Dalla rivoluzione dei Peones 2.0 ai tre acquisti in una settimana: ecco come il direttore pugliese si è ripreso il Torino
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Sì, lo possiamo dire: Gianluca Petrachi ci era mancato. Era mancato a tutto il mondo Toro. Il suo modo di agire e di fare ha segnato un'epoca in casa granata, l'epoca più felice dei 21 anni di presidenza di Urbano Cairo. Siamo ancora distanti dal termine del calciomercato estivo, però possiamo dire che l'estate caldissima di Petrachi è già stata segnata da spunti di notevole interesse. Il primo ve lo abbiamo narrato il 15 giugno scorso: una sorta di rivoluzione dei Peones 2.0, non incentrata sul rettangolo verde quanto sugli apparati che avevano retto il Torino negli ultimi anni. Tante figure storiche sono state salutate, è stata portata una ventata di aria fresca. Notevole in tal senso la scelta effettuata sulla figura del team manager: Alessandro Gazzi è stato, nell'ombra, una figura di spicco del ritiro di Pinzolo, un tuttofare preziosissimo per cementificare i rapporti tra squadra, società ed esterno. Non può nemmeno passare inosservato il cambio di paradigma con Emiliano Moretti. Il responsabile dell'area tecnica granata ha presenziato con maggior costanza agli allenamenti del ritiro in Val Rendena e più in generale sta vivendo da vicino la gestazione della squadra di Abate. Nel recente passato, quello caratterizzato da Davide Vagnati, l'idea di fondo era diametralmente opposta: Moretti assente dal campo e molto più presente a Milano nei luoghi simbolo del calciomercato.
E poi ci sono le scelte di campo e anche in quelle Petrachi sa davvero il fatto suo. Sa essere il perfetto interprete del detto: "Fare le nozze con i fichi secchi". Le risorse a disposizione del Torino sono contenute, lui non si arrende e trova soluzioni sulla carta congeniali; è chiaro le tempistiche possono far storcere il naso (aver "sprecato" il ritiro di Pinzolo è stato un vero peccato e lo abbiamo evidenziato parlando dell'ennesima procrastinazione di Cairo), però il tris di acquisti piazzato sul tavolo nella settimana del 27 luglio è roba che a Torino, sponda granata, non si vedeva da parecchio tempo. Uno svincolato esperto, un giovane italiano in prestito con diritto di riscatto, un giovane straniero acquistato a titolo definitivo: tre operazioni, tre modalità di azione differenti per cercare di soddisfare le richieste di Abate. Probabilmente, tra le tre la più debole potrebbe essere quella di Comuzzo (riscatto molto alto e caratteristiche del difensore meno improntate all'impostazione), anche se comunque stiamo parlando di un 2005, italiano, in orbita Nazionale e quindi nemmeno questa è da buttare via a priori.
E poi l'altra cosa che c'era mancata di Petrachi è il suo lavorare sotto traccia. L'annuncio lo si fa quando l'accordo è fatto. Non vengono spese troppe parole inutili e infatti quasi sempre il colpo di Petrachi spiazza tutti perché riguarda un nome che non era mai stato accostato al Torino. Nel suo modo d'agire Petrachi è diversissimo rispetto al suo predecessore Vagnati che anche sui social personali amava pubblicare degli indizi sulle piste che stava seguendo. Petrachi sembra essere direttore sportivo più del fare che dell'apparire e la sua carriera granata è lì a dimostrarlo. Poi, quando si opera con poche risorse la cantonata o più semplicemente l'errore di valutazione è sempre dietro l'angolo, però anche se dovesse arrivare sembra sopraggiungere da una stretegia coerente e chiara. Sono quindi bastati otto mesi a Petrachi per riprendersi il Toro, per ridettare una linea che Vagnati in sette anni, purtroppo, non è riuscito a tracciare. La lunga estate caldissima (citando gli 883) è ben lungi dall'essere finita, però una conferma importante l'abbiamo ricevuta: Gianluca Petrachi ci era proprio mancato.
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