Il miracolo sportivo di Gianluca Petrachi
Sarebbe troppo facile esaltare Ignazio Abate. Non erano ancora divenute celebrità nazionali i virologi quando il Torino aveva vinto per l'ultima volta nella sua storia tre partite di fila. Le tre affermazioni, dopo la maxi-sosta, sono in climax ascendente: la prima con tanta fortuna (del resto ci vuole anche un po' di "culo"), la seconda grazie a una prima mezz'ora di livello, la terza al termine di una prestazione notevole sotto il profilo caratteriale e anche tecnico-tattico. Il Torino di Abate sorprende? Non più di tanto. I principi espressi dal tecnico fin dal ritiro di Pinzolo erano chiari e condivisibili. L'applicazione pratica richiedeva del tempo. Si sapeva che fino allo stop per le Nazionali il Torino avrebbe dovuto stringere i denti, poi avrebbe potuto esprimersi su altri livelli e così sta avvenendo. Il calcio di Abate è moderno, è frizzante ed è quanto di più straniante offre la Serie A in questo mese di ottobre. Le asimmetrie sono già diventate un marchio di fabbrica del tecnico. Non è da sottovalutare un altro aspetto: il Torino sta benissimo fisicamente. E anche questo non sorprende particolarmente visto che raramente in ritiro si erano visti carichi così pesanti come quelli dell'ultima estate. Abate è stato bravissimo a uscire da una prima fase stagionale zoppicante, nella quale ha dovuto gestire un gruppo molto nuovo che è andato formandosi quando le partite ufficiali avevano già iniziato a presentare il conto. Ha dimostrato di essere un allenatore più maturo della sua carta d'identità, ma nello stesso tempo con la sua proposta di calcio sta svecchiando (e non poco) la nostra Serie A.
Chi più di ogni altro ha voluto Abate sulla panchina del Torino per la stagione 2026/2027 è stato Gianluca Petrachi. Ma probabilmente questo non è il principale merito del direttore sportivo granata. Nel suo habitat naturale, quello all'ombra della Mole, Petrachi sta compiendo un vero e proprio miracolo sportivo. Miracolo non è una parola avventata. Va però contestualizzata. Petrachi ha dovuto muoversi tra più fuochi diversi mettendo insieme esigenze molto differenziate. Ha dovuto, come spesso abbiamo ripetuto, fare le nozze con i fichi secchi. In questo è imbattibile e infatti è riuscito ad allestire una rosa completa, lunga (specie a centrocampo), dal tasso qualitativo superiore rispetto alle scorse annate; una rosa che è un giusto mix di gioventù pronta a esplodere e veterani di lungo corso pronti a guidare. Ha agito con un senso diplomatico che ci porta a dire che girovagare per la penisola tra la prima esperienza al Torino e la seconda gli è servito tantissimo. Da Roma e Salerno è uscito più che scottato. Ha pagato terribilmente i suoi modi severi ma giusti, diretti e progressisti. In granata è tornato cambiato, senza però perdere il suo piglio; è tornato molto più diplomatico e si è mosso su una corda tesa come il più bravo degli equilibristi. La sua impronta sul Torino visto contro il Monza si vede eccome. Aggiungiamo che la sua impronta sull'ambiente granata non è da meno.
Petrachi ha dimostrato di possedere due spalle molto larghe in grado di fare da parafulmini. Ha ereditato una situazione pessima da Davide Vagnati (ogni settimana che passa è sempre più evidente l'abisso che intercorre tra le due gestioni) ed è sopraggiunto a Torino nel momento di maggior scollamento tra tifoseria e presidenza. Ha agito sottotraccia, ha mosso le pedine che voleva nei suoi primi sei mesi di questa seconda esperienza in granata. Ha preso le misure per apparecchiare il campo in vista della campagna acquisti estiva. In inverno si è limitato a pensare a come salvare il Torino. Si è affidato a un abile traghettatore come D'Aversa e ha puntellato la rosa con alcuni mirati acquisti per agguantare l'obiettivo senza però privarsi di libera scelta in vista dell'estate. Non si è vincolato a niente e a nessuno, ha insistito per avere un allenatore emergente e giovane e poi ha lavorato tra mille difficoltà per assemblare una rosa di caratura superiore rispetto alle precedenti. Non a caso anche i media nazionali hanno iniziato a comprendere la portata dell'operato di Petrachi. Nel prepartita di ieri sera Massimo Marianella, una delle voci più iconiche del calcio targato Sky Sport, ha dichiarato: "Io credo che questo Torino, come qualità di roster, sia il migliore degli ultimi anni. Hanno fatto il miglior mercato degli ultimi anni".
Lo avevamo già detto a fine luglio che Gianluca Petrachi ci era mancato, lo ribadiamo oggi dopo la terza vittoria consecutiva, tra l'altro targata per due/terzi da giocatori provenienti dal mercato estivo (Fitz-Jim e Belghali). Ci era mancato perché sa tracciare una linea, sa incidere nel profondo e al Torino non si era più abituati a un'impostazione simile. Probabilmente lo stesso Cairo vedendo come si sono evolute le vicende in estate e in questa prima fase dell'autunno si mangia le mani per non essersi chiarito prima con il direttore sportivo più importante della sua esperienza nel mondo del calcio. Il ritorno di Petrachi ha generato valore e le decisioni assunte dal direttore nel corso di questi mesi hanno contribuito a vivere una serata come quella di ieri contro il Monza. A renderla ancor più speciale ci ha pensato una Maratona commovente: è stata cercata dai giocatori prima del match ed è stata effettivamente la dodicesima forza in campo. Una Maratona trascinante come non avveniva da parecchio tempo. Così come non avveniva da parecchio tempo che dopo una vittoria (tra l'altro la terza di fila) non parlasse, interpellato dai giornalisti, all'uscita dallo stadio, il presidente Cairo. Anche in questo caso, come già sostenuto nel recente passato dopo la sconfitta contro la Roma, sia lodato il nessun commento. Le uniche parole di Cairo attese da tutto l'ambiente granata nelle prossime settimane riguarderanno la presentazione (si spera) di un progetto per lo stadio "Olimpico-Grande Torino". Per il resto la nuova strategia comunicativa appare la migliore in assoluto. La caravella Abate sta viaggiando, le vele iniziano a gonfiarsi e Petrachi, dalla stiva, osserva e può gioire per il suo miracolo sportivo. Non era scontato e rappresenta la sua personale redenzione.
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