100 di Fila / Dall'infanzia in piazza Galimberti al ritorno sulla panchina del Toro: i ricordi del giocatore forse più “Fila” di tutti.
Ezio Rossi al Filadelfia non ci è semplicemente arrivato: ci è cresciuto intorno. Nato e cresciuto a pochi passi dal Fila, in piazza Galimberti, da bambino lo frequentava con il padre e anni dopo ne avrebbe calcato il prato da giocatore del Torino. Una storia granata cominciata nello stesso quartiere in cui avrebbe preso forma la sua carriera.
Ezio, qual è il suo primo ricordo del Filadelfia?
“Il primo ricordo è di mio padre, grande tifoso del Toro, che tutti i sabati pomeriggio e le domeniche mattina mi portava a vedere le partite del settore giovanile. Credo che avessi tre, quattro o cinque anni. Non mi prendeva neanche per mano, mi teneva per il collo, appoggiandomi piano piano due dita. Attraversavamo piazza Galimberti, facevamo cinquecento metri e andavamo al Filadelfia. Ricordo che cercavo di portare un sasso da casa mia fino al campo, prendendolo a calci. La piazza non era come adesso, era tutta asfaltata, con qualche pezzo di terra. Il mio obiettivo era riuscire a portare quel sasso fino al Filadelfia”.
Già allora il calcio era la sua grande passione.
“Come per tutti i bambini. Fino a cinque anni abitavo in corso Corsica, poi ci siamo trasferiti in piazza Galimberti. Il sogno di ogni bambino di quella zona era giocare a calcio: qualcuno nel Toro, qualcuno nella Juve, perché anche il Combi non era lontano. Sono orgoglioso di essere stato uno dei pochi ragazzi nati a Torino città, della mia generazione, a essere riuscito a giocare in una delle due squadre della città. Ho trascorso diciotto anni tra settore giovanile e prima squadra del Toro, poi l'ho anche allenato. Ho persino cantato l'inno insieme a Cravero: quello di Valerio Liboni che mettono ancora oggi allo stadio. Io dico sempre di essere stato il bambino più fortunato di Torino, perché il mio quartiere era legato al Filadelfia. Il mio campo di quartiere era il Filadelfia e sono riuscito a giocarci da protagonista”.
Che effetto le faceva entrare al Filadelfia da bambino?
“Fino a quando non sono arrivato in prima squadra mi incuteva quasi timore. Pensavo a chi ci aveva giocato, a chi aveva frequentato quegli spogliatoi. Ricordo che all'ingresso c'era l'elica, con i pezzi dedicati a Superga. Già quella era una cosa che incuteva rispetto e timore. Poi entravi e trovavi un corridoio lunghissimo. Sulla sinistra c'era lo spogliatoio della prima squadra, quello che era stato del Grande Torino. Da ragazzino non avevo neanche il coraggio di guardarci dentro. Tiravo dritto senza guardare dalla porta, perché erano tempi diversi. Avevamo quasi timore dei grandi. Quando andavo al Filadelfia per giocare o allenarmi, passavo davanti a quello spogliatoio con la paura che qualche giocatore della prima squadra potesse vedermi”.
C'era qualche calciatore che le incuteva particolarmente timore?
“No, non erano loro a metterci timore. Eravamo noi a essere talmente timidi, introversi e rispettosi dei ruoli e dell'anzianità che ci comportavamo così. C'era un'emozione ogni volta che entravi al Filadelfia. Quando arrivavi negli Allievi o nella De Martino non dovevi più portare la borsa a casa, perché il materiale veniva lavato al campo. Era già un segno che stavi diventando importante. In fondo al corridoio c'era la lavanderia, con tre o quattro lavandaie che si occupavano di tutta la roba. Ti consegnavano maglietta e pantaloncini per l'allenamento, mentre le scarpe le prendevi da alcuni cassetti di legno. Già solo entrare in quei posti, pensando che magari in quegli stessi cassetti c'erano state le scarpe di Valentino Mazzola, era un'emozione tutte le volte. Il Filadelfia ci ha insegnato a diventare uomini, con valori di rispetto incredibili che ci sono serviti per tutta la vita. Quando incontro ragazzi che sono passati da lì, sia quelli arrivati in Serie A sia quelli che non ce l'hanno fatta, ritrovo sempre una grande educazione e un grande rispetto per i valori della vita”.
Ezio Rossi: “Il Filadelfia ci ha insegnato a diventare uomini”
Chi trasmetteva questi valori?“Gli allenatori, i dirigenti e i ragazzi più grandi. Imparavi da quelli che erano arrivati prima di te, che a loro volta avevano imparato da chi li aveva preceduti. Era un tramandarsi certi valori, in campo e fuori. Era un mondo diverso da quello di oggi. Non credo che all'epoca un genitore si sarebbe mai permesso di contestare un allenatore o un dirigente. Ho visto delle scene per le quali oggi chiamerebbero il Telefono Azzurro, ma siamo cresciuti bene comunque. Potevi sbagliare a giocare a calcio, perché tutti sbagliano, ma sull'educazione, sul rispetto degli avversari, degli altri e delle cose non si transigeva. Te lo facevano capire in tutte le maniere e non c'era un genitore che ti avrebbe giustificato”.
Ricorda qualche episodio particolare?
“Ricordo un allenatore che si chiamava Naretto, una persona fantastica ma particolarmente rigida. Non l'ho mai avuto come allenatore principale, però ricordo una scena. Avevo otto o nove anni ed ero andato con mio padre all'antistadio a vedere una partita dei ragazzi più grandi di me. Un giocatore del Torino protestò con l'arbitro, forse disse anche una parolaccia. L'arbitro stava per ammonirlo, ma l'allenatore, che era vicino, gli disse di fermarsi. Fece tre passi dentro il campo, prese il ragazzino per un orecchio, gli diede un calcio nel culo e disse all'arbitro: 'Giochiamo in dieci, non ci sono problemi'. Per farti capire come veniva insegnata l'educazione. Oggi una scena del genere provocherebbe una denuncia dei genitori. All'epoca, se tornavi a casa dopo un episodio simile, dai tuoi genitori prendevi altri dieci calci nel culo”.
A lei non è mai capitato di ricevere una punizione del genere?
“No, grazie a Dio. Ero molto timido e abbastanza tranquillo. E poi c'era già mio padre a farmi rigare dritto. Era un appassionatissimo di calcio, ma anche quando veniva a vedere le mie partite stava a cento metri dagli altri tifosi. Mia madre, invece, credo che in tutta la mia carriera sia venuta a vedere due partite. Per capire la mentalità di mio padre, ricordo quando arrivò la mia prima convocazione per il ritiro con la prima squadra. Dovevo sostenere la maturità il 14 luglio e quello stesso pomeriggio sarei partito per il ritiro. Quando arrivò la convocazione, l'unica cosa che mio padre mi disse fu: 'Cerca di studiare'. Tutto qui”.
Suo padre e suo zio Alfonso avevano un'attività a pochi metri dal Filadelfia. Quanto era intrecciata la loro vita con quella dello stadio?
“Lavoravano vicino ai Mercati Generali, dove adesso c'è il Bennet, a una cinquantina di metri dal campo. Vivevano praticamente di lavoro, famiglia e calcio. Cominciavano a lavorare alle quattro del mattino e finivano verso le due del pomeriggio, quindi appena potevano andavano a vedere gli allenamenti della prima squadra. Conoscevano tante persone della dirigenza e dell'ambiente del Torino. Ricordo che Brunetto, il magazziniere che in realtà si chiamava Valentino, negli anni Settanta andava spesso nell'azienda di mio padre. All'epoca, d'inverno, i campi erano ghiacciati e alcuni calciatori avevano bisogno di farsi tornire i tacchetti per avere una presa migliore. Siccome nell'azienda di mio padre c'era un tornio, il magazziniere gli portava i tacchetti di giocatori come Castellini perché li sistemasse. Si era creato anche un rapporto di amicizia. Mio padre, mio zio e mio fratello vivevano di Toro”.
Lei frequentava l'azienda durante l'infanzia?
“Sì, quando finiva la scuola andavo a dare una mano, durante l'estate, tra giugno e luglio. Ma per incontrare i giocatori bastava andare al Filadelfia. Alla fine degli allenamenti uscivano nel cortile, che era sempre pieno di tifosi. Anche quando giocavo io, agli allenamenti c'erano sempre duecento o trecento appassionati, a volte anche di più. Se le cose andavano bene venivano a sostenerti, se andavano male potevano dirti qualcosa anche durante l'allenamento. Eravamo temprati diversamente rispetto ai calciatori di oggi. Le contestazioni erano molto diverse”.
Ricorda qualche contestazione al Filadelfia?
“Quando giocavo, nell'anno in cui retrocedemmo, ricordo qualche contestazione, ma sempre in maniera abbastanza civile. Ti prendevi i fischi, qualche battuta, qualche insulto, ma non si arrivava agli eccessi. Da allenatore, invece, ho vissuto nel 2002 una contestazione inconcepibile. Quando si arriva a prendere a schiaffi i giocatori, a rigare le macchine, a minacciare le famiglie, è un'altra cosa. Erano situazioni veramente inaccettabili. Oggi secondo me la gente si è nuovamente calmata, anche perché i giocatori sono diventati praticamente inavvicinabili, ci sono molte più protezioni e c'è il Daspo”.
“Salvadori e Beruatto sono stati i miei grandi esempi”
Da bambino aveva qualche idolo tra i giocatori del Torino?“Non ero uno che aveva degli idoli. Ho cominciato ad avere degli esempi quando sono entrato nel mondo della prima squadra. Ne ho avuti soprattutto due: Roberto Salvadori e Paolo Beruatto. Erano molto diversi tra loro. Salvadori era la professionalità in persona, un uomo serissimo e di un'intelligenza pazzesca. Beruatto, invece, era un mattacchione: si divertiva fuori dal campo, ma quando entrava in campo non ho mai visto un giorno in cui non cercasse di migliorarsi. Poi è chiaro che guardavi Pulici. Ho giocato un anno con lui e da bambino lo consideravo un Dio in terra, perché era il più amato di tutti. Ho vissuto parecchi anni anche con Zaccarelli. Ma se devo scegliere due persone a cui guardavo durante la mia crescita professionale, sono Salvadori e Beruatto”.
C'è un insegnamento di Salvadori che le è rimasto particolarmente impresso?
“Ricordo il primo anno in prima squadra, con Giacomini. Mi allenai con loro per tutta la stagione, ma non esordii mai. Facevo panchina, tribuna, panchina, tribuna. Non ho mai saputo il motivo, anche perché nel frattempo esordivano ragazzi che arrivavano dalla Primavera. A fine stagione pensavo che sarei andato via, magari in prestito da qualche parte. Poi arrivò Bersellini. Durante un'amichevole mi fece giocare per una mezz'ora e decise di tenermi in rosa, mentre altri ragazzi andarono in prestito. All'inizio della stagione successiva ero ancora un po' demoralizzato, mi sentivo considerato un ragazzino. Un giorno, durante un allenamento, Salvadori mi disse: 'Tu fai quello che sai fare, quello che stai facendo, vedrai che prima della fine dell'anno...'. Ascoltai il saggio Bodo, come lo chiamavamo, e infatti a ottobre del 1982 arrivò il mio esordio. Sono passati quarantaquattro anni. Salvadori, pur avendo vinto lo scudetto e avuto una carriera importante, trovava sempre la parola giusta per i giovani”.
Che cosa aveva di particolare il quartiere attorno al Filadelfia?
“Era un quartiere popolare, abitato da famiglie modeste, molte arrivate nel dopoguerra. Erano persone che volevano affermarsi, che sapevano di dover fare qualcosa in più dei propri genitori per avere delle soddisfazioni, anche materiali. Però non credo che sia stato soltanto il quartiere del Filadelfia a far nascere dei calciatori. Penso anche a Venaria, da dove sono usciti tanti giocatori, come Cravero e altri. Era un mondo diverso. Noi venivamo da famiglie nelle quali c'era la volontà di migliorare la propria condizione”.
Il suo era anche un quartiere profondamente legato al tifo granata.
“Credo che una percentuale molto alta degli ultras venisse da quella zona. C'era lo Sweet, che era uno dei loro punti di ritrovo. Mio padre mi diceva sempre: 'Se vuoi giocare a calcio, pensa a giocare a calcio. Non puoi pensare a fare il tifoso'. Forse per qualcuno dei miei coetanei potevo risultare anche antipatico, perché facevo una vita diversa, avevo frequentazioni diverse. Mio padre mi insegnava a salutare tutti, a essere educato e ad avere rispetto, perché i tifosi sono una parte fondamentale del Torino. Però per fare il calciatore dovevi condurre una vita diversa”.
Che vita faceva da ragazzo?
“Dico sempre ai miei amici che la Liguria l'ho conosciuta adesso, a sessant'anni, perché prima non avevo mai fatto un weekend. I fine settimana non esistevano, le serate in discoteca neanche. Quando avevamo diciassette o diciotto anni, ogni tanto andavamo al Whisky Notte la domenica pomeriggio. Le mie serate con gli amici, al massimo, erano una pizza e una birra alla Vecchia Napoli, una delle prime pizzerie napoletane di Torino. Era la vita che facevamo per provare a diventare calciatori”.
Suo padre e suo zio le raccontavano qualcosa del Grande Torino?
“Mi raccontavano la grandezza di quella squadra e soprattutto che al Filadelfia, in casa, erano pazzeschi. A volte avevano i soldi per comprare il biglietto, altre volte rimanevano fuori dallo stadio ad ascoltare il tifo, cercando di capire come stesse andando la partita. All'epoca, nell'ultimo quarto d'ora, a volte lasciavano entrare anche chi era rimasto fuori. Mi raccontavano che c'era talmente tanta gente che, quando entravi, non riuscivi quasi neanche a vedere la partita. Sono i racconti di chi ha vissuto quei tempi, persone che purtroppo oggi sono rimaste in poche. Non ricordo un aneddoto specifico, ma mi parlavano sempre della grandezza di quel Torino”.
Tra le persone che lavoravano dietro le quinte del Filadelfia, chi ricorda con più affetto?
“Per me la persona più importante era Brunetto. Era il magazziniere con cui ho vissuto tutta la mia esperienza in prima squadra, ma probabilmente lo avevano conosciuto anche quelli dello scudetto. C'era anche la signora Franca, la capo lavandaia, per la quale avevamo un rispetto pazzesco. Ma se devo scegliere una figura, soprattutto pensando agli anni della prima squadra, dico Brunetto. Era il collante dello spogliatoio, aveva sempre la battuta pronta”.
C'è un aneddoto che racconta il suo ruolo nello spogliatoio?
“Quando finivamo gli allenamenti c'era il tè freddo. Negli spogliatoi trovavi dei contenitori di alluminio con il ghiaccio dentro e bevevi il tè. Da giovane vedevo che ogni tanto due o tre dei giocatori più anziani andavano nello sgabuzzino di Brunetto. Noi giovani non potevamo andarci. C'era una gerarchia molto precisa: i giovani erano giovani, i vecchi potevano permettersi qualcosa in più. Dopo un po' capimmo che nello sgabuzzino c'era un tè speciale: birra e gazzosa. Dopo due o tre anni in prima squadra potevi andarci anche tu. Era una conquista. Se potevi permetterti di bere birra e gazzosa, significava che eri diventato uno dei grandi. Oggi ci sono gli integratori, noi avevamo il tè speciale di Brunetto”.
Quando è passato dall'essere un bambino del quartiere a un calciatore del Torino, che cosa è cambiato nella sua vita?
“Devo dire che la mia famiglia mi ha sempre fatto vivere il calcio con assoluta normalità. Pretendevano che andassi bene a scuola e, grazie a Dio, me la cavavo anche lì. Non credo che mio padre pensasse davvero che sarei diventato un calciatore. Questa è stata la mia fortuna. Credo che mi abbia detto 'bravo' una sola volta, dopo un derby degli Allievi che forse avevo giocato bene. Veniva a vedere tutte le partite, ma non mi faceva mai complimenti. Anzi, erano più le volte che mi diceva che qualcosa non era andato bene. Per me non era cambiato niente. Gli amici che avevo in piazza Galimberti a tredici anni li ho ancora oggi. Questa è la cosa più bella, perché significa che sono rimasto il ragazzino di piazza Galimberti. Non mi sono mai sentito diverso da loro. Ho avuto la fortuna di giocare a calcio, di fare il lavoro più bello del mondo, quello che quasi tutti i bambini vorrebbero fare. Mi sono sempre reso conto di essere un ragazzo fortunato e questo mi ha permesso di rimanere una persona normale”.
Ezio Rossi: “Non potevo dire di no al Toro, era impossibile”
Anni dopo è tornato al Torino da allenatore. Che cosa ricorda della sua presentazione al Filadelfia?“Ricordo soprattutto uno striscione che mi fece molto piacere: 'Bentornato in zona'. Fu bellissimo. Tornare al Filadelfia da allenatore fu un'emozione incredibile. C'era un palco e vennero tantissime persone, nonostante il Filadelfia fosse già distrutto. Ancora oggi, ripensandoci, provo una grande emozione. Purtroppo le cose non andarono come sognavo”.
Che cosa non funzionò in quell'esperienza?
“Tornai troppo presto, ero troppo giovane per il mondo Toro. A Trieste avevo fatto benissimo, avevo vinto dei campionati e dalla Serie C eravamo arrivati quasi alla Serie A. Però il Torino era una società molto contestata, in un ambiente difficilissimo. Non potevo comunque dire di no. Quando vennero a cercarmi Cravero e Zaccarelli, ad aprile, io a Trieste mi stavo giocando il campionato di Serie B. Mi dissero che il Toro, già retrocesso, voleva puntare su di me per risalire. Come potevo dire di no al Toro? Era impossibile. Ci misi l'anima, ma furono due anni difficilissimi. Praticamente non uscivo di casa: andavo a mangiare da mia madre e poi tornavo a casa. Il primo anno, secondo me, le cose andarono male anche perché i dirigenti non mi diedero retta e costruirono la squadra come volevano loro. L'anno dopo cominciarono ad ascoltarmi, prendendo alcuni giocatori che volevo io. Il Toro arrivò in Serie A, anche se mi esonerarono a due giornate dalla fine. Quella promozione la sento molto mia”.
Che cosa le è rimasto di quella delusione?
“Rimasi molto scottato. Dopo aver sofferto per due anni, non poter gioire neanche per una notte fu veramente difficile. Però ricordo una persona che avevo conosciuto da calciatore e che era ancora in società quando allenavo: il dottor Roberto Campini. Dopo la partita con il Perugia, al triplice fischio, mi telefonò dal campo, mentre tutti stavano festeggiando. Io ero a Lecce e stavo guardando la partita con alcuni amici. Quella telefonata mi tirò un po' su di morale. Campini è una persona che non dimenticherò mai”.
Nel frattempo il vecchio Filadelfia era ormai scomparso. Come ha vissuto gli anni delle battaglie per la sua ricostruzione?
“Ci furono anche battaglie di potere. Io ricordo, per esempio, il progetto che aveva Cimminelli, che venne contestato perché prevedeva di sfruttare anche la zona circostante. Però credo che per un imprenditore sia normale pensare anche a questo. Posso garantire che era un progetto molto bello e interessante. Non fu realizzato. Poi ci fu il fallimento del Torino. Sono convinto che altre squadre siano state salvate in situazioni simili, mentre il Torino fu fatto fallire. Vedere il Filadelfia ridotto in quelle condizioni era una pugnalata. Per fortuna, bene o male, è stato ricostruito, soprattutto grazie alla Fondazione”.
Ezio Rossi: “Ho detto a mia figlia: 'Del Filadelfia di tuo padre è rimasto solo il cielo sopra'”
Si riconosce nel Filadelfia di oggi?“Ci sono andato poche volte. Quando lo inaugurarono portai mia figlia, che allora aveva dieci anni e oggi ne ha diciannove. Le dissi: 'È molto bello, ma ricordati che del Filadelfia di tuo padre è rimasto solo il cielo sopra'. E poi oggi manca ancora il museo, così come fino a oggi è mancato un centro sportivo. Sono questioni dalle quali mi sono sempre tenuto fuori, perché non sono un politico, anzi sono un pessimo politico e un pessimo commerciante di me stesso. Però credo che il museo del Torino debba essere al Filadelfia oppure, magari un giorno, in uno stadio di proprietà. Non deve esserci un'altra casa per un museo che riguarda il Torino”.
Se potesse tornare per un giorno al vecchio Filadelfia, in quale momento sceglierebbe di ritrovarsi e con chi?
“Sceglierei un 4 maggio, da solo, alle sette del mattino. Io non vado più a Superga il 4 maggio, per una vicenda successa quando allenavo il Torino. Siamo stati l'unica squadra alla quale è stato vietato di andare a Superga e da allora ho deciso di non andarci più in quel giorno. Ci vado anche a piedi, quando posso, in tutti gli altri giorni dell'anno. Ma se potessi tornare al vecchio Filadelfia, sceglierei un 4 maggio alle sette del mattino. Andrei in mezzo al campo e direi grazie”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA