Appesi a una bava di ragno

Appesi a una bava di ragno

di Mauro Saglietti

Cerchiamo una volta tanto di andare subito al dunque.
E di essere ottimisti.
Nella migliore delle ipotesi siamo aggrappati al filo di bava di un ragno.
Ma proprio a voler essere saltimbanchi della vita rosea.

Dai e vai, gira e tujra, siamo riusciti ad andarci ad infilare nella situazione peggiore che si possa immaginare.
Quella dell’ultimo momento, quello del c’è…

di Mauro Saglietti

Cerchiamo una volta tanto di andare subito al dunque.
E di essere ottimisti.
Nella migliore delle ipotesi siamo aggrappati al filo di bava di un ragno.
Ma proprio a voler essere saltimbanchi della vita rosea.

Dai e vai, gira e tujra, siamo riusciti ad andarci ad infilare nella situazione peggiore che si possa immaginare.
Quella dell’ultimo momento, quello del c’è sempre tempo.
Ma sì, tanto noi siamo il Toro, tanto vuoi che non andiamo ai play off? In qualche modo li agganceremo, no?
Un corno fritto. Una mazza ferrata frusta.
All’asta del tram ci agganciamo, tanto per citare un esempio di torinese memoria.

Siamo stati come gli studenti che, in previsione di un esame, sanno di essere a buon punto con gli studi, e si rilassano, rimandando a più tardi il completamento del programma.
E poi si trovano all’ultimo momento con l’acqua alla gola, oddio oddio non ce la faccio!.

La sensazione che ho avuto, durante tutta l’annata calcistica, a proposito della nostra squadra, è stata quella di una buffa arroganza, anche se c’è stato tutto un minestrone di fattori e controfattori da far paura.
Arroganza perché questa squadra a tratti (molto brevi), ha dato la sensazione di poter essere altro, quel qualcosa che non è mai stata. Piccoli sprazzi di partite hanno dato la sensazione che i quindici minuti potessero diventare 90, che il tackle furioso potesse rivelarsi una partita con la bava alla bocca.
Invece no. L’innata convinzione che i play off non potessero sfuggirci (perché Noi siamo il Toro e quando hai tutto l’ambiente che ti martella con questa storia hai un bel non crederci) ha fatto spesso vivacchiare in una palude che ora si sta trasformando in sabbie mobili (oddio, oddio! Ma allora…!)
Buffo perché, nonostante l’innato convincimento, la squadra non è mai stata all’altezza di tanta supponenza.
E’ stata costruita in ritardo (ma tanto noi siamo il Toro) ed ha perso punti fondamentali già in partenza, venendo subito messa sotto dal Varese (ma tanto poi Novara e Varese crollano).
Un corno è crollato.
Viviamo da anni appoggiando le nostre convinzioni a luoghi comuni di cartapesta.
C’era un bel dire, a inizio stagione, dopo le sconfitte con Varese e Cittadella, che “il campionato si decide in primavera”.
Ma va? Davvero?
Mai sentito porcheria più irritante di questa, sembra quasi quella dei torti e dei favori che si compensano, altra minchiata deflagrante.

Nonostante l’esperienza appena passata, l’idea che a ottobre si sia cominciato a parlare esclusivamente di Play-off come obbiettivo massimo è di per sé criminale, neanche noi avessimo una grande storia di trionfi nel dentro-fuori.
A meno che, come al solito, qualcuno si fosse autoconvinto che bastasse il nostro blasone a vincerli.
E purtroppo sento ancora molte persone disposte a credere in modo disperato a questa idea delirante, ma ancora al nostro blasone dopo una serie B quasi decennale.
E così la nostra mirabolante compagine, non è mai riuscita neanche lontanamente, un po’ per sufficienza psicologica, un po’ per limiti tecnici con moduli astrusi, a sfiorare l’illusione delle prime posizioni.
Diciamola tutta: ci siamo trovati di fronte ad un team che ha giocato in inferiorità numerica a centrocampo per buona parte della stagione, nonostante quello del centrocampo sia un problema storico ed endemico del Toro da almeno dieci anni (e questa cosa avrebbe dovuto insegnare qualcosa a qualcuno!!!).
La difesa, che si è appoggiata costantemente agli ex paria Rivalta-Pratali, visto il disastroso Felipe, ha subito gol quasi ad ogni partita, specialmente su calcio da fermo e si è rivelata il vero tallone d’Achille della squadra.
Oltre i limiti tecnici innegabili, abbiamo dovuto assistere a gare nelle quali, per buona parte della durata, il Toro non ha giocato.
Peggio ancora, e qui vorrei tanto capire se si è trattato della suddetta buffa arroganza psicologica, la squadra in sole tre occasioni si è riuscita ad imporre con più di un gol di scarto (Pescara, Ascoli, Triestina). In tutte le altre vittorie, il Toro si è imposto di misura.
Buona parte delle gare sono state giocate con la convinzione che più che un gol di differenza non potesse venire.
O che bastasse comunque quello.
Squadra di una fragilità psicologica incredibile, quando è andata in vantaggio è stata raramente in grado di portare a casa il risultato, ma è stata spesso rimontata, alle volte (vedi Atalanta) calando le brache anche nel giro di pochi secondi.
Queste due componenti (la supponente convinzione del minimo vantaggio e, ossimoro, la paura di essere rimontati) hanno fatto sì che spesso, in maniera totalmente assurda, il Torino abbia provato (e provi) a vincere le partite soltanto nei minuti finali.
Fateci caso.
Contro il Piacenza abbiamo giocato una gara orrenda.
Scesi in campo con la probabile convinzione della nostra superiorità, convinti che nel secondo tempo sarebbe arrivato il gol, abbiamo passato la palla agli altri per 45 minuti, beccando giustamente la griglia (Oh stupore! Ma come?).
Raggiunto il pari ed in vantaggio di un uomo, il Toro ha di nuovo smesso di giocare, avendo comunque l’occasione d’oro della gara, al ’90 con Pellicori.
Ad Empoli stesso discorso.
Secondo tempo nullo, ma tiro di Sgrigna al ’94.
Non solo, spesso questa utopia si è avverata (Vicenza, Albinoleffe, Reggina), così come allo stesso modo ne siamo stati vittime.
Il fattore campo è stato, al solito disastroso, e sarebbe bastato poco per ottenere quei punti che ci avrebbero garantito più tranquillità. Invece abbiamo regalato tre punti (poi diventati sei) agli ultimi in classifica, tre punti al Sassuolo e abbiamo pareggiato col Cittadella.
Centrocampo, play off, mentalità, mancanza di personalità.
Problemi endemici che non riusciamo a superare e che si ripresentano puntualmente ad ogni campionato, senza che nessuno faccia memoria, tesoro delle cose capitate.
Queste, cari amici, non sono connotazioni negative.
Questa è la realtà, e sulla realtà si basa il realismo.
Quindi perdonatemi se non riesco a fare i salti mortali di gioia e a riempirmi la bocca di retorica per un simil spareggio che comunque ci permetterà, nel migliore dei casi, di affrontare una squadra più forte, che ha potuto preparare l’impegno con cura e non con l’affanno dei poveri.

Eppure…
Eppure siamo ancora qui.
Questa settimana si è assistito al balletto delle cose scontate e l’aria è piena di campanelli di allarme.
Se da un lato è sempre galvanizzante ritrovarsi tutti insieme con la maglia granata sulla pelle, dall’altro, l’autoconvincimento indotto della vittoria, ancora una volta per quello che è stato il passato, è terribilmente pericoloso, perché la nostra storia recente è piena di autoillusioni frantumate.
Una cosa però è certa.
Se affronteremo la gara gonfiandoci il petto, fieri della mitica frase che ormai mi sono stancato di pronunciare, allora perderemo la partita.
Se invece penseremo di non essere nessuno, una banda di timidi scarponcelli, consci dei nostri enormi limiti, allora avremo qualche possibilità di restare aggrappati a questa fragile ed improbabile bava di ragno.
La squadra del 2005-2006, l’ultimo vero Toro, non andava in giro a strombazzare il proprio blasone. Lo conquistò proprio perché sapeva di esserne lontana.

Non ho voglia di soffrire, o di mettermi nelle condizioni di farlo, anche se so che lo farò.
Non ho voglia di cadere negli stessi errori che cerco di censurare.
Da anni ormai cerco di prefigurarmi le condizioni peggiori possibili, prima di una partita, in modo tale da essere pronto al peggio, preparato in questo modo ad accogliere tutto quanto di buono possa venire come una manna dal cielo.
Quanto è stato drammatico subire il gol di Trezeguet all’ultimo minuto nel 2007?
Quanto lo sarebbe stato se uno avesse potuto immaginarselo prima?
Proviamo a vedere nel dettaglio le varie possibilità per domenica, magari ne imbrocchiamo una.
Ah, inutile toccarsi le parti basse.
Non serve, e forse ce le siamo già consumate.

A) Il Toro vince largo e ampio, con sicurezza.
Un gol per tempo, oppure una doppietta nella ripresa.
Non ci credo neanche col candeggio, neanche se mi pagano.
Ovviamente spero di sbagliarmi, ma sarei un folle a crederlo

B) Il Toro crolla di brutto
Becca gol nel primo tempo, oppure ne prende un paio nella ripresa.
Non credo neanche a questo.
Solo col Varese siamo andati sotto in questo modo e spero vivamente non accada questa volta.

C) Il Toro segna all’ultimo minuto
A giudicare da come si è svolto l’intero campionato, potrebbe essere un’ipotesi non così lontana.
Quando tutto sembra perduto, lo stadio esplode ed i giocatori si rotolano per terra di gioia.
Attenzione però.
Rarissimamente il Toro imbrocca due grandi prestazioni in casa (ricordate Real ed Ajax), e, in caso di vittoria, Torino-Novara è dietro l’angolo.
Questa squadra ha la personalità per imporsi nuovamente, una volta scaricate le pile dell’adrenalina?
Dio mio, quanto è difficile avere personalità.

D) Il Toro becca gol all’ultimo minuto
Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio.
Neanche questa è un’ipotesi che mi sento di scartare.
Però, l’unico modo di esorcizzarla, è parlarne prima, diventarne consapevoli in modo che la contorta trama del destino avverta i nostri aculei, qualora decida di scendere sull’Olimpico.
Non è tanto una sconfitta a farmi paura, ma un gol del pareggio stile Siena.
Uè, uè, uè, corna e amuleti in questo caso servono.
Ovviamente si fa per esorcizzare, non per materializzare.

E) Pareggio?
C’è pareggio e pareggio.
C’è lo 0-0 ottenuto dopo un secondo tempo disperato, nel quale nel primo hai dormito.
Quello che in condizioni normali porterebbe a strappare applausi per il tentativo volenteroso.
Ma che in una occasione come questa porterebbe tutt’altro.
Sono le situazioni più balorde, in quanto non sei messo di fronte al disastro di una stagione, ma il mezzo impegno di un pomeriggio.

F) Il Toro va in svantaggio
E’ capitato tante di quelle volte in casa quest’anno (ultima volta Piacenza), che verrebbe da piangere al solo pensarlo.
E’ una situazione che si incastra dannatamente bene col clima di esaltazione, perché te lo stronca.
A questo punto bisogna però specificare due sottocasi.
Non voglio pensare ad una non-nostra-rimonta, sebbene sia da annoverare tra le varie possibilità.

F1) Il Toro poi pareggia
Stile Reggina. Non serve a un tubo.
Zero applausi.

F2) Il Toro poi rimonta e vince
Anche il Divino ha modi tutti suoi di manifestarsi.
E cogliere un segnale della sua presenza, in questo mondo allo sbando, non sarebbe male.

G) Finisce 2-1
Non so come mai questo risultato mi rimbomba in testa.
Forse perché è capitato così tante volte che ci ho fatto l’abitudine.
Per chi? Non lo so…
Ave o Maria, fa che non mi interroghi di Geografia.

H) Partita sospesa
Perché no? Qualcuno si sente di escluderlo?
Un bell’acquazzone e tutti a casa. No, eh?

Scherzi più o meno surreali a parte, credo che le possibilità siano queste.
Ora le conosciamo, le temiamo, e forse possiamo respingerne le negatività.
Ben sapendo che, anche in caso di vittoria, non avremo risolto un tubo di niente.
In tutta sincerità, amici, io non credo che il Toro farà la partita della vita.
L’abbiamo attesa per troppo tempo quest’anno, senza vedere mai un qualcosa di diverso dalla ben conosciuta squadraccia molle senza spina dorsale.
Il Toro farà quel poco che sa.
Sperando che basti.
Ma non è questo a spaventarmi.
E’ altro.

Provate a rispondere alla mia domanda:
qualcuno si immagina una festa promozione?
Davvero, rispondete.
La gente che va a fare festa con bandiere e clacson, stile 2006.
Allora?
Sbaglio o un pensiero simile è quanto di più astruso e alieno possa passare nella mente in un momento come questo?
Spesso le cose si avvertono nell’aria.
Arrivano come un’idea o come un prurito alle dita. Una corrente di energia che ti investe e che ti fa percepire un qualcosa.
Qui non c’è nulla da percepire.
E la cosa mi spaventa in modo drammatico.
La promozione non si avverte neppure come possibile miracolo.
Credo che in molti sbufferebbero, anche a ragione, perché la squadra sarebbe comunque da rifare.
Del resto come potrebbe essere altrimenti?

Premessa: non ho più intenzione di spendere parole per richiamarci a una cosiddetta unità tra tifosi.
Quella ormai è andata, frantumata e non credo che sarà per nulla facile ricostruirla.
E forse non ci credo più.
Gli appelli all’unità possono valere per una partita, ma alla lunga hanno la stessa valenza che può avere un orafo (pardon), dicevo, che può avere un filmato sul nostro blasone: retorica e basta.
Prendiamone atto, ormai abbiamo idee troppo diverse gli uni dagli altri, come modo di intendere passione e tifo. E probabilmente anche la vita stessa. E nel nostro recente passato si sono mischiati disprezzo e troppi insulti.
Troppo complicato, forse, ma sono sicuro che il senso di inevitabile rassegnazione dipenda anche dalla mancanza ormai di una base comune, vuoi per questo, vuoi per quello.
Vuoi per mille cose.
Quando ci siamo sentiti veramente fratelli per l’ultima volta?
Pensiamoci bene.
Quale è stato l’ultimo momento nel quale abbiamo sentito veramente la voglia di abbracciarci?
Credo sia stata la cessione di Barone.
In quel momento veramente abbiamo avvertito un senso di fratellanza che ci ha fatto sentire un corpo e un‘anima sola, con buona pace di Wess e Dori Grezzi.
Chi portava un cero alla Chiesa di Santa Rita, chi correva in pasticceria a comprare le paste, chi invece cercava le bignole lungo la strada ad ore tarde.
Poi il nulla.
Ricordo l’entusiasmo, come fosse possibile quasi sfiorare il cielo con un dito, quando cominciai a scrivere per Toronews, nel gennaio 2007.
Allora veramente sembrava che le parole potessero risvegliare concetti sopiti.
Il grande entusiasmo dell’inizio dell’era Cairo, sospinto dal miracolo 2006, non si era ancora sbriciolato.
Ora, guardiamo le cose con una certa onestà, ci odiamo più di quanto odiamo i gobbi.
Divisi tra fanatici e buonisti, vestali e giuda traditori, portatori unici della vera Fede ed Infedeli da estirpare, buoni e cattivi, estremisti e moderati, servi, ruffiani e cavalieri serventi, ma sì, facciamo tutto un minestrone.
Vi posso dire di aver conosciuto diversi ambienti, ma raramente, frequentandolo da un po’ di tempo, mi sono imbattuto in bassezze simili ed inaspettate, scoprendo amaramente che questo fantastico giardino in realtà non è né più né meno come quello di un’altra squadra, dove se fai il passo più lungo della gamba devi vivere sotto scorta, anche solo per l’ironia, che è diventata terra sconosciuta.
E di Saviano ce n’è già uno, no grazie.
Vaghiamo nel buio nella notte del deserto col nostro lanternino, ognuno convinto di sapere il Nord, ma forse abbiamo perso anche la capacità di crederci.
Lo scudetto, l’ultimo scudetto, oppure qualsiasi evento della nostra squadra che ha portato ad un risultato, è stato basato su di una socialità potentissima, che incanalava le proprie energie e la voglia di rivalsa, spingendo la propria squadra come un totem.
Ora, e lo ripeto ancora ben convinto, la socialità dell’essere Torino, non esiste più.
Non da due, tre anni, è un qualcosa che va oltre la mancanza di risultati, è un qualcosa che pian piano si è sgretolato.
E come vedete non scendo nel campo delle responsabilità.
E’ un discorso che lascio aperto, in modo che i coltelli possano volare da una parte all’altra.
Quelli sì, fanno sempre bene all’ambiente avvelenato.
Quindi, potete comprendere la mia disillusione, verso un concetto, prima che una squadra, che probabilmente si è dissolto perché aveva esaurito la sua grande, bellissima e grandiosa funzione.

A meno che…
A meno che non si vinca questa cavolo di partita.
E non si rimanga aggrappati alla nostra bava di ragno.
Ancora un po’.
Per ripensarci la prossima volta.

Forza Toro, non lo dico mai, ma ora sì.

P.S.
E perdonate l’ottimismo.

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