Toro News Columnist L'Editoriale E se Torino perdesse la pazienza?

E se Torino perdesse la pazienza?

Andrea Calderoni
Ancora nessuna novità sul fronte stadio "Olimpico-Grande Torino": i tempi iniziano a essere stretti dopo che settembre è passato invano

Spalle al muro. Quando si procrastina di continuo è inevitabile che ciò accada. La questione "Olimpico-Grande Torino" inizia a creare qualche imbarazzo e non è la prima volta che una gestione del genere provoca riflessioni simili nei 21 anni di presidenza di Urbano Cairo. Non più tardi della scorsa settimana si è parlato della nuova casa del settore giovanile del Torino, il tanto atteso Robaldo, definendolo il capolavoro dell'era Cairo. Si è anche detto che la parola capolavoro nei 21 anni di presidenza Cairo va ampiamente contestualizzata, soprattutto considerando le incredibili tempistiche con cui si è arrivati a inizio stagione 2026/2027 all'apertura del quartier generale a tutte le squadre giovanili granata, dalla Primavera a scendere. Detto questo, il Robaldo c'è, è in funzione e per la prima volta in quasi 120 anni di storia tutte le giovanili del Torino sono riunite in uno stesso luogo. Tuttavia, risolta l'annosa questione Robaldo, ne restano molte altre in sospeso sul fronte infrastrutturale, settore mai veramente preso in considerazione (e non si capisce la ragione) dalla presidenza Cairo. In giro per il mondo, e anche per l'Italia, c'è fermento sul discorso stadi. Sotto la Mole invece si vive il solito paradosso: il Comune incalza, Cairo e la società temporeggiano. Cosa si aspetta? La provocazione lanciata la scorsa settimana non cambia: al momento il Torino F.C. ha un'idea concreta di cosa vorrà fare con lo stadio "Olimpico-Grande Torino" per avviare ufficialmente il tanto atteso partenariato pubblico-privato? Forse il nodo della vicenda sta proprio qui. E vedendo come stanno evolvendo le cose potrebbero cambiare le prospettive perché il progetto rischia di diventare fondamentale per non aprire una crisi istituzionale con il Comune di Torino.

Il quadro che si sta delineando è quello delle spalle al muro. In settimana il presidente Cairo ha preferito, in modo velato (ma non troppo), mettere spalle al muro il suo attuale allenatore Ignazio Abate, nel giro di poco tempo dovrà però pensare come uscire da questa situazione di impasse che ormai perdura da mesi (se non da anni) sulla vicenda stadio. E va detto che imbastire un progetto serio che possa trasformare lo stadio "Olimpico-Grande Torino" in un qualcosa da vivere non soltanto due weekend al mese ma tutti i giorni non appare un'impresa impossibile. La storia dell'impianto inizia a essere datata: è stato inaugurato per i Giochi Olimpici di Torino 2006, ha vent'anni di vita, e gli ultimi lavori di restauro sono avvenuti nel 2009. Tra gli stadi di Serie A soltanto tre hanno subito dei restyling più lontani nel tempo: l'Olimpico di Roma (2008), il "Renato Dall'Ara" di Bologna (1990, già finanziati i lavori) e il "Luigi Ferraris" di Genova (1989). Già soltanto questo dato dovrebbe far aprire gli occhi e far concludere in tempi rapidissimi la procedura di partenariato pubblico-privato per garantire un nuovo futuro allo stadio "Olimpico-Grande Torino". Ma si sa che procrastinare resta uno dei verbi più descrittivi dei 21 anni di era Cairo, quindi non può che valere anche su una questione tanto centrale come quella relativa alla casa della Prima Squadra.

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La vicenda è ormai arcinota. Con la scadenza della concessione decennale nel 2025, il rapporto tra il Torino F.C. e il Comune di Torino è proseguito attraverso una proroga temporanea. L'obiettivo è individuare una soluzione di lungo periodo che consenta di riqualificare l'impianto. Nell'aprile di quest'anno il club ha formalizzato una manifestazione d'interesse e sottoscritto un protocollo d'intesa con il Politecnico per elaborare una proposta di partenariato pubblico-privato, riguardante anche il Robaldo. Da quel momento nessuna novità. Il sindaco di Torino Stefano Lo Russo attendeva qualche novità a settembre, ma il nono mese dell'anno è trascorso senza sussulti. Ora è l'assessore allo sport Domenico Carretta a rincarare la dose: "Ci aspettavamo una risposta in questi giorni sullo stadio, è utile che ciò avvenga anche perché bisogna mettere in moto la macchina. A giugno abbiamo prolungato il contratto anche per una manifestazione di interesse del Politecnico. La proroga è valida fino a dicembre... Abbiamo esigenze amministrative".

Ma il Comune di Torino non è l'unico a tirare metaforicamente la giacchetta alla società granata. Gli ultimi giorni sono stati di assoluto fermento in quasi tutta Italia per la questione stadi. Chiudevano le candidature degli impianti in vista di Euro2032 e così si sono susseguite le notizie di ristrutturazioni imminenti in tanti impianti italiani: da Bologna a Bari, da Verona a Napoli. Una grande festa, tanti iscritti, qualche escluso, tra cui il Torino, che attende la volta buona per formalizzare qualcosa di concreto. E diciamo che il popolo granata può ricordarsi che già il 2 dicembre 2005 venivano accostate per la prima volta due parole, ovvero cittadella e granata. Cairo era appena arrivato e i granata si barcamenavano sui campi del campionato cadetto alla ricerca di un ritorno in Serie A. Sono trascorsi 21 anni e l'espressione cittadella granata resta un fantomatico "binomio fantastico", prendendo in prestito la fortunata formula di Gianni Rodari. Cittadella e granata appaiono due parole prese a caso, senza legami logici evidenti che sono state in qualche modo accostate e hanno dato vita a un progetto mai pervenuto, sempre e soltanto procrastinato. E se questo dev'essere il futuro del club, allora è davvero triste, senza prospettive.

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