Toro News Interviste “Quel rigore gliel'hai fatto parare tu”: Matteo, il Toro e una luce di speranza

“Quel rigore gliel'hai fatto parare tu”: Matteo, il Toro e una luce di speranza

Davide Bonsignore
Dal dolore alla rinascita, imparando a danzare sotto la pioggia: "E' stato come far rinascere Matteo e riavere un po' di luce nel nostro cielo”

“Ci vuole molto coraggio, ad avere coraggio”, cantano gli Ex-Otago. Ma quando la vita ti mette davanti la sfida più difficile che possa esistere, rialzarsi e continuare a lottare. Anzi, rialzarsi e fare ancora meglio di prima. Non è facile. Mirko e Daniela ce l’hanno fatta. “Quando hanno spento quel monitor ho capito che veramente era finito tutto. Ho capito che il miracolo non si poteva più avverare. Quel gesto, che ti fa capire che è finito tutto. Quando abbiamo fatto nascere l'associazione noi in mente avevamo proprio di fare la cosa contraria: prendere uno strumento che avesse un monitor per poter fare il gesto contrario, accendere la speranza”, ci racconta Mirko Di Santo, papà di Matteo e fondatore dell’associazione 'Matteo è con noi'. Una speranza di vita. Una speranza. 'Matteo è con noi': la storia di Mirko, di Daniela, di Lorenzo. La storia di Matteo.

Le va di raccontarci la vostra storia? “Matteo è nato il 19 luglio del 2010. Lui e il suo gemello, Lorenzo. Le cose sono andate tutte benissimo, fino all'inizio dei mondiali in Brasile. Quel giorno entravamo al Regina Margherita perché Matteo non stava bene. Lì abbiamo scoperto che aveva contratto la leucemia. Da quel momento abbiamo iniziato a fare il percorso oncologico che prevedeva due anni di cure, dove si alternavano ricoveri programmati al Regina Margherita a day-hospital. I dottori ci hanno spiegato che almeno il 70% dei bambini ce la fa a superare questa malattia. Avremmo dovuto fare questi due anni di percorso e poi per altri cinque anni Matteo avrebbe dovuto fare delle visite per verificare che tutto andasse come doveva andare. Perché il difficile di questa malattia non è tanto mandarla via, ma farlo in maniera tale che non regredisca e non torni. Il percorso oncologico di Matteo per otto mesi è stato praticamente perfetto. Mai una virgola fuori posto. Ci sentivamo veramente in una botte di ferro e viaggiavamo, purtroppo, con le difese basse: eravamo tranquilli. Dopo otto mesi, proprio nel posto dove lui doveva essere più protetto al mondo, cioè nella camera del Regina Margherita, ha contratto un virus. Si è impossessato dei suoi polmoni e non gli ha lasciato scampo. La data ufficiale del suo decesso sarebbe il 22 febbraio 2015. Per me, in realtà, è esattamente ventuno giorni prima, il 1° febbraio. Perché già da quella mattina i dottori mi hanno detto che secondo loro non c'era più niente da fare, volevano già staccarlo dalle macchine che lo tenevano in vita. Matteo aveva dimostrato di essere un bambino comunque robusto, forte, che poteva affrontare l'Ecmo, cioè il macchinario che tiene a riposo gli organi facendo la circolazione esterna del sangue. Da lì abbiamo fatto ventuno giorni di nulla, in una camera, senza nessun segno di vita. Era un coma indotto, ma era come se lui non ci fosse mai stato”.

Cos’era il Toro per Matteo? “Lui era un tifosissimo di Padelli. Si affezionava ai giocatori più “sfigati”. Padelli in quel momento non era molto ben voluto dalla tifoseria. Lui, invece, l'aveva fatto proprio come suo giocatore preferito. Oltretutto, i giocatori del Toro periodicamente fanno delle visite negli ospedali. Lui aveva avuto modo di conoscere Padelli nella sua camera perché avevano fatto la visita prima dei giorni di Natale. All'epoca non era neanche titolare, perché c'era il duetto con Gillet. Però a lui che gliene fregava? Aveva visto Padelli ed era contento. Il 1° febbraio il Toro giocò con la Sampdoria in casa e gliene rifilò 5. Era lui dall'alto che con la manina faceva qualche segno. Poi ventuno giorni dopo, quando lui è mancato il mattino presto, il pomeriggio il Toro che si preparava per andare a Bilbao giocò a Firenze e fu lì che, sullo 0-0, Padelli parò il rigore. “Quel rigore gliel'hai fatto parare tu”. Mercoledì ci furono i funerali di Matteo, il giovedì giocammo a Bilbao e segnò Matteo, Darmian”.

Incredibile. “Mi era un po' sfuggita la situazione di mano con Matteo. Essendo del Toro, ho cercato di indottrinare tutti e due i gemelli allo stadio. Soprattutto quando erano piccolissimi, ne portavo uno alla volta perché allo stadio andavo da solo e allora, a meno che non veniva anche la mamma, e in caso tutti e quattro andavamo allo stadio, di solito io ne portavo uno e sceglievo una domenica l'uno e una domenica l'altro. Questa cosa a Matteo è subito piaciuta. La prima partita che l'ho portato allo stadio aveva un anno e mezzo. Cosa vuoi che capisca un bambino di un anno e mezzo? Lui con lo sguardo seguiva la palla. Sembrava che avesse capito subito cosa stesse facendo lì allo stadio. Matteo era innamoratissimo del Toro. La situazione mi è sfuggita di mano perché, dopo “mamma” e “papà”, la terza parola che diceva più spesso era “cacca”. Era il periodo in cui la Juve vinceva tutti gli scudetti e ogni volta che vedeva una bandiera o qualcosa di bianconero diceva “Cacca, papà, cacca”. Quando andavamo a fare la spesa io mettevo nel carrello tutti e due, sia Matteo che Lorenzo. Quando entravo nella corsia della carne in scatola dovevo fare attenzione perché mi ritrovavo poi le sorprese in cassa. Se Matteo vedeva le scatolette della Simmenthal identificava il toro sulla scatola e me le metteva nel carrello senza che io me accorgessi”.

Si è legato a qualsiasi cosa potesse riguardare il Toro… “Sul sito dell'associazione c'è il video di quando lui non aveva ancora neanche tre anni e diceva praticamente alla perfezione la formazione del Grande Torino. Non aveva neanche tre anni, quindi non si può neanche dire che leggesse o che ci fosse qualche suggerimento, anche perché nel video eravamo io e lui sul terrazzo dal quale le sto parlando adesso, con Superga sullo sfondo. Quando il Toro è stato promosso nel 2012, dopo la partita contro il Modena, in edicola c'era il cd della stagione della Serie B del Toro, con tutti i gol e tutte le partite dell'annata. Quel cd lo ha fatto impazzire: ogni momento chiedeva a tutti di metterlo su e di guardarlo, lo sapeva a memoria. Addirittura, in un negozio di mobili aveva visto che, come arredo in una cameretta c'era un libro sul Toro, che parlava dei quattro capitani: Cravero, Benedetti, Bresciani e Lentini, “I quattro del Filadelfia”. Lui lo aveva visto in alto su un mobile ed era riuscito a convincere la commessa a farselo regalare. Arrivato a casa, non c’è più stata soluzione: se l’è fatto leggere infinite volte. A lui piaceva proprio il Toro, la storia, farsi raccontare le cose. Era innamorato del calcio. Prima dei Mondiali, era il periodo di Waka-Waka. La ascoltava in continuazione, non vedeva l’ora che iniziasse il torneo. La sorte è ironica: la malattia l'abbiamo scoperta proprio il giorno che il Brasile fece la partita di apertura dei Mondiali. Poi aveva chiesto l’album dei “Calciatori Panini”. L'aveva completato tutto. Poi in quel caso l’ho indottrinato male io: aveva completato tutto l’album. Tutto, tranne due pagine: quelle della Juve. Mi guardava: “Papà, guarda”. Prendeva le figurine della Juve e le buttava nel cestino. Questa è la parte brutta che gli ha insegnato il papà. Però lui crescendo, fino ai tre anni e mezzo, insomma, ha imparato ad essere più furbo del papà. Io lo prendevo in giro perché all’asilo si fermava ai giardini a giocare sempre con un bambino che arrivava con la maglia della Juve. “Matteo, ma con tutti i bambini che ci sono, proprio uno juventino?”, lo prendevo in giro. “Ma a me cosa importa?”, mi rispondeva. “Tanto lo sanno tutti che la Juve ruba, ma io con lui mi trovo bene. Giochiamo, ci divertiamo, lui non rompe le scatole a me e io non rompo le scatole a lui”.

Aveva sviluppato una grande sensibilità. “Era lui che veniva a insegnare queste cose a me. Tant’è che poi l'anno dopo ha completato tutto l’album, anche quelle pagine lì. Venerdì scorso (29 maggio, ndr) hanno organizzato un triangolare in memoria di Matteo… L’ha organizzato un tifosissimo della Juve. Era un desiderio di mia moglie, sin da subito, sin da quando è mancato Matteo, quando l'associazione neanche c'era. Lei sperava di poter fare un torneo con i ragazzi del Toro dedicato a Matteo. In undici anni non è mai stato organizzato niente, è stato organizzato per la prima volta da un tifosissimo juventino. È stato veramente bravo. Tra l’altro è stato fatto al Don Mosso di Venaria. È stato l'ultimo luogo in cui Matteo ha potuto vedere con i suoi occhi il Toro. A fine 2014 c'è stata la pausa del campionato. Nell'infrasettimanale il Toro giocò un’amichevole a Venaria. Qualche tempo prima il Toro giocò in casa con l'Inter e un certo Larrondo sbagliò un rigore. Quando entrò in campo per l’amichevole, per tutta la partita gli spettatori che c'erano lì lo fischiarono. Matteo si arrabbiò: “Papà, ma perché fischiano? Ha la maglia del Toro addosso…”. Io gli spiegai. “Ma lui ha la maglia del Toro addosso. Dovremmo aiutarlo a recuperare. Sarà dispiaciuto di aver sbagliato un rigore, se facciamo così sarà ancora più dispiaciuto”. Parole di Matteo, ad appena quattro anni. Su queste cose mi lasciava a bocca aperta. Avessi io un minimo della sua capacità di intuire le situazioni”.

La vostra famiglia ha attraversato il dolore più grande che un genitore possa provare. C'è stato un momento in cui avete capito che quella sofferenza poteva trasformarsi in energia benefica per gli altri? “È venuto fuori per passaggi. Appena è mancato Matteo c'è stata una prima cosa che ci ha subito fatto capire che si poteva fare qualcosa: due amici, legati anche all'amicizia dello stadio, senza dirci di niente avevano fatto una raccolta fondi tra vari negozi. Uno dei due aveva, e ha tutt’ora, un bar che si chiama Grande Torino, l'altro invece lavorava in Croce Rossa. Hanno pensato di fare una raccolta fondi coinvolgendo tutti i negozi intorno al bar di questo amico e con i soldi che sono stati raccolti con questa colletta l'altro amico della Croce Rossa ha comprato tutta la strumentazione che serviva per poter avviare dei corsi salvavita pediatrici per le maestre di infanzia. Quindi hanno comprato il manichino per fare le manovre di disostruzione pediatrica, hanno comprato i cuscini, hanno comprato tutto quello che poteva servire per avviare dei corsi. Ce l'hanno detto solo a cose fatte: ci hanno invitato ad andare una sera alla Croce Rossa in Via Bologna e ci hanno fatto vedere direttamente cos’è stato comprato con i soldi raccolti. Da lì sono partiti una serie di corsi a cui ci hanno fatto partecipare. La primissima slide nei corsi teorici era quella che spiegava che era stato realizzato in memoria di Matteo. Noi abbiamo toccato con mano dove sono finiti questi fondi. La cosa ci è piaciuta. Poi abbiamo conosciuto un'altra famiglia che prima di noi ha avuto la stessa situazione. Avevano creato un'associazione in memoria del figlio. Il tutto era finalizzato a raccolte fondi da dare poi direttamente all'ospedale. Queste due cose messe insieme hanno iniziato, soprattutto nella testa di Daniela, mia moglie, a far nascere l'idea di fare qualcosa. Poi si è aggiunto qualcos’altro. Matteo era mancato il 22 febbraio del 2015. Il 18 agosto del 2015, al mio compleanno, mi sveglio e tra tutti i messaggi di auguri che trovo, ne trovo uno che mi dice che don Aldo Rabino era mancato. Poco dopo, il Toro Club di Mondovì fa un torneo con i ragazzi del Torino del 2006. C'erano i ragazzi granata, il Mondovì e altre due squadre. Invitano me e Daniela a presenziare, perché il torneo è fatto in memoria di don Aldo. Ma loro poi avevano riservato un trofeo, chiamato “Trofeo Matteo”, che doveva essere assegnato alla squadra che si era comportata meglio a livello di sportività. Tutte cose insieme hanno iniziato a far nascere in noi il desiderio di fare qualcosa di concreto”.

Quindi l’idea dell’associazione... “Sì. C'è stato un po' di contrasto tra me e mia moglie perché io non lo volevo fare in realtà, sono sincero. Credevo che ogni minuto dedicato all'associazione fosse un minuto tolto a Lorenzo. Lei invece aveva comunque intenzione di farlo. Le mamme di due compagni di classe di Lorenzo, che all'epoca andava ancora alle scuole elementari, parlando con Daniela hanno capito quello che voleva fare, l'hanno spinta, l'hanno spinta, l'hanno spinta e alla fine abbiamo fatto tutto quello che doveva essere fatto per far nascere ufficialmente l'associazione esattamente quattro anni dopo il trapasso di Matteo, quindi il 22 febbraio del 2019. Nasce l'associazione proprio con l'intento di trasformare questo dolore che avevamo dentro in amore verso la vita. Soprattutto, abbiamo capito da subito come dovesse essere fatta la raccolta fondi: doveva essere fatta per materializzare concretamente gli sforzi delle persone in acquisto di materiali salvavita pediatrici. Noi siamo andati proprio al Sant'Anna, al reparto dove sono nati Matteo e Lorenzo, e abbiamo iniziato una collaborazione con loro. Parliamo con i dottori del Sant'Anna e chiediamo loro di volta in volta quali sono gli strumenti importanti di cui possono aver bisogno. Ci danno sempre due o tre obiettivi con dei budget diversi e poi noi, in base a quello che ci sentiamo di poter prendere, scegliamo quello che poi diventa l'obiettivo dell'anno. È così dal 2019”.

Dove trova origine questa missione? “La notte che è successo il trapasso ufficiale di Matteo ero a casa, perché "di turno” era mia moglie, in camera con Matteo. Mi ha chiamato, verso le quattro e mezza di mattina. Quando ho preso il telefono in mano non ho avuto neanche bisogno di rispondere. A quell'ora poteva dirmi solo una cosa. Quindi ho preso il telefono freddamente e sono andato. Quando sono arrivato in ospedale, quella camera, che fino alla sera in cui ero andato via era circondata da non so più neanche quanti macchinari che servivano per tenere in vita Matteo, l’avevano già completamente svuotata. Quando sono entrato in camera c'era solo Matteo con la mamma dietro e tutti i dottori e infermieri di turno intorno a Matteo che stavano solo aspettando me per fare quell'ultima cosa che c'era da fare, cioè staccare definitivamente il monitor che segnava i battiti cardiaci di Matteo. Ormai era diventata solo una linea continua. Quando hanno spento quel monitor ho capito che veramente era finito tutto. Ho capito che il miracolo non si poteva più avverare. Quel gesto di spegnere il monitor è stato quello che più è rimasto impresso a me e a mia moglie. Quel gesto, che ti fa capire che è finito tutto. Allora quando abbiamo fatto nascere l'associazione noi in mente avevamo proprio di fare la cosa contraria: prendere uno strumento che avesse un monitor per poter fare il gesto contrario, accendere la speranza. Quando abbiamo parlato la prima volta con i dottori, senza sapere tutte queste cose loro ci avevano proposto l'acquisto di un monitor multi-parametrico: un unico strumento in grado di sostituirne tre o quattro in contemporanea. Si era materializzata la possibilità di esorcizzare quel gesto, di poter riaccendere un monitor. Quando siamo andati in ospedale a consegnare quel monitor, quando l'abbiamo fatto, è stato veramente come far rinascere Matteo e riavere un po' di luce nel nostro cielo”.

Quali sono i progetti o i traguardi raggiunti dall'associazione di cui va più orgoglioso? “Ne abbiamo fatti talmente tanti ormai che ho dovuto mettere in una pagina del sito tutti gli obiettivi perché c’era veramente il rischio di perderne per strada qualcuno. Quello che ci è piaciuto più di tutti è stato quando i dottori ci hanno proposto la culletta termica. Il Regina Margherita e il Sant'Anna sono collegati da un tunnel e il passaggio dei bambini avviene proprio tramite una culletta termica, per tenere la temperatura. Quando mi hanno proposto la nuova culletta termica, mi hanno fatto vedere quella che loro avevano introdotto. “È l'unica che abbiamo e ce l'abbiamo da trent'anni, vorremmo cambiarla”, mi dissero. Me l'hanno fatta vedere e io l'ho riconosciuta: era proprio la culletta termica che avevamo utilizzato nel 2010, quando sono nati Matteo e Lorenzo, per portarli tutti e due dal Sant'Anna, dove sono nati, al Regina Margherita. Quando ho visto quella culletta mi sono emozionato. Sono andato a cercare la foto nella galleria e l'ho trovata: loro erano dentro questa culletta e per la prima volta, la sera, la mamma li ha visti. È la foto di lei che si affaccia a vedere dentro questa culletta, loro due dentro. E infatti la culletta termica, quella nuova, i dottori stessi del Sant'Anna ancora oggi la chiamano la “Matteino”, proprio per ribattezzare e portarla a Matteo”.

Come avete portato avanti questo progetto? “Siamo riusciti ad alternare strumenti salvavita con altre cose che danno la possibilità ai dottori di lavorare decisamente meglio. Quando si parla di bambini prematuri, si intende bambini che nascono a volte anche con mezzo chilo. Sono degli esseri talmente piccoli che ti stanno veramente in una mano. Hanno gli organi ancora completamente deficienti, non hanno ancora la capacità neanche di respirare. Per esempio, lo strumento che abbiamo consegnato il 22 febbraio di quest'anno è un altro monitor che dà la possibilità al dottore di vedere in presa diretta che cosa sta facendo nel corso della respirazione manuale. Tante volte abbiamo comprato strumenti in sostituzione di qualcosa di obsoleto, questa volta invece siamo riusciti ad andare a prendere uno strumento salvavita di cui il Sant'Anna non era neanche dotato. Le persone spesso ci chiedono cosa faccia la sanità, perché questi strumenti li dobbiamo comprare noi. Bisogna sempre considerare la complessità del mondo ospedaliero, le necessità che ci sono nel mondo ospedaliero, che hanno bisogno veramente di tantissime cose. E la sanità da sola non può completare tutte le esigenze che hanno, anche a livello di strumentazione. In quei ventuno giorni passati in rianimazione, i cerotti che usavano per Matteo erano talmente scassi che quando li strappavano per sostituirli rimaneva la pelle attaccata. “Se volete dei cerotti che fanno meno male, dovete andare voi in farmacia e prendere questi cerotti”, ci è stato riferito. Quindi se pensiamo ai cerotti, figuriamoci le cose molto più importanti. Grazie alle associazioni come noi, perché ce ne sono veramente tante che operano nello stesso modo, la sanità riesce ad avere più cose a disposizione. Oltretutto l'iter che c'è dietro per poter regalare questi strumenti è pazzesco. Se non ci metti passione, ti passa la voglia di fare le cose, perché l'iter burocratico è pazzesco. Lo strumento non è l’unica cosa da considerare. Bisogna pensare anche al mantenimento. Questo strumento che aiuta la respirazione in prima istanza è stato respinto, perché nella donazione non erano inclusi i kit di respirazione, delle mascherine, e quindi loro non potevano permettersi il costo delle mascherine per due anni di utilizzo dello strumento. Quindi noi abbiamo dovuto rivedere il progetto e fare in modo di procurare il consumo di mascherine per due anni, che praticamente per noi è stato raddoppiare la spesa. Qualcuno allora potrebbe decidere di raccogliere i soldi, consegnarli e poi loro scelgono cosa farci. A me però piace così. Ci sono veramente tante persone dietro queste donazioni e noi cerchiamo ogni volta di portarle con noi e far sì che siano loro a consegnare il materiale. Perché la cosa più bella è poter far toccare con mano alle persone, ai nostri associati, quello che abbiamo fatto. Anche perché per tutto quello che noi facciamo c'è sempre la faccia di Matteo. Io non posso e non voglio utilizzare la faccia di Matteo per scopi che non siano puramente di donazioni”.

Cosa ha rappresentato il Torino per Matteo e cosa significa, oggi, per la vostra famiglia? “Matteo ha subito capito la grande aggregazione che c'era in Curva, tant'è che lui tante volte si vestiva tutto di granata: “Andiamo allo stadio!”. Solo che non c’era la partita. “Io voglio andare lo stesso”. A lui piaceva l'ambiente. All'epoca il Toro si allenava alla Sisport, tante volte lui mi chiedeva di andare a vedere anche l'allenamento. Si emozionava davvero a vedere quelle maglie in campo, indipendentemente da quello che facevano. Per lui era importante vedere il colore di chi si muoveva in campo. Poi gli piaceva l'aggregazione. Quando andava in Curva era contento, stava sempre con me, però rimaneva ammirato tutte le volte che la Curva faceva questi cori potenti. Era il periodo senza striscioni, quindi lui la bellezza vera della Curva non riuscì mai a vederla purtroppo. Però la passione sì. Com’è mancato Matteo, io subito ho fatto uno stendardo con la sua foto, fatta l'anno prima a Superga, con la lapide sullo sfondo. Alla prima partita che giocammo, dopo che mancò Matteo, Glik venne sotto la Curva a portare i fiori per Matteo, Venneri aveva anche detto qualche parola con il microfono prima di leggere le formazioni. E poi Glik segnò. Da lì in poi sono sempre andato allo stadio con lo stendardo, perché è l'unico modo che ho per tenermelo lì vicino, come se stesse vedendo veramente le partite con me. Io poi dalla Curva dopo il Covid mi sono trasferito nei distinti centrali. Però lo stendardo è sempre lì con me. Da due anni i Tori Seduti mi hanno anche regalato un bandierone proprio con la foto dello stendardo di Matteo e quindi da due anni nei distinti c'è anche quello”.

Il senso di appartenenza e il calore che sentiva Matteo, l’avete percepito anche voi con l’associazione? “Sì, anche se in realtà qui l'associazione c'entra poco perché questo calore c'è sempre stato. Sin dall'inizio, sin dalla tragedia e dalla comparsa di questo stendardo. Quando giocammo il primo derby dopo che Matteo era mancato, che è stato il famoso unico derby vinto nell’era Cairo, erano passati neanche due mesi dal trapasso di Matteo. Finita la partita sono scoppiato a piangere, mi sono girato e sono andato ad abbracciare lo stendardo. In quel momento tantissime persone spontaneamente sono venute tutte intorno a me, tutti abbracciati allo stendardo di Matteo, quasi come se tutti avessero capito che quella vittoria era venuta dall'alto, non dal campo. Mi sono ritrovato circondato da persone che neanche conoscevo, ma che sapevano di me e sapevano di Matteo. Era un cerchio unico intorno allo stendardo di Matteo, abbracciati a piangere (si commuove, ndr). Avevano capito la drammaticità mia del momento. Tutta intorno, gente che non conoscevo. È stata una cosa bellissima. Per dire la comunità, come è venuta fuori, della gente che sapeva di Matteo, perché Matteo lo conoscevano da quando aveva un anno. È stata una cosa meravigliosa. Naturalmente, da quando è nata l'associazione, tante entità si sono unite alla nostra beneficenza. Ad esempio, il Toro Club di San Mauro, un club a cui ci siamo particolarmente legati, perché loro fanno parecchie iniziative benefiche e tante volte veniamo convocati perché i proventi di quello che fanno finiscono all'associazione. Il 14 giugno a San Mauro faranno l'intitolazione della piazza al Grande Torino e anche lì proveremo a fare una raccolta di beneficenza, grazie a loro, mettendo a disposizione la maglia originale di Lazaro. Poi c'è stato il Toro Club di Mondovì con il torneo in memoria di don Aldo ma con il premio della sportività intitolato a Matteo. E sono tante le iniziative. I Senso Unico avevano fatto il CD in allegato a Tuttosport, “17:03”, con “Quel giorno di pioggia”, e i proventi delle vendite dei CD li hanno dati alla nostra associazione. Ci sono tante cose che legano i tifosi del Toro alla nostra associazione, veramente tante. Io posso solo dire grazie a tutti perché nonostante siano passati undici anni, Matteo lo sentiamo ancora vivo. “Matteo è con noi”, come dice il nome dell'associazione. Ogni giorno sentiamo questa presenza più che mai”.

A livello ufficiale, com'è il vostro rapporto con il Torino Fc? La società si dimostra sensibile e presente nel sostenere i progetti dell'associazione o nel darvi visibilità? “Ci sono state due occasioni in particolare dove il Torino come società si è dimostrata presente. Due anni fa abbiamo organizzato, proprio al Don Mosso, una partita di beneficenza, preti contro influencer. È venuta fuori una bella partita e il Torino ci ha fornito le magliette ufficiali per giocarla, quelle granata e quelle bianche. E a presenziare alla serata è venuto Antonino Asta, che allora allenava le giovanili. L'anno successivo al Sermig abbiamo organizzato la stessa partita ma di calcetto con le influencer da una parte e dall'altra la Nazionale Italiana Suore. Le influencer hanno giocato con la maglia del Toro. A quella serata lì era presente il responsabile del Torino femminile con tre rappresentanti della squadra: il capitano con altre due giocatrici del Torino femminile. La partita si stava mettendo male e allora una delle giocatrici del Toro ha accettato di cambiarsi, di indossare la casacca e scendere in campo per cercare di rimediare al punteggio che stava andando un po' oltre il tennistico. Ed è venuta anche lì una serata veramente divertente. Come vede, il Torino si è sempre dimostrato benevolo nei nostri confronti per portarci qualche rappresentante della società. Senza considerare una cosa, la più importante: quando c'è stato il rosario per Matteo, due giorni prima di Bilbao, è venuto in chiesa Benedetti con una rappresentanza di giocatori delle giovanili, proprio con il gonfalone del Torino Calcio”.

Le farebbe piacere, anche in ottica futura, una collaborazione di questo tipo da parte del Torino, con queste e altre modalità, per amplificare il vostro messaggio? “Assolutamente sì. Anche perché adesso, dopo il successo che c'è stato venerdì, dove noi non abbiamo organizzato nulla, perché ha fatto tutto il Venaria Calcio, a cui saremo eternamente grati, hanno proposto, visto che è andata bene, di organizzarlo annualmente. Quindi già questo, far sì che il Torino venga rappresentato da una squadra di ragazzi, sarebbe bellissimo. Poi noi spesso facciamo degli eventi, magari in teatro, sempre volti a raccogliere fondi. Sono spettacoli sempre sul tema comico, cerchiamo di far ridere le persone, perché è meglio farle ridere che farle piangere, che con la nostra storia viene facile. Più volte abbiamo organizzato degli spettacoli in teatro comici, perché ci piace ricordare Matteo con un sorriso. Lui rideva sempre, quindi è meglio ricordarlo così. Magari, se faremo qualcosa, anche se non c'è un tema sportivo, potrei pensare anche di cercare di coinvolgere la società per mandare qualcuno a rappresentarla. Più di questo non possiamo chiedere. Però, ripeto, mandarci un rappresentante quando faremo qualche evento sarebbe veramente bello”.

Qual è il messaggio più grande che spera le persone colgano dalla storia di Matteo e dal vostro impegno? “Questa è la domanda più difficile che potesse fare. In ambiente di associazionismo le persone devono avere fiducia non tanto in noi, ma nelle associazioni. Perché ogni associazione dietro ha delle storie veramente importanti e fa qualcosa per gli altri. Quindi è importante sostenerle. Le associazioni, tutte, fanno qualcosa, ognuno in base ai propri mezzi, ma tutte fanno qualcosa. Quindi io invito le persone a tornare a fidarsi delle associazioni. Per quanto riguarda Matteo, io dico a tutte le persone che hanno affrontato un dramma, come l’abbiamo affrontato noi, di capire che comunque ai drammi si può reagire stando fermi, rimanendo a bagnarsi sotto la pioggia, oppure, come mi disse qualcuno tempo fa, imparando a danzare sotto la pioggia. Questo è quello che abbiamo cercato di fare noi. E come disse madre Teresa: “Non tutti possono fare grandi cose, ma tutti possiamo fare piccole cose con grande amore”. Ed è questa la filosofia della nostra associazione: "piccole cose con grande amore”. Questo è quello che vogliamo fare per ricordare Matteo nel migliore dei modi”.