Torino, parla Camolese: ”I genitori siano una risorsa e non un problema per il calcio dei giovani”

Torino, parla Camolese: ”I genitori siano una risorsa e non un problema per il calcio dei giovani”

AC GRANDE TORINO / L’ex allenatore granata presenta una interessante relazione: ”Anche le donne possono giocare a pallone, ma in tal senso l’Italia è molto indietro”

Avete già potuto leggere le sue parole da ‘doppio ex’ in vista di Torino-Lazio (clicca qui), ma Giancarlo Camolese – con la sua cattedra di docente Universitario allo SUISM di Torino – ha tante altre cose da dire. Ospite al convegno S.P.O.R.T organizzato dall’AC Grande Torino, da ToroNews e dall’associazione Toro Mio, l’ex allenatore granata ha esposto le sue interessanti teorie, riguardo l’educazione del giovane calciatore. Ecco il suo intervento: ”Ne approfitto per ringraziare l’Associazione Grande Torino, il professor Palestro, il dottor Regis che mi hanno dato l’opportunità di essere qui con voi. Sono anche fortunato perché parlando alla fine ho potuto ascoltare delle bellissime relazioni di alta qualità. Si è parlato di molte cose, spesso il calcio è stato tirato in ballo, la nostra federazione ha più di 1 milione 300mila tesserati, è chiaro che nel bene o nel male il calcio viene preso ad esempio anche per aspetti che non c’entrano niente con il gioco in sé. Il mio intervento va a pescare in quella che è la mia memoria di giocatore e di allenatore. 40 anni in cui ho avuto diversi allenatori e in cui ho avuto l’opportunità di passare io dall’altra parte e di creare la mia struttura mentale per portare avanti un progetto di tipo tecnico. Tra le tante cose interessanti io mi soffermerei innanzitutto sulla prima: i genitori, spero che qui ce ne siano, sanno che fa bene fare sport e orientano i bambini in un determinato senso. Ma si tratta di una scelta libera del bambino? Oppure viene indotta dai genitori”.

Il tecnico poi continua così – ”Seconda considerazione: i bambini vengono orientati verso uno sport individuale o di squadra? Perché ci sono delle belle differenze di approccio. E’ giusto chiedersi se i bambini devono fare quello che vogliono i genitori oppure sia meglio aspettare che in maniera autonoma lancino delle indicazioni. La terza strada c’è: è giusto far sperimentare più attività sportive? Io ritengo che questa potrebbe essere la strada. Fare sport sia di tipo individuale che collettivo E’ stato sottolineato come troppo poche siano le ore dedicate all’attività sportiva. Due ore alla settimana sono pochissime considerando che non ci sono più molti spazi per fare quello che definito come “gioco libero” che aveva caratterizzato la mia generazione. Soprattutto nelle grandi città ci troviamo a ragionare con dei gruppi di bambini che non hanno le possibilità esterne che c’erano prima: ci sono meno oratori, meno campetti e spazi liberi dove i ragazzi si ritrovavano e giocavano anche 8 ore al giorno a cui aggiungevano le due di allenamento. I nostri bambini adesso tutto questo non lo fanno più. Quando parliamo dei bambini nel mondo del calcio parliamo di momenti di grande gioia o di noia, momento della partita, il rapporto con i compagni, con l’allenatore o l’educatore…’‘.

Anche una parentesi dedicata al ‘calcio in rosa’: ”Oggi nessuno lo dice ma nel calcio le ragazzine possono giocare con i compagni maschi solo fino ad una certa età e per esempio dal punto di vista culturale l’Italia è molto indietro in questo campo. I risultati delle spinte della federazione non sono all’altezza degli altri Paesi. I piccoli sono focalizzati sulla sperimentazione del gesto che viene loro mostrato, la sperimentazione dell’ambiente circostante che deve essere molto stimolante e di tutto questo se ne deve occupare la società sportiva. Il sostegno dell’allenatore, dei genitori, degli amici è ovviamente molto importante soprattutto in questa fase. Dai dati risulta un alto numero di tesserati tra gli 8 e i 10 anni che cala drasticamente nel biennio successivo. Le cause dell’abbandono sono da rimandare primo fra tutti al fatto che il calcio magari non l’hanno scelto loro. Il secondo motivo è legato all’allenatore: non ha saputo trasferire il giusto entusiasmo. Un altro aspetto è legato all’ambiente calcistico che forse non è piaciuto. Bisogna tenere presente che questi bambini al loro arrivo si trovano a rapportarsi all’interno dello spogliatoio con altri bambini al di fuori dal contesto scuola e quindi si ha un rapportarsi diverso. Ciò si ricollega a quello che deve essere il ruolo dell’allenatore. Spesso nel mondo del calcio si collocano figure non preparate in ambiti che richiederebbero persone molto più competenti. Dovendo riassumere le qualità che dovrebbe avere chi si avvicina ai bambini direi la capacità di saperli ascoltare, saperli osservare e di avere delle conoscenze. Mi soffermo sull’osservare: ognuno osserva quello che sa. Chi ha più conoscenze vede più cose. Bisognerebbe invertire la piramide che vede al vertice gli allenatori più bravi e in fondo quelli all’inizio della loro esperienza”.

Il tecnico continua: ”Tra le cose che mi piacciono di più c’è il ruolo di docente presso l’Università di Torino e quando mi rapporto ai ragazzi nuovi che vengono a scuola di calcio mi confronto e noto che la maggioranza lavora già nelle scuole di calcio, con poca esperienza. Ovviamente non è colpa loro ma di chi struttura i percorsi.  Un altro fattore importante è l’ambito: un conto è il dilettantismo e un altro è il professionismo ma nel campo dei dilettanti si trovano spesso persone più competenti di quelle presenti nel professionismo. Essere istruttore presso i dilettanti poi è diverso che esserlo tra i professionisti, sotto tutti i punti di vista. L’ambito è molto importante nella scelta dell’allenatore. I bravi dirigenti sanno scegliere l’allenatore giusto per le loro categorie. Gli allenatori dovrebbero fare tanti corsi d’aggiornamento, devono aggiornarsi per conto loro ma mi chiedo se anche i dirigenti facciano lo stesso e auspico che questa sia la strada per il futuro. Ricordo che il gioco del calcio piace perché: è uno sport di gruppo, vi sono situazioni che variano, è uno sport di contatto e che la prestazione dipende da capacità tecniche, pratiche, da efficienza fisica, da equilibrio psicologico, da influenze esterne. Ci sono tante definizioni di calcio e di quello che è il calcio ma l’allenatore deve concentrarsi su queste cose per capire i campi di intervento, dove andare a lavorare. Creare per esempio occasioni di contatto attraverso dei giochi o situazioni facilitate, fare attività nuove e non ripetitive e monotone trattandosi di uno sport caratterizzato da situazione che variano”.

Una riflessione sulla Scuola Calcio: ”Quando chiedo ai partecipanti alla scuola di calcio quali sono i problemi che incontrano, la maggioranza risponde che sono i genitori. I genitori però devono essere una risorsa, non un problema. Il vero problema è che ai genitori si parla poco, la società non spiega bene gli obiettivi o lo fa poco volentieri. Un altro problema che hanno questi istruttori molto giovani e senza esperienza è che spesso la società chiede di dividere il gruppo in bravi e meno bravi senza dare una scala di valori che invece sarebbe auspicabile, valori che siano meno soggettivi. I calciatori sono esempi e modelli: Messi ha avuto problemi nella fase di crescita ma aveva persone attorno lui che gli hanno fatto capire che si trattava solo di una fase di passaggio”.

Si arriva quindi alla conclusione dell’interessante intervento: ”Nella mia carriera di allenatore ho visto sostanzialmente due atteggiamenti diversi in campo: terminare il primo tempo in svantaggio di tre gol ma anche terminarlo in vantaggio. Nel primo caso ho motivato i giocatori riportandoli al gioco, chiedendo loro di dimenticare il risultato, l’ambiente sfavorevole che c’era attorno, il nervosismo e chiedendo solo di concentrarsi sugli aspetti del gioco. Quella partita poi è finita 3-3. Nell’altro caso invece, in quel momento il mio atteggiamento è stato di grande arrabbiatura perché vedevo i giocatori sicuri della vittoria. Non è nel mio carattere ma in quel momento avvertivo un pericolo e la partita è poi finita 3-2. La mia scelta è stata di tipo istintivo. L’allenatore deve motivare ma soprattutto gestire le situazioni che sono imprevedibili. Il patrimonio genetico ti fa capire l’attitudine allo sport del ragazzino che hai davanti. La nostra situazione è grave: rischiamo di avere una generazione di giovani che comporterà perdite economiche al nostro settore sanitario. La pratica costante favorisce il miglioramento della prestazione. Nelle società dilettantistiche sono troppo poche due ore di allenamento a settimana. Bisogna poi essere esigenti con se stessi. Importante è il sacrificio e la fiducia nelle proprie capacità. La passione vera per lo sport scelto è il motore che rende possibile la realizzazione dei propri sogni”.

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