Loquor / "Si capisce, arrivati a questo punto, che tifare per una squadra di calcio è un po’ come tifare per la propria vita”
“meglio tirare a campare che tirare le cuoia”
Giulio Andreotti
L’amore per la mia squadra di calcio è fissata nel punto più lontano delle stelle, perché tenendolo così lontano sono certo esista ancora. Esso c’era prima che io nascessi, mi aspettava lungo il sentiero dell’innato, ovvero dell’incomprensibile comprensibile. Si capisce, arrivati a questo punto, che tifare per una squadra di calcio è un po’ come tifare per la propria vita; una vita legata estrinsecamente e intrinsecamente al gioco. Il Toro è uno stimolo continuo di sentimenti, il paravento dietro il quale conservo i miei dolori, acquietandoli di Granata. Se non si è mai amato nel profondo qualcosa, non si può capire l’intensità di un gol che può capovolgerti la vita, non puoi rendere a te comprensibile l’emozione della consapevolezza che qualcosa, in quel preciso momento,ti sta restituendo la vita. Violare il gioco è scardinare l’onore presente nell’esistenza, riducendolo ad ammennicolo foriero di battute facili per il cinismo. C’è voglia di buttare giù totem culturali in occidente, che è qualcosa di più della “cancel culture”, è desiderio di sostituire il vecchio perché non lo riconosciamo più. Tifare per il nuovo, qualsiasi esso sia, è quasi un sentimento rancoroso verso quell’antico da cui ci sentiamo abbandonati, trovandoci all’improvviso estinti dalla tradizione. Se vogliamo capire la crisi del calcio italiano, abbandonato persino dalla strada, dobbiamo riflettere sul fatto che esso è decaduto nei nostri pensieri nello stesso momento in cui il Paese si è totalmente smarrito a causa di una classe dirigente(politico/industriale/culturale) misteriosamente non più all’altezza di una storia tra le più gloriose e particolari del mondo. Se la Juventus non riesce più a prendere il trentottenne Robert Lewandowski, che dopo essere stato a lungo trattato dai bianconeri ha preferito l’aria blues di Chicago per andare a terminare la sua carriera, vuol dire ratificare uno stato comatoso profondo nelle ambizioni collettive italiche di cui non riusciamo a trovarne le origini. Nel calcio continuiamo ad essere continuamente bocciati o sonoramente fischiati; esso, il calcio, è divenuto la vetrina perfetta e sintomatica di ogni nostro fallimento, che è imprenditoriale e culturale prima di essere calcistico.
Non siamo più artigiani e nemmeno innovatori, non riusciamo ad avere livelli di business, tranne poche eccezioni, che siano prodromo di un futuro successo internazionale di una impresa. E fare calcio, con una concorrenza che si è ormai completamente globalizzata, è diventato un affare che prima ancora di essere assai costoso richiede abilità nonché attenzione. Se l’unica opzione per i nostri club sembrano essere diventati i fondi di investimento speculativi, vuol dire che essi sono diventati attrattivi più per la gestione lucrosa del debito che per dei ricavi di impresa. Si è giunti alla surreale situazione, per me scandalosa, in cui le proprietà prestano soldi con interessi al loro club come fossero normali società finanziarie. A causa di tale attività di usura(detto in senso lecito e letterale del termine, ovviamente) e usurante, la mia squadra del cuore si trova in debito con il suo proprietario, Urbano Cairo. E questo mentre noi tifosi invochiamo da lui crediti. La situazione è talmente paradossale, che in ogni momento Cairo potrebbe chiedere indietro all’istante i soldi investiti solo apparentemente, ma che in realtà sono stati prestati. Questa cosa potrebbe avvenire, per esempio, in caso di cessione del club. La finanza abile nel prendere il sopravvento sui modelli di business di produzione, è il grande elefante presente nella stanza della nostra economia, un elefante che consente qualsiasi operazione disinvolta, anche accettata come una norma della consuetudine. Diventata uno strumento finanziario e non un soggetto di produzione, chiaro che prima di cedere una società di calcio, anche la più scalognata, uno ci pensi molto bene e deve individuarne una convenienza, altrimenti non se ne fa nulla: si tira a campare lucrando sul passivo e sui diritti tv. Il proprietario di una grossa catena nazionale di prodotti(con fatturato miliardario), e perdonerete se non dico il suo nome, mi ha detto testuale: “ho chiesto informazioni per comprare il Toro. La risposta è stata che servono 200 milioni di euro al netto dei debiti del club. Una follia, a queste condizioni nessuno andrà mai fino in fondo all’affare”. Avrà ragione o non avrà ragione l’imprenditore in questione, questo è quello che pensa il mercato imprenditoriale, e una conferma mi è venuta anche da due giornalisti autorevoli che avevano saputo di alcuni avvicinamenti importanti per acquisire la proprietà dei Granata, finiti nel nulla per le richieste economiche simili alla suddetta. In questa situazione collocata tra la simonia e l’usura, alcuni presidenti vorrebbero accedere allo strumento fiscale del “tax credit”, ovvero un credito di imposta che in pratica è una richiesta di soldi a fondo perduto alla fiscalità generale. Vediamo di capire la natura dello scandalo rimanendo sull’esempio di Urbano Cairo: io non ricapitalizzo mai, campo con i diritti tv, con ogni tipo di diritto ancillare scaturiti dall’immagine del club e con la compravendita dei giocatori, poi faccio guadagnare la mia holding prestando soldi al club, quindi vorrei l’aiuto di Stato per pagare i suoi debiti di cui una parte sono miei crediti. Siamo oltre il conflitto di interessi, la trovi il lettore la parola giusta a definire una situazione del genere.
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Alcuni questa la chiamano stabilità, ma in realtà è una difesa fino all’ultimo affare di uno status quo. In questo clima è stato eletto Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio, e con un programma economico(se si vuole chiamarlo così) ben chiaro: una tassa del 2% sulla raccolta delle scommesse, una maggiore quote dai proventi della lotta alla pirateria, il ritorno di incentivi fiscali. Ecco il motivo per cui i presidenti della lega Serie A, tra cui un entusiasta Urbano Cairo, hanno voluto in blocco la sua elezione. Risiamo al consueto abominio del capitalismo sorretto con i soldi dello Stato, il fare affari con i soldi degli altri e divenire così parte di una classe padrona non per meriti acquisiti sul campo del mercato, bensì sulla capacità di accaparrarsi soldi non guadagnati. Così si spiega un altro conflitto di interessi, cioè un intero gruppo editoriale, “RCS MediaGroup”, determinato ad appoggiare qualsiasi azione o sospiro di Giovanni Malagò presidente della Fgci, inerpicandosi sulla “Gazzetta dello Sport” in difese preventive come questo retroscena: “comunque la realtà dei fatti è che al Circolo Canottieri Aniene i due(Malagò e Mancini) non hanno mai affrontato la questione(nomina a Ct della Nazionale). Né a bordocampo, del resto sarebbe stato sconveniente, ma nemmeno del chiuso degli spogliatoi. E per il Mancio è stato un brutto colpo. Tanto che-tra il rassegnato e il deluso-ha imboccato su la via della Costa Azzurra. Meglio non pensarci più”. Sembra cronaca da retroscena, ma in realtà è ritratto omaggio di un Malagò stoico nel fare gli interessi supremi del calcio italiano anche a discapito dei desideri di un amico fraterno. Siamo al contrario di tutto ciò che poi è avvenuto, un avvenuto salutato da un clima soporifero da bisboccia tra amici di una conferenza stampa di presentazione di Roberto Mancini e Claudio Ranieri, dove il presidente della Federcalcio era tutto un ammiccamento complice ai giornalisti. E i due “presentati” facevano a gara per farsi i complimenti, insomma: era una parata tra “fratelli” dell’Aniene, davanti a dei cronisti che facevano la parte degli invitati ad una festa.
Cacciati i “milanesi” Roma è tornata “Capoccia”, l’incipit di Elisabetta Esposito sulla “Gazzetta dello Sport” pare una rielaborazione della Parabola del “Figliol Prodigo”: “e anche stavolta Roberto Mancini legge bene la situazione e anticipa ogni potenziale avversario in quella che vuole essere la sua totale riabilitazione azzurra”. E’ il lirismo che precede l’ammazzamento del vitello grasso, senza nessuno intenzionato a prendere in prestito la mazza da baseball di “Al Capone/Robert De Niro” per menare mazzate. Suvvia, siamo tutti amici e qualcuno finanche complice, e abbiamo pagato anche 500 euro per esserci, un po’ meno di un posto ad una cena vip di beneficenza. “Se c’è una responsabilità me l’assumo come sempre”, ha detto subito il vate dell’Aniene, sottraendo, qui davvero come sempre, le conseguenze da assumersi nel caso di ammissione di colpa. La retorica molte volte apre al ridicolo, a cui sono stati fatti prendere contorni di solenne serietà. Tocca rassegnarsi. La “ciccia” era avvenuta però in mattinata nell’audizione davanti alla “VII Commissione” del Senato, lì Malagò ha cominciato a squadernare le richieste del calcio: abolizione dell’Iva sulle operazioni del mercato interno, l’intero importo al calcio, e non il 10%, delle sanzioni riservate alla pirateria, e soprattutto il 2% della raccolta delle scommesse da destinare a chi gestisce gli eventi su cui si punta(“quel 2% darebbe tranquillità”, ha detto il presidente). De Laurentiis e Cairo sentitamente ringraziano. Peggio degli ultimi dodici anni non si potrà fare, quindi Malagò potrà sempre dire che la sua gestione è stata positiva. La vita non va mai con la verità, va con le due conferenze stampa tenute in due giorni dl neo presidente federale. Ho fissato l’amore per la mia squadra tra le stelle, anche per stare il meno possibile sulla terra. Non è molto, lo so. Davvero, lo so.
CARMELO PENNISI - Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.
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