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Storia di un calcio d’angolo

Storia di un calcio d’angolo - immagine 1
Non tutti i calci d'angolo sono uguali. Alcuni entrano della storia come quello del 18 novembre 1984 battuto da Junior per Serena mentre si avvicinava il novantesimo. Francesco Bugnone ce ne parla nella nuova puntata di Culto

Leo Junior è stato un giocatore meraviglioso. Ha illuminato la Torino granata dentro e fuori dal campo con leadership, gol stupendi su punizione, lanci mirabolanti, futebol bailado. Eppure quando torna a Torino o quando qualche granata lo intercetta in giro per il mondo, spesso gli vuole parlare di un calcio d’angolo, gesto tecnico apparentemente banale rispetto ad altre giocate, ma non tutti i corner sono uguali, alcuni entrano nella storia e quello ci è entrato eccome.

Leo lo sa e non si tira indietro. Il giorno del Centenario, in cui solo Pulici verrà chiamato dopo di lui, Chiambretti gli chiede un ricordo della sua esperienza granata. La stella carioca lo abbranca e indica un punto con decisione: “In quella porta lì c’era un calcio d’angolo all’ultimo minuto di un derby poi ha fatto gol Serena. Quello lì non potrò mai scordarmi”. Il pubblico esplode in un boato, canta “LEO LEO”. Non importa che, nell’emozione del momento, Junior abbia indicato la curva sbagliata (ben peggiore è l’errore di chi gli ha confezionato la maglia celebrativa scrivendo un imperdonabile “Jiunor” sulle sue spalle), anche lui, fra le sue centodiciannove presenze granata tra campionato e coppe, ha scelto QUEL calcio d’angolo come momento clou della sua vita granata. “Un momento indimenticabile per tutti di noi” ripete spesso, perché in quel momento il Toro 1984/85 di Gigi Radice, oltre a dare una gioia unica ai suoi tifosi, capisce che sta ritornando grande.


Il giorno in cui viene battuto quel calcio d’angolo è il 18 novembre 1984, nona giornata del girone d’andata. Reduci da un convincente 2-0 al Milan i granata sono secondi da soli a due lunghezze dal Verona capolista e sopravanzano di quattro punti una Juventus che ha cominciato male il campionato collezionando solo otto punti e prendendone quattro nella San Siro nerazzurra una settimana prima. Le prime pagine dei giornali parlano di schiarite nei rapporti fra Usa e Urss e di Craxi che minaccia i franchi tiratori che vogliono far cadere il governo, ma sotto la Mole l’unica notizia che interessa davvero è che quel pomeriggio, alle 14.30, andrà in scena il derby.

Per il calendario gioca in casa la Juventus, ma conta poco. La Maratona è sfavillante, sente che quell’anno il Toro è meglio dei bianconeri e vuole ribadirlo anche sugli spalti in un magnifico pomeriggio di sole dopo una settimana di pioggia autunnale. Lo striscione che entra nella storia è “Minime al Nord: Juventus -4, siete ridicoli”, firmato da UG e Granata Korps, ma non è male neanche “Cugini restate in A, se no qui come si fa?”. Poi il bandierone scende a coprire la curva, bombe e fumogeni iniziano a comparire e quando il magnifico telo granata coi due Tori del pittore Geninetti scopre la curva più bella che ci sia è tutto un tripudio di bandiere che annichilirebbe qualsiasi concorrenza, figuriamoci il grigiore che quel giorno campeggia in Curva Filadelfia. Il derby sugli spalti è vinto dieci a zero, quello in campo sta per cominciare.

Trapattoni deve rinunciare a Paolo Rossi, mentre Radix ha sciolto il ballottaggio Pileggi-Sclosa in favore di quest’ultimo, chiede attenzione nei confronti degli inserimenti dei centrocampisti e ha fatto provare parecchi schemi sui piazzati anche se dice che spera non siano decisivi nell’economia della partita. Di lì a un paio d’ore sapremo che avrà fatto benissimo. Il Trap schiera Tacconi, Favero, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Briaschi, Tardelli, Vignola, Platini e Boniek. Radice risponde con Martina, Danova, Francini, Galbiati, Junior, Ferri, Zaccarelli, Sclosa, Schachner, Dossena e Serena. L’arbitro è Agnolin che manca dalla stracittadina dal 26 ottobre 1980, vittoria granata in rimonta e con polemiche bianconere su alcune decisioni dell’uomo di Bassano del Grappa.

La partita è accesissima dal punto di vista agonistico e un energico intervento a centrocampo di Dossena e Zaccarelli, giudicato falloso da Agnolin, fa subito nascere un parapiglia che la dice lunga sul termometro della gara. Nella prima parte dell’incontro è Platini a trascinare i bianconeri portandoli in vantaggio dopo un quarto d’ora su punizione di seconda toccatagli da Cabrini. Il francese potrebbe addirittura raddoppiare al 35’ con un’azione solitaria in cui è costretto a evitare, oltre ai difensori granata, Boniek che si trova in netta posizione di fuorigioco. Il diagonale del francese sull’uscita di Martina attraversa la porta per uscire di un soffio e la Maratona se la cava con un grosso spavento e nulla più.

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Il Toro si scuote. Non che stesse giocando male, ma inizia a essere più incisivo. Serena si trasforma in uomo assist: per due volte viene pescato sul palo lontano (punizione di Junior, lungo traversone da sinistra di Dossena), per due volte mette un compagno a pochi metri dalla porta. Nella prima circostanza fa la torre per Schachner che viene schiacciato come il ripieno di un panino da due difensori bianconeri e non riesce a colpire di testa a sua volta. Nel secondo caso Aldo la mette tesa e Zaccarelli, in spaccata, manda alto mentre le braccia dei tifosi granata si stavano già alzando per festeggiare. Il tempo si chiude con la staffilata di Sclosa da fuori che sibila vicino alla base del montante e l’appuntamento con la sublimazione di questo crescendo e a un intervallo di distanza.

Il Toro attacca sotto la Maratona e pareggia dopo appena tre minuti con un’azione bellissima che profuma di calcio totale fra difensori che si sganciano e attaccanti che rifiniscono. Tutto parte dal libero Galbiati, che sembra traccheggiare studiando gli avversari, poi allarga a Dossena e all’improvviso si fionda in avanti pronto a ricevere palla sulla destra con un’azione che ricorda da vicino quella che iniziò la rimonta nel famoso derby del 3-2. L’ex viola crossa sul secondo palo dove Schachner si butta sulla palla e, con un acrobatico colpo di testa, mette al centro. A un passo dalla linea c’è Francini, magnifico terzino sinistro che in quel momento ha seguito l’azione da consumato centravanti e scaraventa sotto la traversa. Favero si fatto scavalcare dal pallone sul traversone di Galbiati, Tacconi è uscito in maniera incerta, ma i meriti granata sono superiori ai demeriti avversari. In altre parole se in quel momento la Juve è Platini e poco altro, il Toro è una squadra e anche molto forte.

I granata continuano a spingere. Una verticalizzazione di Junior pesca Serena ai venti metri e il numero undici, spalle alla porta, lavora un gran pallone e serve un elegante assist col sinistro per Galbiati inseritosi al galoppo. Una giocata quasi mandata a memoria ed è un peccato che il diagonale di Roberto esce di un niente come quello di Platini nel primo tempo, ma l’azione è stata ancora una volta galvanizzante.

Prandelli per Vignola è la mossa che Trapattoni utilizza per cercare di contrastare lo strapotere granata a centrocampo e per un po’ il piano riesce. Appena si apre mezzo spiraglio, però, il Toro ci si fionda come quando Junior lancia sulla destra Dossena che vince un duello aereo con Scirea che si è venuto a trovare fuori posizione, punta l’area e colpisce la parte sbagliata della rete. Al 79’ Platini avrebbe una buona occasione all’altezza della lunetta, ma anche lui è calato come i suoi compagni e la mira è sbilenca.

A pochi istanti dal novantesimo Junior apre a sinistra e sul pallone si buttano Zaccarelli e Tardelli. La sfera esce sul fondo mentre i due ex compagni di nazionale finiscono a terra rotolandosi per il dolore in seguito al contatto. Punizione: batte Leo e la barriera devia oltre il fondo. Il Toro può battere un calcio d’angolo a venti secondi dalla fine.

Fermiamo l’immagine su Junior che sistema il pallone sulla lunetta e si prepara alla rincorsa  per andare indietro nel tempo. Non di molto, soltanto un mese e mezzo. Il 30 settembre Maradona ha calcato per la prima volta il prato del Comunale e dopo un minuto aveva già di che disperarsi. Serena conquista un angolo sotto la Maratona, Junior lo batte da sinistra sul primo palo, irrompe lo stesso Serena che incorna nel sacco con Castellini che non riesce a uscire e viene quasi risucchiato in porta dall’energia messa dal centravanti per colpire di testa. Torniamo al 18 novembre perché sta per arrivare il remake di quella giocata.

Junior batte il calcio d’angolo e se possibile lo fa ancora meglio che contro il Napoli. Traiettoria a rientrare, forte. Serena come contro il Napoli, anzi meglio, zompa sulla sfera e la scaraventa in rete di testa. La gioia è talmente grande che, dalle immagini, Aldo sembra non sapere come festeggiare. Pare scattare sotto la curva, poi si ricorda di essere diffidato, rallenta, si ferma sulla linea di fondo e salta sul posto. In un attimo lo raggiungono i compagni in una delle esultanze più iconiche dei nostri anni anni 80 e non solo. Finirà sulla copertina di “Belli e Dannati” di Marco Cassardo oltre che nel nostro cuore.

Il dietro le quinte di quel gol è quello che fa Serena prima che Junior batta, cioè aspettare il momento giusto per lasciare di mestiere inchiodato in area Brio, al rientro da un intervento al menisco con un recupero record e ora visibilmente stanco, e trovare lo spazio per andare a colpire di testa su quella traiettoria velenosissima per la quale Tacconi pagherà con qualche domenica in panchina. Lo stesso autore del gol scagionerà l’estremo difensore bianconero perché quelle traiettorie sono difficilissime da intercettare.

“Il bello di queste vittorie è che non finisce lì. Hai un minuto o due di sofferenza e poi quando finisce ti dà l’estasi del traguardo fatto con tanta emozione”, parole e musica di Aldo Serena che ci porta ancora una volta a quel momento, stavolta nei secondi successivi alla rete, quando assapori il successo e al tempo stesso non vuoi neanche pensare a cosa vorrebbe dire buttarlo via. Quel giorno in tribuna ci sono anche i suoi genitori che non credono di essere riconosciuti dai tifosi del Toro, ma dopo la rete si troveranno anche loro tre file sotto rispetto a dove erano seduti, travolti dagli abbracci e dalla gioia dei granata. Da qualche parte in tribuna un commosso Sergio Rossi abbraccia Pianelli in uno splendido incrocio fra grandi presidenti. Francini si prende i complimenti per avere segnato ed annullato Boniek, Danova vive una seconda giovinezza, Zaccarelli e Dossena provano a tenere i piedi per terra, così come Radice, ma la gioia deborda dappertutto. Il Verona ha pareggiato con la Sampdoria e domenica verrà al Comunale, ma non è ancora tempo di pensarci. É solo tempo di essere felici e consapevoli che quel pomeriggio resterà. Quante storie dentro quel calcio d’angolo.

Classe 1979, tifoso del Toro dal 1985 grazie a Junior (o meglio, a una sua figurina). Il primo ricordo un gol di Pusceddu a San Siro, la prima incazzatura l'eliminazione col Tirol, nutro un culto laico per Policano, Lentini e...Marinelli. A volte penso alla traversa di Sordo e capisco che non mi è ancora passata.

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