Loquor

Il calcio perso nella frottola dei sentimenti

Carmelo Pennisi

Torna l'appuntamento con Loquor, la rubrica di Carmelo Pennisi

“Siamo noi a giocare o è con noi che si gioca”? Zygmunt Bauman

A volte quando penso al calcio o quando sento parlare di calcio da giornalisti main stream, avverto uno strano senso di disagio, e si fa largo l’idea di una terra promessa raggiunta, poi edificata ad immagine e somiglianza del rito, e in seguito distrutta nel momento in cui la sua strada si è incrociata con l’avidità e con il distacco dei guerrieri che invece di difendere le Termopili dai Persiani, ne hanno assecondato la volontà di dominio addirittura svelandogli i sentieri di conquista più sicuri. La corruzione di quest’epoca è ben rappresentata dai giornalisti che si occupano di calcio (ovviamente non tutti), di cui avrebbero dovuto difendere, anche a costo delle loro carriere, l’onore dall’assalto della cupidigia e degli interessi geopolitici. Il cuore di questo gioco è parte importante della biografia della storia dell’Europa, ne ha segnato il tempo e rinsaldato legami affettivi messi in pericolo da salti generazionali e improvvise accelerazioni delle molteplici modernità presentatesi al cospetto delle genti europee.

Fino ad un certo punto dello scorrere delle cose, nella confusione degli stravolgimenti l’evento del pallone era sempre lì, a circoscrivere i necessari cambiamenti richiesti dall’evoluzione tecnologica e dei costumi. Il gioco era il recinto in cui tutti potevano ritrovare le radici dell’albero. Ci sono diverse analogie tra il mondo descritto da Federico Fellini nella “Dolce Vita”, dove l’epoca sfavillante a passeggio tra Via Veneto e la Fontana di Trevi in realtà è il ritratto funebre di una società giovane e sana impegnata a ballare con la morte, pur non vendendola, e il sistema messo in piedi nel Vecchio Continente per far andare avanti le vicende dello sport più seguito al mondo. Gli agenti protagonisti di questo sport si stanno trasformando, o sono in via di trasformazione, in mostri quasi a loro insaputa. I giornalisti sportivi, dal loro canto, chiudono gli occhi, e ogni giorno vendono questa “mostrificazione” in atto come segno tangibile dell’evoluzione e del progresso del calcio. “La tv non può bastare per sostenere il mondo del calcio e i suoi numeri”, ha detto di recente Giuseppe De Bellis nel corso della presentazione di “SoldivsIdee”, di Michele Uva (dirigente Uefa) e Maria Luisa Colledani (Il Sole24Ore); un libro ambizioso nel voler essere pensoso sulla realtà del futuro del gioco più seguito al mondo, ma che in realtà è un ribaltamento a ritroso della parafrasi più in voga nello sport moderno alla fine di lunghi convegni, libri, articoli, invocazioni apocalittiche fatte ciclicamente da tutti i suoi protagonisti: “bisogna fare più soldi, quelli che abbiamo non bastano”.

“C’è un problema di sostenibilità”, ha detto Michele Uva, uno a cui testate come il “Financial Times” e “L’Equipe” hanno dedicato articoli esaltandone le doti di grande manager (“uno dei dirigenti calcistici più potenti d’Europa”, lo ha addirittura definito il prestigioso quotidiano finanziario inglese), e davvero si fa fatica a comprendere di quale sostenibilità possa parlare la volpe quando si mette a parlare di aria più salubre nel pollaio. Magari De Bellis (che nel 2006 ha svolto un corso di aggiornamento al “New York Sun”, tra i più antichi quotidiani della “Grande Mela”, e dai cui articoli di cronaca venne ricavata la sceneggiatura di “Fronte del Porto”, un film entrato nella storia del cinema) avrebbe potuto provare a chiedere, anche timidamente, cosa si sia fatto dalle parti dell’UEFA in questi ultimi anni per lenire il dolore provocato dal protocapitalismo, modalità scellerata messa a punto dall’Occidente per mettere al centro di tutto il guadagno, consegnando persino la città, cuore pulsante di ogni sviluppo antropologico, e la sua funzione abitativa e di relazioni sociali, alla speculazione finanziaria come magistralmente raccontato da Fedor Dostoevskij  nel suo “Delitto e Castigo”. Invece nel “De Bellis Gallico” (e che il divino Giulio Cesare mi perdoni) ci si butta decisamente nella superfetazione dell’Aleksander Ceferin pensiero, il Presidente Uefa protagonista della vendita “chiavi in mano” del calcio europeo ai traboccanti forzieri arabi, quelli che con una sola dichiarazione pubblica di una riga hanno recentemente mandato gambe per aria un colosso bancario come “Credit Suisse”.

Auto assurto a profeta biblico, il giornalista barese ha cominciato a sciorinare, con la sicumera di chi sa che tanto nessuno lo fermerà, visioni di “amplificazioni del valore del calcio”, spronando il malcapitato uditorio a convincersi delle proprietà salvifiche derivanti “dalla fusione con altri prodotti di consumo, il gaming e tante altre realtà”, al fine di consentire al tif… pardon, al consumatore di consumarsi e consumare 7 giorni su 7 le sue, a quel punto, disperate giornate. È la visione della tv abile nel coinvolgerti al “Truman Show” pensato per il calcio 2.0. Una visione assai vecchia, a dire il vero, percorsa già da “The Big Brother” e i suoi accoliti, ma l’importante è attivare un turbinio di illusioni verbali non tanto ad uso e consumo dell’uditorio e di una improbabile vendita del libro, ma piuttosto per avviare un clickbate tra le redazioni dei giornali e siti presenti nella rete in cui far circolare il verbo di un Michele Uva molto assertivo nel cercar di convincere il mondo della voglia di sostenibilità dell’UEFA.

Vogliono legittimarsi e legittimare la distruzione del calcio per farlo diventare da “Tempio” a spelonca di mercanti biodegradabili nella società liquida di Zygmunt Bauman, ma con carriere e conti correnti floridi. L’assunto è poter pagare tranquillamente il conto di un ristorante con innumerevoli “Stelle Michelin” e non passare alla storia per aver preservato l’onore e la storia del calcio. Sono tutti “liberal” (guai a chiamarli socialisti, ormai il termine è desueto. Se proprio si vuol fare un richiamino alla storia della sinistra li si definisca “progressisti”) quando invocano diritti civili, libera circolazione delle merci e delle persone, e improvvisamente pragmatici quando si voltano dall’altra parte di fronte ad una ipotesi di acquisto per 6 miliardi di sterline del Manchester United, cifra del tutto ingiustificata per le possibilità di business intorno al calcio. Eh già, caro de Bellis, il problema risiede proprio nell’amplificare il valore del calcio, il fonderlo con altre suggestioni di consumo. Tutto questo mentre la nostra Nazionale per trovare un attaccante, sulla scorta di Santa Romana Chiesa, è dovuta andare “fino alla fine del mondo”, in quell’Argentina dove ancora il calcio ha il sapore antico del provarci con qualche amico e due pietre a costruire una porta di fortuna. Nella nostra civiltà “dell’amplificazione del valore” non si vede più nessun bambino giocare per strada o in campetti occasionali, tutto è stato indirizzato presso scuole calcio a pagamento, magari griffate con il marchio di qualche club professionista. Presi dalla deflazione feroce degli stipendi, la working class italiana a tutto pensa tranne che a spendere soldi per mandare i propri figli ad “amplificare il valore” di qualche altro, e la sostenibilità di cui parla il grande manager Michele Uva ha semplicemente portato ad una sensibile minor pratica dello sport da sempre principe nel Paese. E mentre il “Gaming Disorder” (come ricorda, allarmata, l’Organizzazione Mondiale della Sanità) sta prendendo il sopravvento sugli altri interessi (causando seri disturbi psichici e fisici a generazioni di adolescenti), c’è chi pensa di monetizzare attraverso il vizio e le problematicità adolescenziali facendole contaminare con la fruizione del calcio. Tutto è talmente diventato un gaming, una frottola dei sentimenti, da risultare  credibile e lodevole i 12 milioni di euro messi a disposizione dall’UEFA,e strombazzati subito da Michele Uva, “in attività di responsabilità sociale.

Per noi è un investimento per il futuro, non solo per il calcio ma anche per la società”. 12 milioni di euro su un fatturato annuo dell’UEFA di 4,5 miliardi l’anno, questo vale l’interesse sociale di Ceferin e soci. Fai cadere una briciola e hai anche la faccia tosta di vantartene, per poi chiosare direttamente sul politicamente corretto: “la nostra campagna Cleaner Air, Better Games ha contribuito a informare sia i tifosi di calcio che le parti interessate sul pericolo reale e presente dell’inquinamento atmosferico e abbiamo firmato un protocollo con l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, per sostenere l’accesso dei rifugiati allo sport e migliorare l’inclusione sociale”. Quando si dice saper stare al mondo e aumentare il valore persino delle parole dette. Certo a Uva non deve mancare il senso dell’umorismo quando va sedersi allo stesso tavolo di Nasser Al Khelaifi e gli parla del primo obiettivo dell’Uefa, ovvero l’antidiscriminazione. Oppure, via via, della sostenibilità delle infrastrutture, oppure di economia circolare. Ma non deve preoccuparsi, ci sono tanti Giuseppe De Bellis pronti a “mettere tutti al corrente, lasciando nessuno con la più pallida idea”. Ah, quanto manca la saggezza di Zygmunt Bauman, bravo a indicare i titoli dei giornali utili a cancellare dalla memoria i titoli del giorno prima. “Estote Parati”, siate pronti. Ma davvero a tutto.

Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

Attraverso le sue rubriche, grazie al lavoro di qualificati opinionisti, Toro News offre ai propri lettori spunti di riflessione ed approfondimenti di carattere indipendente sul Torino e non solo.