Toro News Columnist Culto 1986 - Quando Giovanni Francini ci portò in Europa

1986 - Quando Giovanni Francini ci portò in Europa

Francesco Bugnone
Culto / Ancora una volta spalle al muro, ancora una volta ci si toglie dall’angolo e lo si fa grazie a uno dei prodotti più importanti del vivaio granata

Il ventisette aprile 1986 è l’ultima partita di serie A in cui il Verona di Osvaldo Bagnoli gioca con lo scudetto sul petto e per uno di quei dispetti del destino deve congedarsi dal tricolore sul campo del Toro con cui l’anno prima ha duellato per la vittoria finale in uno dei campionati più belli di sempre. Se gli scaligeri non sono riusciti a bissare neanche lontanamente il campionato precedente (chiuderà al decimo posto), il Toro è in lotta per l’Europa in una stagione in cui ha dovuto reinventarsi dopo la cessione di Serena.

La squadra di Radice costruisce il suo percorso con un cammino convincente al Comunale che gli permette di sopperire allo zero alla voce successi in trasferta (dove comunque colleziona dieci pareggi su quindici gare, bottino pesante nell’era dei due punti a vittoria). Soprattutto ogni volta che i granata sono spalle al muro riescono a reagire con forza. Succede durante il girone d’andata dove, dopo tre sconfitte consecutive con parecchia sfortuna, Junior e compagni ottengono sette punti in quattro partite o quando, in seguito a due poco felici trasferte a Napoli e a Bari, una punizione nel finale di Pusceddu consente di strappare un 1-0 di importanza capitale contro l’Avellino.

L’ultima occasione in cui il Toro sembra spacciato è l’inattesa sconfitta interna sotto la pioggia contro il Como, ma la domenica successiva una rete di Comi stende l’Inter e ci si rimette in carreggiata strappando un pareggio in rimonta all’Atalanta la domenica successiva in modo da poter affrontare l’ultima di campionato con la certezza che un successo varrà la qualificazione per la coppa Uefa per il secondo anno consecutivo.

La partita contro il Verona è lo specchio della stagione: lotta, fatica, sofferenza, ma anche bellezza ed entusiasmo come armi per mettersi di traverso nei confronti del destino. Il primo rintocco sinistro del pomeriggio è dato dal meteo: piove esattamente come il giorno dell’inatteso 1-3 contro il Como, forse ancora di più. Il secondo rintocco sinistro ha il rumore di un legno colpito, quello di Junior al 20’ con una stangata di destro dopo un contrasto vinto con Tricella. La mente va subito indietro allo scontro dell’anno precedente dove si decise gran parte del campionato e Leo colpì un incredibile montante nella stessa porta sotto la curva Filadelfia, cambiando solo palo: quello alla destra del portiere prima, quello alla sinistra adesso.

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Tre indizi fanno una prova, ma tre rintocchi fanno paura e il terzo è il peggiore di tutti. Al 25’ l’ex juventino Beniamino Vignola infila Copparoni con una punizione dal limite che mette la qualificazione in salita. Ancora una volta spalle al muro, ancora una volta ci si toglie dall’angolo e lo si fa grazie a uno dei prodotti più importanti del vivaio granata, uno per cui Sergio Barbero scrisse che, fra i vari terzini sinistri che si sono succeduti nella storia del Toro, era quello che gli ricordava di più Virgilio Maroso. Parliamo di Giovanni Francini.

Se Cravero non ha avuto una fulgida carriera in Nazionale a causa di totem come Scirea prima e, soprattutto, Franco Baresi poi nel ruolo di libero, Giovanni si è ritrovato davanti Cabrini e successivamente Maldini anche se otto presenze con Vicini ct sono comunque arrivate. Francini è un difensore che sa coprire, tanto da potersi adattare anche in marcatura, ma soprattutto sa spingere, è elegante, determinato e capace di segnare reti importanti. L’anno prima ha bucato il Napoli di Maradona e la Juventus nel derby deciso da Aldo Serena, quando passerà proprio al Napoli di Maradona nel 1987 siglerà la prima rete in Coppa dei Campioni contro il Real Madrid provocando un’esultanza da scossa tellurica al San Paolo. Nel pomeriggio che stiamo raccontando decide di mettere a segno la doppietta che consente al Toro di chiudere il campionato in gloria.

Il Toro si riversa in attacco, sfiora il pareggio in un paio di occasioni e lo trova al 36’ quando Dossena crossa da sinistra e Francini non solo si trova in posizione da centravanti, ma ne incarna la figura visto che vola a colpire di testa come se fosse Hateley e manda la sua incornata sotto l’incrocio dei pali ridando colore sui volti di tutto uno stadio.

Nel secondo tempo i granata rientrano dagli spogliatoi ancora più carichi e attaccano a spron battuto prima di trovare la rete della vittoria poco dopo lo scoccare dell’ora di gioco quando su un corner di Junior Francini si inserisce ancora di testa con prepotenza, gonfia la rete e sullo slancio corre sotto una Maratona piena di ombrelli e di gente festante. La traversa di Comi in rovesciata è l’ultimo tributo da pagare alla malasorte che non riuscita a fermare la corsa dei granata. Quarto posto alla pari della Fiorentina, qualificazione europea davanti alle milanesi (Antonio Sabato a questo proposito scherza “Sono l’unico milanese in Uefa”, anche se l’Inter alla fine si qualificherà per la vittoria della Roma in Coppa Italia). Fa bene La Stampa a parlare di impresa e di una sorta di piccolo “scudetto” per l’undici di Radice che chiude alla grande il suo campionato, uno dei più belli della nostra storia e, lo ricordo per i più distratti (o meglio per il distratto per antonomasia), non parliamo del Grande Torino o del Toro del 1976, ma di una squadra costruita con intelligenza mescolando idee, un paio di campionissimi, giovani forti cresciuti in casa e gente che ha capito subito cosa volesse dire indossare la nostra maglia. Un suggerimento: se Urbano Cairo volesse vedere un Toro con tanti prodotti del settore giovanile in campo, e non parliamo di gente comprata un anno prima e buttata un anno in primavera, ma di calciatori che hanno fatto la trafila per anni, invece di chiedere a ChatGpt si guardi questo Toro e li conti. Potrebbe avere delle sorprese. E figuriamoci se cercasse su Google “Torino 1981/82”.


FRANCESCO BUGNONE - Classe 1979, tifoso del Toro dal 1985 grazie a Junior (0 meglio, a una sua figurina). Il primo ricordo un gol di Pusceddu a San Siro, la prima incazzatura l'eliminazione col Tirol, nutro un culto laico per Policano, Lentini e...Marinelli. A volte penso alla traversa di Sordo e capisco che non mi è ancora passata.

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