sergio Cozzolino, che era alla guida del settore giovanile, un personaggio epico, e le persone della segreteria, come Zambruni. Ma non c'erano soltanto i dirigenti. Ricordo gli storici custodi, Mario Lorenzelli e la sua famiglia, che vivevano lì, poi la signora Carla, arrivata successivamente. C'era Franca Zoso, una delle donne che lavoravano al magazzino. Sono figure fondamentali, anche se facendo dei nomi si rischia sempre di dimenticare qualcuno. Vorrei però ricordare soprattutto due persone che sono state molto importanti per la formazione di mio padre: Giacinto Ellena e Mario Sperone”.

Che cosa rappresentavano per lui?

“Giacinto Ellena è stato il suo padre professionale, il maestro che gli ha insegnato il mestiere. Insieme a lui c'era Mario Sperone, che era stato allenatore del Grande Torino prima di Egri Erbstein. Attraverso di loro papà ha assorbito tutta la magia del Filadelfia e la storia granata. Non soltanto quella del Grande Torino, ma anche quella precedente, degli anni Trenta e del primo scudetto. Con Ellena questi racconti erano il pane quotidiano delle loro conversazioni. È così che si è formato una cultura calcistica e, nello specifico, una cultura del Torino”.

C'è un altro personaggio che suo padre ricordava con particolare affetto?

“Gino Rossetti, il grande bomber degli anni Venti. Papà lo aveva conosciuto al Filadelfia, dove andava a vedere gli allenamenti come una persona qualunque, in mezzo agli altri tifosi. Un giorno mio padre gli disse: 'Gino, tu sei un mito del Toro, vieni dentro'. Lo invitò a entrare e fecero amicizia. Il Filadelfia era un posto nel quale uno come Gino Rossetti poteva stare appoggiato alla rete, insieme ai tifosi, a guardare gli allenamenti dei ragazzi. Credo che già solo questo faccia capire quale magia ci fosse in quel luogo. Mi vengono i brividi a pensarci”.

Quali insegnamenti aveva ricevuto da Ellena e Sperone?

“Oltre agli aneddoti sul Grande Torino e sulle caratteristiche tecniche dei suoi giocatori, avevano insegnato a papà che cosa osservare in un calciatore. Ho sentito spesso raccontare che lui non aveva bisogno di guardare il numero di maglia o di riconoscere un ragazzo dai capelli. Lo riconosceva dalla corsa, dal gesto tecnico, dal modo di muoversi. Erano cose che aveva imparato soprattutto da Ellena. Quando andavi a vedere una partita non contava soltanto se un ragazzo giocava bene o male, dovevi osservare determinati particolari. I trucchi del mestiere li aveva imparati così, parlando, confrontandosi e andando a vedere le partite. Papà non faceva soltanto l'allenatore della Primavera. Il fine settimana c'era la partita, ma durante gli altri giorni andava a vedere incontri di Serie C, Serie B, partite giovanili, ovunque potesse trovare qualcosa di interessante. Diceva sempre: 'Non si può fare questo lavoro senza sporcarsi le scarpe nel fango'. Credo che questa frase descriva bene il suo modo di lavorare”.

Con tutti questi impegni riusciva comunque a essere presente nella sua vita?

“Sì, e ho un ricordo molto dolce. Quando tornava dalle trasferte mi portava sempre un giochino, magari comprato all'autogrill durante una sosta del pullman. E a casa trovava dei festoni, tutti granata, che preparavamo per celebrare le vittorie oppure, quando le cose andavano male, semplicemente per dirgli grazie lo stesso. È uno dei ricordi più belli della mia infanzia. Qualche pupazzetto del Toro ce l'ho ancora oggi”.

Quali sono invece i suoi primi ricordi personali del Filadelfia?

“Ero molto piccolo quando mio padre cominciò a lavorare lì. Ricordo che mi aveva comprato una maglia del Toro e mi aveva portato sul campo grande, quello dove aveva giocato il Grande Torino. Ho ancora delle fotografie di allora. Noi abitavamo in via Spano e le partite della Primavera le vedevo anche dal terrazzo di casa. Sono cose che sembrano appartenere a un'altra epoca, e in effetti è proprio così. Ricordo anche un pallone bianco e azzurro, con i colori dell'Argentina, autografato da Patricio Hernández. Ce l'ho ancora a casa. Sono ricordi vaghi, perché ero molto piccolo, ma sono tra i più antichi che conservo”.

Qual è l'immagine di suo padre al Filadelfia che le è rimasta più impressa?

“Lo rivedo soprattutto nella prima metà degli anni Ottanta, con il suo immancabile impermeabile o cappotto, a seconda della stagione, e una sorta di coppola scozzese in testa. Si alzava dalla panchina, lanciava un urlo e poi si risedeva, magari ridendo con il massaggiatore o con l'accompagnatore. Anche i suoi collaboratori erano personaggi memorabili. Ricordo il dottor Franco Siracusa e il massaggiatore Bruno Siracusa, che non erano parenti, anche se scherzavano molto su questa coincidenza. Erano due mattacchioni incredibili, organizzavano scherzi e nei ritiri c'era una grande goliardia. Sono cose che mi fanno molta nostalgia, anche se alcune le ho vissute soprattutto attraverso i racconti di papà”.

Luigi Vatta: “I giocatori appartenevano alla gente e la gente apparteneva a loro”

Da bambino aveva già la consapevolezza che il Filadelfia non fosse un campo come gli altri?

“Non potevi non capirlo. Mio padre, anche senza volerlo, mi aveva trasmesso questa consapevolezza. Quando si dice che il Toro era una cosa diversa e unica, non è retorica. A me non piacciono le frasi fatte, ma era veramente così e c'era un motivo. Sul Filadelfia aleggiava il mito degli Invincibili, di Superga, e già questo bastava a rendere quella società qualcosa di unico. Ma poi c'era lo stadio sempre aperto, con i tifosi che non erano degli estranei: erano la famiglia del Toro. Papà li chiamava 'i miei vecchietti'. Si fermava a parlare con loro e lo stesso facevano i ragazzi e i giocatori della prima squadra. Calciatori come Junior e Dossena, già famosi e affermati, si confrontavano con persone che avevano visto il Grande Torino. I vecchietti facevano paragoni, raccontavano episodi e ricordavano a chi indossava quella maglia in quale luogo si trovasse”.

Che cosa rendeva così speciale quel rapporto?

“Nessuno di quelli che sono passati al Filadelfia in quegli anni potrebbe dire di essere stato in un posto qualunque, in una società qualunque. Quella specificità era palpabile. È difficile raccontarla a parole, perché come si racconta un sentimento? Si possono descrivere il battito accelerato del cuore o il rossore, ma non basta per spiegare che cosa significasse vivere in quel clima. Era tutto vicino, i giocatori non erano lontani dalla gente. Appartenevano alla gente e la gente apparteneva a loro. Era un rapporto vero, una famiglia. Qualcosa di grande e probabilmente irripetibile, perché i tempi, le circostanze e gli uomini cambiano. È un peccato che si sia interrotto quel filo granata che legava le generazioni”.

Suo padre raccontava di essere entrato per la prima volta al Filadelfia quasi in punta di piedi. Le parlava di quel momento?

“Sì, perché sognava di arrivare al Torino. Quando aveva cominciato a fare l'osservatore con Ellena, diceva a mia mamma che un giorno avrebbe calcato quel campo. Sembrava un sogno lontano, perché all'epoca allenava squadre piemontesi nelle categorie inferiori. Poi quel sogno si è realizzato. Ma c'era sempre quell'aura magnifica. Nel suo libro aveva ricordato ai ragazzi che da quel muretto Valentino Mazzola li guardava. Era una presenza simbolica, ma tangibile. Respiravi la presenza anche di chi non c'era più, era impossibile ignorarla. Bisognava sempre rendersi conto di dove ci si trovava. Negli spogliatoi utilizzavano ancora la scarpiera del Grande Torino, quella che oggi è al museo. Capisce che un legame del genere lo poteva sentire anche un calciatore arrivato da fuori”.

Valeva anche per i giocatori che non erano cresciuti nel settore giovanile?

“Certamente. Penso a Junior, che arrivava dal Brasile. Era un grande uomo, molto intelligente, con una grande empatia. Capì subito dove si trovava e diventò un piemontese ultrà granata. Questo era il Filadelfia. Papà e Junior si conoscevano molto bene e si volevano veramente bene”.

I tifosi potevano parlare liberamente con gli allenatori e i calciatori anche durante gli allenamenti?

“Sì, era uno scambio continuo. A volte erano anche critici, ma bisognava accettarlo. Mi ricorda l'atmosfera di un film, con un certo romanticismo. Anche la conflittualità faceva parte dell'essere una famiglia, nella quale ci si può parlare, scontrare ed esprimere opinioni diverse. Nessuno si sentiva esentato dal dover rendere conto alla gente. Papà ascoltava sempre i tifosi con rispetto, perché il rispetto era reciproco. Non ricordo che si sia mai arrabbiato per una critica ricevuta dalla rete. Era un dialogo vero”.

Ricorda qualche episodio in cui il clima si fece particolarmente acceso?

“Ricordo che durante una partita della Primavera contro il Milan gli ospiti dovettero andare via in fretta e furia perché il pubblico era inferocito, credo per alcune decisioni arbitrali. Anche i derby potevano essere molto accesi. Era un ambiente nel quale la gente partecipava davvero, anche emotivamente, a quello che succedeva in campo”.

Suo padre provava più soddisfazione nel vedere un ragazzo arrivare in Serie A oppure nel vederlo diventare un uomo?

“Entrambe le cose, naturalmente. Quando fai l'allenatore guardi anche ai risultati sportivi e quelli che papà ha ottenuto sono stati importanti. Però non tutti i ragazzi avevano le qualità per diventare professionisti, e con loro bisognava lavorare soprattutto sull'aspetto umano, perché quell'esperienza fosse comunque un momento di crescita. Diventare un calciatore non è indispensabile nella vita, mentre diventare un uomo come si deve sì. Questo era sicuramente l'aspetto principale. I risultati sportivi si possono misurare con i numeri, mentre la crescita di una persona è molto più difficile da quantificare”.

"Quel filo granata che legava le generazioni è stato tagliato”

Come visse suo padre il declino e poi l'abbattimento del vecchio Filadelfia?

“Male, perché quella era la nostra casa, per tutte le ragioni che ci siamo detti e per tante altre che non abbiamo nemmeno il tempo di raccontare. Non avrebbero mai dovuto permetterne l'abbattimento. È stato un errore. Bisognava fare di tutto per impedirlo, anche per il suo valore architettonico e storico. Era l'unico esempio di stadio liberty in Italia e rappresentava un patrimonio anche per la città di Torino. Mi rendo conto che un intervento di recupero avrebbe richiesto fondi ingenti, ma sarebbe stata una spesa che valeva la pena affrontare. Lasciar andare giù una struttura del genere è stato un delitto, non ho paura di dirlo. Papà era presente all'inaugurazione del nuovo Filadelfia nel 2017 ed era felice che fosse stato ricostruito, perché andava ricostruito. Però mi dispiace che oggi non appartenga più alla gente”.

Ha parlato di un filo granata che legava le generazioni. Che cosa ne è rimasto nel Torino di oggi?

“Non ho tutti gli strumenti per giudicare, perché seguo da lontano la situazione attuale. Negli ultimi anni sono stati richiamati alcuni ragazzi cresciuti al Filadelfia per allenare le giovanili e quello è stato un bel segnale. Però mi sembra che ci sia stata una cesura, che quel filo granata sia stato tagliato. Lo si percepisce anche dalle dichiarazioni pubbliche dei giocatori di oggi: mi sembra che siamo molto lontani da quel senso di appartenenza di cui abbiamo parlato. È inutile nasconderlo”.

Il ritorno del Museo del Grande Torino accanto al Filadelfia può aiutare a recuperare quel senso di appartenenza?

“Era ora, perché sembra che finalmente si farà. Sicuramente può aiutare, ma da solo non basta. Deve esserci una società che si riconosca in determinati valori e che sappia anche aprirsi. Il museo rappresenta un mattone fondamentale, ma non è sufficiente. È una condizione necessaria, ma non sufficiente”.

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