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Ciao Osvaldo

Francesco Bugnone
Culto / Dal duello scudetto del 1985 al Genoa europeo: il ricordo di un allenatore che ha incrociato più volte la storia granata

Il 17 luglio di quest’anno, poche settimane dopo aver compiuto novantun anni, ci ha lasciato Osvaldo Bagnoli. Il “Mago della Bovisa”, nome del quartiere milanese da cui proveniva, è stato uno degli allenatori più importanti degli anni ottanta e dei primi anni novanta. Basterebbe lo scudetto con il Verona per dargli l’immortalità calcistica, ma Bagnoli ha scritto molte altre grandi imprese.

La costruzione del Verona dello scudetto non è improvvisa. Dopo aver guidato i gialloblù alla promozione in serie A nel 1982, la squadra viene costruita inserendo giocatori di valore, ma scartati troppo presto dalle grandi o rivelatisi promesse non ancora mantenute. Tricella, Garella, Galderisi, Fanna e Di Gennaro sono alcuni fulgidi esempi di questa politica, mentre l’ex Toro Domenico Volpati, dato con eccessiva fretta come troppo vecchio per certi livelli, vivrà una seconda giovinezza in gialloblù.

Nel 1982/83 il Verona tallona a lungo la Roma che vincerà lo scudetto prima di un calo nel finale che non comprometterà la qualificazione alle coppe europee con uno splendido quarto posto. Il rimpianto maggiore è in Coppa Italia dove, dopo aver battuto la Juventus per 2-0 nella finale di andata, cede all’ultimo minuto dei supplementari al Comunale. E dire che a un certo punto sembrava profilarsi un derby come ultimo atto del trofeo, perché il Toro aveva vinto al “Bentegodi” la semifinale di andata con una rete di Hernandez e si trovava avanti anche al ritorno con un gol di Selvaggi, ma l’ex Volpati e Penzo ribalteranno il risultato.

La stagione successiva il Verona arriva sesto ed è nuovamente finalista in Coppa Italia, sconfitto dalla Roma. In coppa Uefa l’avventura finisce al secondo turno, senza perdere, contro lo Sturm Graz, ma c’è il dolce ricordo dell’impresa dei trentaduesimi di finale con l’eliminazione della forte Stella Rossa andando a vincere a Belgrado. A questo punto si arriva al 1984/85 e nell’equazione perfetta dell’Osvaldo entriamo anche noi, perché se quell’anno il Verona è il precursore del Leicester, noi lo siamo del Tottenham, la squadra nobile che potrebbe avere l’autostrada verso il titolo visti gli inciampi delle cosiddette grandi, ma si ritrova davanti la variabile impazzita rinforzata dagli acquisti del mediano Hans-Peter Briegel e del centravanti Preben Elkjaer Larsen.

Gli uomini di Bagnoli e il secondo Toro di Radice partono come treni. Il giorno dello scontro diretto, alla decima giornata, guida il Verona imbattuto con quindici punti e seguono i granata con una lunghezza in meno e l’entusiasmo di un derby vinto all’ultimo respiro con gol di Serena. In molti pensano che al Comunale ci sarà il sorpasso, ma la sorte ci mette lo zampino. Il Toro giocherà una delle partite più belle del decennio, ma verrà fermato dai pali e da un Garella scatenato oltre che dai gol di Briegel e Luciano Marangon inframezzati dal pareggio di Dossena. Non lo sappiamo ancora, anche perché nelle due gare successive i granata vinceranno ad Avellino e col Como, ma quel giorno abbiamo perso lo scudetto anche se siamo ancora alla fine di novembre.

Quando le due squadre si incontrano al ritorno i punti di distanza sono sei: una splendida rovesciata di Serena e una rete di Schachner riaccendono una flebile speranza di rimonta, ma ormai è tardi. Dirà Bagnoli: “All’andata il gol e i pali li ha presi il Torino e oggi che era una partita destinata nei confronti del Torino contro di noi i pali li abbiamo presi noi e il rigore l’abbiamo sbagliato noi, perciò direi di essere contento perché nei momenti decisivi abbiamo avuto la fortuna. Abbiamo avuto la sfortuna in un momento dove possiamo anche sbagliare qualche colpo”.

Verona primo, Toro secondo: un po’ di dispiacere c’è, ma quei granata erano così belli che hanno ricevuto la giusta dose di applausi e amore. Bagnoli non riesce a ripetere la stagione precedente e nel 1985/86 il Verona chiude al decimo posto anche se il maggior rimpianto proviene dal famoso derby di Coppa dei Campioni contro la Juventus con non pochi veleni arbitrali nel match di ritorno in cui l’acceso dopo-gara porta a un vetro rotto nello spogliatoio dei veronesi. Quando arrivano le Forze dell’Ordine per vedere cos’è successo, l’Osvaldo risponde con una battuta tagliente: “Se cercate i ladri sono nell’altro spogliatoio”.

Dopo un brillante ritorno in Europa con un quarto posto nel 1986/87, la crisi societaria porta i veneti a lottare per posizioni meno nobili fino alla retrocessione del 1990, dopo aver fatto vivere al Milan una seconda Fatal Verona. La tappa successiva è Genova sponda rossoblù e anche lì il suo cammino si incrocia con quello del Toro. Dopo un inizio non facile, con la memorabile sfuriata di Bagnoli verso i tifosi per aver fischiato Bortolazzi in seguito a un rigore fallito in Coppa Italia contro la Roma, la domenica successiva il Genoa vince il derby della Lanterna grazie a una punizione pazzesca di Branco e a poco a poco si trova a lottare per le posizioni europee proprio insieme al Toro di Mondonico. Lo scontro diretto stavolta sorride a noi, un pirotecnico 5-2 sotto la pioggia, ma l’ultima giornata il Grifone ci dà una grossa mano per il passaporto Uefa con una vittoria per 2-0 su una Juventus di Maifredi ormai in disarmo che ci fa bastare lo 0-0 interno con l’Atalanta per festeggiare.

Il cammino di granata e rossoblù in Europa è esaltante, l’impresa di vincere ad Anfield Road di Aguilera e compagni è leggenda così come la vittoria del Toro contro il Real. In molti sognano una finale tra tifoserie gemellate e un vecchio articolo di Guido De Luca la immaginava come una sfida in cui la parità non si sblocca fino a fare alzare la coppa a entrambi. Purtroppo si metterà di mezzo l’Ajax che supererà il Genoa in semifinale, complice una vigilia opaca della gara d’andata causato da un discorso di premi partita, e ringrazierà i pali contro il Toro nella finale che conosciamo sin troppo bene.

É il momento dell’occasione con una big. Bagnoli approda all’Inter reduce da una disastrosa stagione che l’ha costretta fuori dalle coppe. Dopo un girone d’andata con qualche stop di troppo, i nerazzurri inseriscono Manicone a centrocampo e trovano quell’equilibrio che permette loro di provare una rimonta incredibile nei confronti di un Milan stellare e se non ci fosse stato il pareggio di Gullit nel finale del derby di ritorno chissà. Gli acquisti di Bergkamp e Jonk sembrano dare alla Beneamata ciò che mancava per l’assalto al tricolore, ma non sarà così. Una rocambolesca sconfitta con la Lazio a inizio girone di ritorno costerà l’esonero all’Osvaldo con l’Inter sesta. Finirà tredicesima, pur vincendo la Coppa Uefa. Nessuno lo può immaginare, ma quella gara decisa da un errore di Zenga su conclusione di Di Matteo al 90’ sarà l’ultima che vedrà Bagnoli seduto su una panchina.

Questa sorta di pensionamento anticipato è un regalo per il tecnico del miracolo veronese che scopre la bellezza di dare più tempo ai suoi affetti e alle proprie passioni. Gli manca il campo, ma non il contorno. Scopre che si vive bene anche senza pallone e che qualcosa in precedenza gli è mancato pur riconoscendo che i veri sacrifici sono altri. Una vecchia dichiarazione di Tullio Gritti riportata sul primo volume di “Meteore - storie vere di calcio italiano” di Andrea Aloi dice che Bagnoli si diverte troppo da quando ha smesso di allenare, scoprendo cose che prima non si immaginava neppure. “Ha imparato a sciare, figurati”.

Addio o arrivederci, Mago della Bovisa. In un calcio per certi versi migliore, per altri peggiore, per altri ancora completamente uguale a questo tu sei stata una delle persone più facili a cui voler bene anche se sedute su un’altra panchina.


FRANCESCO BUGNONE - Classe 1979, tifoso del Toro dal 1985 grazie a Junior (0 meglio, a una sua figurina). Il primo ricordo un gol di Pusceddu a San Siro, la prima incazzatura l'eliminazione col Tirol, nutro un culto laico per Policano, Lentini e...Marinelli. A volte penso alla traversa di Sordo e capisco che non mi è ancora passata.