April come she will

April come she will

Premessa
Che non vorrei fare, ma ogni tanto è necessario.
“Istantanee” nasce nel gennaio del 2007, come punto d’incontro e condivisione di emozioni, ricordi e sogni, insomma tutto quello che non va più di moda in questo periodo, in questo ambiente.
Vorrei avvisare chi si trova a passare da queste parti, magari per caso.
Qui non si parla di Cairo.
Se abbiamo voglia di sputarci…

Premessa
Che non vorrei fare, ma ogni tanto è necessario.
“Istantanee” nasce nel gennaio del 2007, come punto d’incontro e condivisione di emozioni, ricordi e sogni, insomma tutto quello che non va più di moda in questo periodo, in questo ambiente.
Vorrei avvisare chi si trova a passare da queste parti, magari per caso.
Qui non si parla di Cairo.
Se abbiamo voglia di sputarci addosso, di dirci quanto siamo infami, di accusarci vicendevolmente di essere la nostra rovina, bè… i posti sono tanti.
Non qui, non ora.
Chi andrà oltre queste righe forse potrà entrare in uno spazio che, nei tentativi dell’autore, vuole essere un luogo di rifugio dallo schifo che ci sta capitando e franando addosso.
La vita è anche altro, il Toro era (e forse è ancora) anche altro.
Forse il Toro è diventato malinconia, gioia o sentimenti sussurrati, o tutte le cose per le quali non viene necessariamente chiamato per nome.
Se alla fine non sarò riuscito nel mio intento, perdonatemi, ma ce l’avrò messa tutta.

 

Il profilo della piccola collina si sovrapponeva in un controluce fatto di esagoni, come se i raggi del sole passassero attraverso la lente di un obbiettivo.
Lo strano campanile della chiesa del cimitero, che veniva spesso scambiato dai forestieri per la ciminiera di una fabbrica abbandonata, quel giorno sembrava quasi curvo nel cielo tiepido del tardo pomeriggio.
Poco più a destra la casa dalle arcate accoglieva i raggi di fine estate, rassegnata ad esistere da chissà quanto tempo.
La strada sterrata ritornava tranquilla verso il paese, correndo accanto al piccolo torrente ormai in secca che costeggiava il bosco, mentre un volatile nascosto all’interno della quiete degli alberi ripeteva il suo cucù.
Un uomo e un bambino sollevavano la polvere biancastra della strada con i loro passi rallentati, senza staccare lo sguardo dall’orizzonte.
– Sono stanco… portami a casa, ti prego.
Si presero per mano e camminarono in silenzio verso il sole ed i suoi esagoni, tra il sordo rumore dei passi sul terreno e il cucù che ripeteva il suo saluto.

 

Per tutta la vita ho combattuto contro uno strano ricordo.
Ero bambino e stavo trascorrendo le vacanze estive nella casa dei nonni, in campagna.
Spesso il nonno mi portava a fare lunghe passeggiate per una strada sterrata che si perdeva tra boschi e prati, immensi e sconfinati agli occhi di un bambino.
Non ricordo dove conducesse la strada, eppure…
Ricordo di essere caduto in un laghetto.
Da qualche parte laggiù, poco distante da dove eravamo soliti dirigerci.
Doveva essere una pozza d’acqua abbastanza ampia, ricordo le sue acque scure ed io aggrappato a quello che poteva essere un enorme ramo, mentre venivo trasportato dalle onde messe in movimento dalla mia caduta.
Il fatto è che io non sono mai caduto in quel laghetto, non so neppure dove si trovi.
E’ un’immagine insita nella mia mente eppure non c’è nulla che mi faccia dedurre di avere vissuto quell’esperienza realmente.

 

Fu un brutto sogno? Una suggestione?
La sensazione di essere aggrappato a qualcosa su quelle acque inesorabili è stata compagna imprevedibile della mia vita, spesso ospite di momenti sereni o di nottate inquiete, mentre la pioggia gelida batteva sui vetri della mia esistenza, quando nessun altro poteva condividere quelle immagini bagnate di un’acqua che non avevo conosciuto.

 

La casa dei nonni.
Ce ne andammo nel 1974, ricordo ancora l’uomo che si presentò a comprarla, chiuso nel suo Montgomery blu.
Mi sono indebitato, ho bluffato con me stesso e con gli altri per poterla nuovamente acquistare, lo scorso anno.
Non avevo altro che mi facesse compagnia se non una valigia senza ricordi ed il tetto di un amico dove riposare, in attesa di una nuova sistemazione.
Non avrei dovuto, non avrei potuto.

 

Arrivavo da una separazione devastante, che forse non avevo ancora compreso nei suoi strascichi economici e nervosi.
Una figlia che non sentivo da mesi, probabilmente dispersa per il mondo.
Ero ripassato saltuariamente, nel corso degli anni, di fronte a questa villettina, che si affaccia timida lungo la strada che scende verso il paese.
Tornare in quella che era stata la casa delle mie estati silenziose, mi era sembrato un sogno.
Un luogo che potevo condividere soltanto con me stesso e che potesse placare il fuoco delle mie angosce ed i tanti, troppi fantasmi, miei compagni inseparabili.

 

Ho impiegato più di un anno, per tornare a viverci, vagando ospite di amici sempre meno amici col passare dei mesi, impegnando soldi che dovevo ancora guadagnare nella sua ristrutturazione.
Poi nell’aprile di quest’anno, ne ho finalmente varcato la soglia, quasi trentasei anni dopo quel settembre 1974, nel quale ci dormii per l’ultima volta.
La prima mattina ho fatto colazione con il caffélatte, che mi preparava sempre la nonna.
Quello che non mi piaceva, ma che dava sapore all’esistenza.
Ho trascorso mesi nel tentativo di ricostruire l’arredamento per quello che era 36 anni prima, in modo tale che ogni pensiero che mi portasse lontano dal presente fosse ben accetto, ogni appiglio a quel tempo lontano, una benedizione.
E’ stato strano non vedere le persone care tutto intorno, ombre che scivolavano sui muri imbiancati da poco, come i suoni lontani del clarino del nonno, il sapore del créme caramel che la nonna preparava il sabato nelle scodelle di vetro colorato.
Così, quasi per gioco mi sono fermato a guardare la strada poco oltre il finestrone.
E mi è tornata alla mente la nevicata del 1970.
Tutta la via era piena di cumuli di neve. Qualcuno percorreva la lenta discesa verso il paese a bordo di sci.
La macchina di papà non era riuscita a compiere la svolta che in salita che l’avrebbe portata all’interno del cortiletto. Mi sembra incredibile pensare che qualcuno possa avere infilato degli sci in questo luogo.
Sono sceso in garage quasi convinto di ritrovare la 500 blu del nonno, Il go-kart a pedali con il numero 8, la bicicletta con le rotelline, che poi scoprii essere state allentate per permettermi di imparare ad andare su due ruote.
Ho ripensato al nostro cane, a Fram.
Ai pomeriggi trascorsi a leggere “Zio Paperone mumble mumble” sul balcone, e all’idea balzana che mi prese, di piazzare tanti fogli sul cancello di casa, quanti potevano essere i cartelli attorno al deposito di Zio Paperone, con scritto “Sciò” e “Fuori dai piedi”.
Quel giorno erra passato il parroco per la colletta.
Quando i miei nonni avevano scoperto i cartelli, non l’avevano presa molto bene.

 

Dicevano che fossi un bambino saggio e triste, attorno ai miei cinque anni di vita. Consapevole di qualcosa di più grande di lui, aggiungeva qualcuno. Spesso rimanevo in silenzio per intere giornate, costruendo dighe di sassi lungo il piccolo torrente che scorreva accanto alla strada sterrata dove trascorrevo i pomeriggi in interminabili passeggiate col nonno.
O insieme a una bambina del luogo, con la quale modellavamo le formine con sabbia e terra.
Pensavano fossi un bimbo troppo introverso e un’estate i nonni mi portarono addirittura da un medico, preoccupati per i discorsi che facevo, che assomigliavano, dicevano, a quelli di un adulto.
Alla fine della nostra di visita ricordo che il dottore mi chiese se ci fosse qualcosa che mi facesse paura.
Gli risposi di avere paura delle luci blu.
– Le luci blu? – mi chiese – E che cosa sono?
Non seppi spiegarglielo. Avevo paura delle luci blu che vorticavano verso il cielo, che comparivano quando il sole si nascondeva, in un punto preciso della strada sterrata.
Spesso le vedevo e non sapevo cosa fossero.
A dire la verità non ho mai capito ancora oggi che cosa fosse a tormentarmi così tanto.

 

Ho telefonato a mia figlia.
La sapevo in America, lungo la West Coast, dove si era rifugiata.
Orgogliosa nel suo spirito ribelle, non mi parla da due anni oramai.
Non credo abbia voluto realmente comprendere che cosa sia successo tra me e sua madre.
Invece sono venuto a sapere del suo ritorno in Italia.
L’ho rintracciata e sono riuscito a parlarle per qualche minuto.
Vorrei tanto che venisse qua, che vedesse questo posto.
E che tentasse di capire.
Era fredda come al solito, ma c’è stata una nota di possibilità nella sua voce.
Ha detto che avrebbe richiamato verso la fine dell’estate.
Aspetterò quel giorno con ansia.
Mi manca tanto.
Dicono che l’amore più bello è quello per il quale provi nostalgia un attimo prima di viverlo.
Forse è così.

 

Un mese fa ho cominciato a cercare la strada delle passeggiate col nonno, quella della fontana, quella dei miei giochi di sabbia con la bimba del luogo. Ho impiegato un po’ a trovarla. Aspettandomi di vedere una devastazione edilizia, ho ritardato il tempo della mia ricerca fino all’inizio dell’estate, evitando di chiedere informazioni ai pochi volti, ormai stranieri di quel paese.
Alla fine l’ho trovata.
E ho dovuto trattenere un’emozione inaspettata.

 

La strada è cambiata solo per quanto riguarda la prima parte, ora asfaltata per un paio di centinaia di metri. Poi improvvisamente tutto diventa fermo e irreale.
La zona è diventata parte di un parco regionale.
Tutto è immobile, tutto è come allora.
Il mondo è cambiato in questi 36 anni, sono cambiati i capi di stato, mutate le ideologie, la musica, il modo di pensare o di non pensare.
Ma questo posto è rimasto come era in quei giorni.
Forse un nipote di quel cucù che sentivo tra gli alberi, quando percorrevo questa strada col go-kart a pedali, sta ancora facendo sentire il suo richiamo.

 

Spesso mi stendo sul divano, vicino al televisore e lascio andare i miei pensieri.
Il sabato pomeriggio può tranquillamente scivolare nel tentativo di riposo, e nella sua speranza vana.
Ho pensato molto a mia figlia. Vorrei che mantenesse la sua promessa e venisse a trovarmi.
Ho pensato a tante, tante cose.
A quando nell’estate del 1974 ero steso su di un divano simile, nella stessa stanza.
Il nonno guardava la partita inaugurale dei mondiali, Brasile-Jugoslavia, e io gli domandavo ogni cinque minuti se il risultato fosse cambiato.
Quella volta, quando mi alzai, vidi un uomo fermo nella macchina azzurra, di fronte alla nostra casa.
Guardava verso di noi, non sapevo che cosa volesse.
Era la seconda volta che lo notavo, lì fermo.
La prima volta era capitata un paio di anni prima, dopo un episodio curiosamente simile, con me steso sul divano.
Mio padre e mio nonno erano seduti di fianco a me, ascoltavano una partita, il cui suono metallico proveniva dalla radiolina color senape, che sfrucugliava con fatica tra le poche stazioni AM.
Era il Toro che giocava.
Li vidi urlare ed alzarsi in piedi, avevamo fatto gol all’ultimo minuto.
Non sono mai riuscito a capire di quale partita si trattasse.
Mi ero alzato anche io con loro e, voltando il capo, l’avevo visto in strada, fermo con la sua macchina azzurra.
Ne parlai, dopo molto tempo con i nonni e loro non mi presero troppo sul serio, tentando comunque di rassicurarmi.
Ne avevo paura, ero terrorizzato dal guardare oltre quei vetri e quella paura non mi abbandonò tanto facilmente.
Quando vidi attorno alla casa l’uomo col Montgomery, venuto per acquistarla, per un attimo pensai potesse trattarsi della stessa persona, ma evidentemente mi sbagliavo.

 

Mi sono messo alla ricerca seria del laghetto, senza trovarlo.
Mi sono spinto fino ai margini della zona che ricordavo di conoscere, senza trovarne traccia.
Ho pensato di avere realmente sognato tutto, e sono tornato dalla mia ricerca con le scarpe impolverate ed i passi ritmati dal cucù, finché non sono giunto in prossimità della radura dalla quale si scorge il profilo della chiesa del cimitero.
Solo allora mi è tornato alla mente un incontro fatto in un pomeriggio d’estate di molti anni prima.

 

In quel punto incontrai il ragazzo con lo zaino.
Mentre il nonno si era attardato un po’ più in là facendo bere Fram, il nostro magnifico spinone, alla fontana.
Ricordo la casa delle arcate, dai mattoni rosso fuoco che incendiavano il profilo del breve rialzo collinare, ai margini della radura.
La prima volta mi accorsi della sua presenza dal mormorare sommesso di frasi che non riuscii a comprendere. Forse udii anche delle note, senza riuscire a capire da dove provenissero…
Mi voltai verso di lui e lo vidi.
Aveva capelli ricci e arruffati. Vestito di un verde militare stinto, si era seduto pochi metri più in là rispetto alla deviazione della strada, con uno zaino al suo fianco.
Era curvo su di un quaderno, con una penna in mano e ripeteva, senza accorgersi della mia presenza, quelli che sembravano versi dolcissimi.
Mi vide e mi sorrise. Aveva steso una coperta sul terreno e probabilmente era in attesa di qualcuno.
Avrei voluto avvicinarmi. Mi sarebbe piaciuto chiedergli in quale lingua stesse recitando piano quelle parole che intuivo semplici, benché non ne afferrassi il significato, ma il nonno mi fece segno di avvicinarmi e fui costretto ad allontanarmi, continuando a voltarmi in direzione del ragazzo, finché non lo vidi scomparire dietro una curva della strada.
Eppure, se ripenso al nostro incontro, mi sembra ancora di ricordare e comprendere quei pochi versi, che ora so essere in Inglese. E ne ricordo anche la musica, benché non udissi suoni.

April come she will
When streams are ripe and swelled with rain;

 

Rividi quel ragazzo altre due volte.
Non avrei mai immaginato che l’avrei rivisto una terza.

 

Il nostro secondo incontro avvenne inaspettatamente l’anno seguente.
Il nonno era sceso lungo il torrente per recuperare un ramo che, all’occorrenza sarebbe potuto diventare un prezioso bastone per le nostre camminate.
Lo intravidi seduto sulla sua coperta, con la testa china e concentrata che si perdeva in quell’universo di campi e boschi.
Era a pochi metri da me, ma guardava in un’altra direzione, anche quella volta credo stesse aspettando qualcuno, mentre ripeteva i suoi versi.
– In che lingua parli? – gli chiesi sfacciatamente, avvicinandomi.
Si voltò a guardarmi e socchiuse gli occhi, come se la luce calda del pomeriggio in controluce gli rendesse difficile il distinguermi.
Abbozzò un sorriso non convinto.
– E’ Inglese… – disse.
Rimasi qualche secondo a scrutare le sue dita che si muovevano sul foglio di carta.
– Ma… scrivi poesie? – gli domandai – Di cosa parla questa?
Smise per un istante, di muovere la penna e si riscosse dai suoi pensieri, proiettati chissà dove.
– Non è una canzone….Parla di una ragazza che si chiama April… – disse socchiudendo ulteriormente gli occhi. Aveva la barba lunga di qualche giorno e non doveva avere più di una ventina di anni.
– April? Che nome strano!  – udii nuovamente il fruscio dei passi di mio nonno che stava faticosamente risalendo la riva del canale.
– Già – sorrise – Come Aprile… – Poi sembrò dimenticarsi di me e fu come se nuovamente delle note arrivassero da lontano.
– Questo bastone andrà benissimo – disse mio nonno sbucandomi alle spalle senza che me ne accorgessi – Vieni, la strada per la fontana è ancora lunga…
Mio nonno si avviò tenendomi per mano, porgendomi il piccolo bastone ricavato da un ramo.
Di fronte a me vedevo le nostre ombre lunghe che si allungavano sui sassolini della strada.
Cercai di voltarmi per guardare il ragazzo, del quale non udivo più la voce né le note che accompagnavano i suoi versi, ma la luce di quel pomeriggio di luglio mi impedì di capire se fosse ancora lì.
Un attimo dopo stavo già pensando a Fram e al nostro bastone.
Nessuno potrà mai farmi dimenticare la dolcezza di quei giorni.

 

Da qualche tempo ho un’amica.
Si chiama Angela e abita poco distante.
Ha un marito e due figli, mi ha visto chino nel giardino chino a raccogliere la cicoria e mi ha chiesto se avessi delle sementi da prestarle, dal momento che anche lei ha che fare con il giardinaggio.
Forse sono stato un po’ brusco. Ho colto un’espressione leggermente spaventata nei suoi occhi scurissimi. Del resto il mio volto è segnato, e non mi rado da due giorni.
E’ tornata dopo due giorni, per invitarmi a prendere un caffé, come segno di buon vicinato.
Ho la testa piena di pensieri confusi e vorrei tanto accettare, ma so che non sarei un ospite spensierato.
Le voci sulla crisi della ditta dove lavoro non sono più solo rumori.
Non faccio altro che pensarci, mentre faccio i conti anche sugli spiccioli.

 

Piove. Non ricordavo quanto fosse particolare il rumore dell’acqua che ti circonda.
Il garage è ancora pieno di cianfrusaglie, che non sono riuscito a sgomberare, durante i lunghi mesi di ristrutturazione. Sono scatoloni che devono essere vecchi decine di anni, probabilmente neanche il vecchio proprietario ha mai avuto troppo tempo per disfarsene.
Il garage si allunga sotto l’abitazione per tutta la sua lunghezza, poi al fondo svolta nel vano caldaia.
La pioggia sembra battere più forte in questo punto, contro la piccola finestrella che si affaccia sul marciapiede interno che costeggia la casa.
Ci sono altri scatoloni inumiditi. Vorrei scaraventare tutto lontano, ma non trovo la volontà per farlo.
Sto per tornare di sopra, ma tra due scatoloni però intravedo il lembo di un giornale giallissimo, che cattura la mia attenzione.
Tento di sfilarlo, a cavalcioni della polvere stanziale, ma un angolo del giornale, sfinito, mi rimase tra le mani.
Do un’occhiata alla data, nel marrone della carta.
E’ un giornale del 14 giugno, ma la data è troncata in prossimità dello strappo.
Quanto poteva essere sopravvissuto quel giornale in quell’angolo?
Mi faccio forza e sollevo i pesanti scatoloni impilati sopra di esso.
Quando giungo all’oggetto della mia ricerca, le mie mani sono nere e la maglietta è quasi da gettare.
Il giornale è marcio. Sulla pagina, per quanto si riesca ad individuare, si parla di una partita di calcio. Sono i mondiali del 1974.
I miei occhi cadono sugli scatoloni.

 

Torno al piano di sopra facendo le scale 4 gradini alla volta.
Se quel giornale è rimasto lì per trentasei anni, mi chiedo cosa ci sia in quegli scatoloni chiusi col nastro adesivo, che sembrano avere la stessa età.
Ora la pioggia si è fatta più intensa e sento il freddo che mi avvolge dagli spifferi.
Affondo il coltello ed è il cartone a cedere di schianto, mentre sollevo polvere e tossisco pulendomi la bocca con l’avambraccio.
Vecchi giornali e riviste. La seconda scatola è invece piena di copie della Settimana Enigmistica completate. Penso che quella che ho di fronte agli occhi sia la calligrafia del nonno, mentre squarcio la terza scatola.
Un suono sordo sotto all’interno del cartone floscio.
Mi faccio largo tra i decenni.
Estraggo l’oggetto di plastica, perfettamente conservato, con la sorpresa di un bambino.

 

E’ la doccia più agitata e frettolosa della mia vita, quella che mi ripulisce dal fango degli anni.
Ho deposto gli oggetti sul tavolo, uno di fianco all’altro.
C’è il mio saxofono di plastica, con le note argentate.
C’è la chitarra rock rossa, con la leva per il vibrato e le piccole corde in metallo.
Ora ho capito da cosa è nato il mio amore per le canzoni.
Ci sono i chiodini della Quercetti, avvolti in un nylon con cura, con i quali disegnavo barche e fiori.
C’è la scatola del Sapient Robbie. Chissà se funziona ancora.
I miei giocattoli, scordati qui al momento della nostra partenza e, per qualche strano motivo, ignorati in un angolo del magazzino da quello che è stato il proprietario della casa.
Ma non c’è solo quello, nella scatola.

 

Da piccolo credevano che fossi portato per il disegno, mentre in realtà ne ero negato.
In realtà volevo scrivere canzoni e suonare, forse per quello mi comprarono tutti quegli strumenti musicali giocattolo.
Ma soprattutto i nonni mi regalavano matite pastelli e blocchi da disegno.
C’è uno di quei blocchi nello scatolone.
E ci sono fogli strappati e ingialliti.
Ne rivolto uno.
Ha qualcosa di strano, non riesco a capire.
Poi leggo.

April, come she will,
when streams are ripe and swelled with rain…

 

Sono le parole che udii dal ragazzo con lo zaino, quel giorno lungo la strada sterrata.
Come sono finite tra le mie cose? Non ricordavo che il ragazzo mi avesse regalato quel foglio.
Il rumore del telefono mi distrae per un attimo, ma durante la notte mi giro e mi rigiro, chiedendomi chi fosse April. Era esistita veramente o aveva abitato soltanto la fantasia di quel ragazzo?

Aprile, lei arriverà,
quando i torrenti sono maturi e gonfi di pioggia.

 

Il dormiveglia si trasforma in sonno tormentato. Sogno che la pioggia, inesorabile, stia battendo contro il mio volto, riempiendomi la bocca con un sapore amarognolo di terra.
Fino a farmi soffocare.

 

– Non so quanto possa durare, credimi. Si comincerà con la prima settimana di Settembre e verrà istituita una rotazione…
– Ascolta… parlami chiaramente – ho detto al mio Responsabile – Io e te siamo amici. Non fare tanti giri di parole e dimmi la verità. C’è speranza di recuperare?
Ha guardato da un’altra parte sospirando, evitando di guardarmi in faccia.
– Vedremo… il problema è che le commesse mancano e senza quelle…
Mi sono alzato senza lasciarlo terminare.
Mi ha chiamato per nome, quando ormai ero sulla soglia, dicendomi – …magari non sarà in eterno… dobbiamo essere combattivi e propositivi e…
Ho chiuso la porta e me ne sono andato.

 

Angela mi ha portato delle zucchine. Il suo orto procede molto meglio di quanto faccia il mio e se non fosse per i suoi consigli, le piantine si sarebbero già seccate da un pezzo.
Credo che voglia chiedermi qualcosa, ma qualcosa la blocca.
Non sa nulla di me e del mio lavoro, le ho raccontato poco della mia vita, se non del mio amore per la musica, ormai abbandonata.
I suoi figli scorazzano con le bici nel cortile, dove una volta ero io a farlo, evitando con cura il muretto che una volta mi fece ruzzolare tra i pomodori.
Vorrei chiederle da quanto vive qui, come è la sua vita, ma lei mi anticipa con una domanda.
– Il garage è molto ampio. Potresti farne una sala di registrazione e riprendere a suonare…
Le sorrido, pensando che ormai quel tempo sia perso per sempre.
E poi la mia mente viaggia altrove, va solitaria verso la radura.
Piove ad intermittenza e non posso certo proseguire le mie ricerche del laghetto, ora che la strada sarà piena di fango.
Penso anche a mia figlia.
Dovrebbe telefonarmi, se manterrà la parola.

 

Ha piovuto per una settimana.
E lei non ha mantenuto la sua promessa.
Alla fine sono stato io a chiamare.
Non c’era più.
E’ ritornata in America, o chissà dove.
Si è portata via l’ultimo legame che mi tiene ancora legato a questa vita.
Un ultimo istinto mi ha fatto trasalire.
Volevo andare a raccontare tutto ad Angela. Sono sicuro che lei fosse dietro la sua porta che mi aspettasse.
Ma non me la sono sentita, non posso condividere questa infelicità.

 

E’ settembre oramai.
E’ una giornata di forte vento forte, che rischiara e rinfresca parzialmente quello che è rimasto di me.
Un sollecito di pagamento in più o in meno non cambierà la situazione.
Presto o tardi arriveranno e si porteranno via questa casa, che forse troveranno vuota, chi lo sa?
Per giorni interi ho fatto finta di dimenticarmi di quel che resta dello scatolone e del suo contenuto.
Lo trascino al chiaro del cortile, vinto da una improvvisa curiosità.
Lo apro e mi siedo su una piccola sedia da campeggio. Ci sono altri fogli all’interno.
Quando li estraggo però, una folata fortissima si abbatte sul cortile, riempiendomi gli occhi di polvere.
Porto le mani al viso, cercando di contrastare il fastidio.
Quando li riapro però, la vista è annebbiata e liquida.
Quel che resta dei cartoni sta sbattendo contro il cancello di ingresso, bloccato nella sua grottesca fuga.
Come uno stormo impazzito e disordinato, i fogli se ne stanno volando via, librandosi lontano.

 

Prendo le chiavi e attraverso la strada, ignorando le vetture in arrivo e seguendo con lo sguardo il volo impazzito e ormai separato dei fogli.
Si uniscono quasi per dirsi addio, poi li vedo virare bruscamente verso sud-est e scomparire dietro la vecchia conceria.
La strada sterrata. Se voglio avere qualche speranza di ritrovarli, devo andare in quella direzione.
Da una finestra, poco lontano, mi sembra di scorgere il volto preoccupato di Angela, ma forse è soltanto il riflesso del sole.

 

Tutto è polvere e alberi in movimento lungo il mio vecchio e caro percorso amico.
Mi faccio strada cercando di pararmi gli occhi con la mano.
Ho perso di vista i fogli e il loro percorso, la loro fuga forse come ultimo tentativo di liberarmi dal mio destino.
Raggiungo la radura dove l’incrocio delle stradine porta alla fontana.
Qualcosa di chiaro sembra luccicare e ruzzolare per i prati.
La pagina bianca, inondata di luce scivola verso la piccola collina.
Quasi rimbalza e poi curiosamente si ferma nel luogo dove avevo intravisto il ragazzo per la prima volta.
Le mie dita sono artigli delicati sulla preda, che fino all’ultimo sembra voler beffardamente ripartire.
Leggo, mentre il vento cerca di strapparmelo dalle mani.

May she will stay
Resting in my arms again.

Cosa significa? Cerco di far leva sul mio inglese lacunoso.

Maggio, lei rimarrà,
riposandosi ancora tra le mie braccia.

 

Sono i versi che quel ragazzo stava scrivendo, ma ancora una volta qualcosa di strano mi tormenta senza rivelarsi.
Di cosa parla questa storia?
Della storia di lui ed April scritta al futuro?
Mi guardo intorno, stringendo l’ormai debole foglio tra le mani.
Ed è lì che vedo.
Poco oltre, nuovamente lungo la strada. Un pezzo di carta è impigliato tra i rami della bassa siepe che costeggia la strada, un altro ancora rotola lungo la sponda del torrente ormai in secca.
In un tempo interminabile arrivo a metterci le mani sopra e non c’è bisogno di capovolgerli per leggerne le due strofe.

June, she’ll change her tune
In restless walks she’ll prowl the night

July, she will fly,
And give no warnings to her flight

A giugno cambierà di tonalità,
vagherà nella notte in camminate solitarie

A luglio volerà,
Ma non avviserà del suo volo

 

Aprile, maggio giugno, luglio.
La poesia mi sta portando lontano, verso la sua conclusione, forse.
A luglio volerà… dove?
Le strofe si riferiscono sempre ad April o… all’amore in generale?
Vago lungo la strada, squassata dal vento a tratti inferocito, a tratti dolce.
Mi addentro in quella che è stata la strada del mio passato, alla ricerca di una traccia dei fogli mancanti.
Cammino confuso fino a giungere in un punto in cui le cime degli alberi si curvano a proteggere il percorso.
Improvvisamente, lento e minaccioso, intravedo un altro foglio che svolazza lungo la strada, rantolando il suo percorso.
Poi si posa.
Ora ricordo quel luogo.
Fu il posto dove vidi per la terza volta il ragazzo.
Durante l’ultima estate, quella del 1974.

 

Il nonno stava parlando con un conoscente che si addentrava spesso in quei luoghi alla ricerca di funghi.
Avevo scorto il ragazzo voltandomi, ma quella volta non c’erano stati dolci versi sommessi, nessuna musica che pareva provenire dal bosco. Persino la giornata si era come scurita inaspettatamente.
Era smagrito, era diventato trasandato, si teneva il capo tra le mani.
Aveva incrociato il mio sguardo con un’ombra di amarezza, liberando per un attimo il capo dalle mani.
Si era alzato, aveva raccolto il suo zaino e si era avviato, un’ombra spettrale, lungo la strada diventata di fredda terra, mentre quasi potevo intuire le tristi parti finali del suo componimento.

 

Mi precipito, sollevando polvere, oltre la galleria naturale, ma il foglio sembra avvertire la mia presenza. Rotola più in là, scompare all’interno del letto del piccolo torrente e lo perdo di vista.
Arrivo sul ciglio con il cuore in gola. Il foglio è sospeso oltre il torrente imbrigliato tra i rami della boscaglia.
Attraverso quella terra sconosciuta di nessuno, attratto da quella caccia al tesoro senza spiegazione.
Chissà se trentasei anni prima con il nonno ci siamo spinti fino a questo punto sconosciuto del bosco?
Ma è un pensiero passeggero.
Le mie mani sono sul foglio.
No, non ancora. Un po’ più in là. Ancora un po’ più in là.
Fino alle sue parole sbiadite.

August, die she must,
The Autumn wind blows chilly and cold

 

Leggo incredulo più volte le parole, avvolto fino alle ginocchia da erba e sterpaglie, sulle quali si disegnano tracce confuse di vento.

Ad agosto dovrà morire,
Il vento dell’autunno soffia freddo e ghiacciato

Cosa significavano quelle parole…?
Me lo chiedo mentre mi guardo attorno ed il cucù torna a farsi sentire, ora che il vento sembra placarsi.
E’ qui la fine del mio travagliato viaggio?
E’ questo l’ultimo foglio, che parla di un qualcosa che finisce e forse…
– Forse non è mai stato vissuto… – mormorò tra me.
So che è poco più in là.
Mi giro e lo vedo al fondo del bosco, in una radura.
L’ultimo foglio.

 

Da anni, forse da decenni non passa più nessuno qui, se mai qualcuno è passato.
Il foglio è lì, a pochi decine di metri dalla boscaglia.
Appoggiato a quella che sembra la riva di…
Passo dopo passo avanzo, finché non mi ritrovo di fronte a ciò che ho tanto cercato.
Il foglio è lì di fronte e un’ultima folata lo porta via, poco più in là.
E lo fa atterrare dolcemente nel laghetto.

 

Vorrei rimirare in eterno lo specchio di acqua scura che si apre ai mie piedi e lasciare che i ricordi si depositino finalmente nel luogo che hanno cercato così a lungo.
Ma l’acqua sta inondando il foglio, che ora galleggia placidamente verso la riva destra.
Come posso fare a raggiungerlo, prima che l’acqua sciolga per sempre le parole finali di quella poesia?
Nell’aria si diffonde un arpeggio di chitarra e, senza che io riesca a stupirmi, nel bosco si alza una dolce voce che intona i versi dei fogli. So che è la mia memoria a farlo.
Laggiù.
Un grosso ramo si sporge sullo specchio d’acqua, in prossimità del pezzo di carta, immobile, ora che il vento è cessato.
Mi arrampico lentamente sul ramo.
Un po’ di più.
Un po’ di più ancora.
Finché il foglio è sotto di me.
Mi sporgo e mi fermo stupito, mentre il ramo scricchiola.
Sorrido all’immagine che vedo riflessa e a quei versi che conosco bene, per averli scritti molti, molti anni prima, e alla loro calligrafia da bambino.
Il ramo vacilla, mentre vedo la mia immagine di bimbo nello specchio d’acqua, attraversata dal foglio.
Mi sporgo ancora, incredulo, fino a sfiorare la mano che vedo nell’acqua.
Poi il ramo cede di schianto.
E cado verso il me stesso di tanto tempo fa.

 

Tutto è così naturale ed i miei ricordi di cose non vissute finalmente si incastrano, mentre afferro annaspando il foglio, del quale non ho bisogno di leggere le parole.
Lo stringo nel mio pugno, che agito invano e quasi rassegnato.
Ho vissuto tante volte questi ricordi, senza averli mai vissuti, per averne veramente paura.
Sento l’acqua entrarmi nella bocca e invadere dolcemente il mio essere col suo sapore di sempre.
L’acqua si alza e abbassa dai miei occhi, mentre perdo cerco inutilmente di aggrapparmi al ramo e vengo trasportato dalle onde della mia caduta, lentamente e in circolo in quel laghetto.
Il ragazzo con lo zaino, l’uomo che comprò la casa dopo averla tanto sognata per tornarci a vivere, il passeggero della vettura che guardava dalla macchina azzurra e spesso veniva a vedere come stesse la sua casa, sono lì attorno.
Le molte parti di me stesso mi guardano in questo atto finale.
Ricordo di aver pensato spesso che l’amore più bello è quello che stai rimpiangendo ancora prima di viverlo.
Era giusto così. Non aveva senso senza di lei, senza April, la mia compagna di giochi di allora, la bambina delle formine.
Non ne aveva mai avuto.
Avevo visto il nostro dolce amore e il nostro addio, prima di viverli.
Per tutta la vita ho avuto nostalgia delle cose che non avrei potuto vivere, conoscendone in anticipo il triste finale.
Forse è meglio così, è uno dei miei ultimi pensieri.
Forse abbiamo tutti un laghetto dove confondere il nostro tempo.
Poco più in là, sulla riva, c’è un bambino che si sporge in avanti e sfida la mia vista sempre più offuscata.
Sono me stesso, trentasei anni prima.
Ha occhi consapevoli e malinconici, così come dicevano che fossi.
Tende la mano verso di me, e so che sta dicendo “Afferrala”, anche se le sue labbra non si muovono.
Tendo la mia debole mano fuori dall’acqua verso di lui, e vorrei sorridergli.

 

Il vento freddo che anticipa l’inevitabile ciclo delle stagioni, si infila lungo i campi che portano alla radura.
Un veicolo risale lentamente la strada sterrata in retromarcia.
Angela si stringe nel golfino bianco. Ha i capelli spettinati sfuggiti alle forcine, lo sguardo stravolto rivolto verso le luci blu che vorticano sotto un cielo senza più sole.
Si morde un labbro con gli incisivi superiori, quasi fino a lacerarselo.
Trattiene le lacrime tirando su col naso.
Nessuno la può vedere in volto in quel momento.
Dietro di lei, una ventina di persone si sono fermate a osservare la scena nel punto dove la stradina diventa sterrata.
Ma lei è andata oltre. Dal gruppo si stacca una donna che le si fa incontro.
La prende sotto braccio proprio mentre lei solleva il lenzuolo che copre il volto del cadavere adagiato sulla lettiga dell’ambulanza.
Quando lo vede emette un singhiozzo e rende il labbro inferiore martire del proprio dolore.
Stringe i pugni con lo sguardo sbarrato, cercando di trattenere i pensieri delle cose non dette.
L’amica le passa un braccio attorno alla schiena e la stringe a sé.
Cerca di calmare il suo tremore con la tacita condivisione del suo segreto.
Trascorre un attimo lunghissimo, mentre i barellieri sollevano la lettiga verso l’ambulanza.
Poco più in là due carabinieri attendono appoggiati alla loro vettura.
Un terzo si avvicina ad Angela e le porge un vecchio foglietto spiegazzato e fradicio, sul quale si leggono a fatica parole di un vecchio inchiostro annacquato.
– Credi che ti avesse riconosciuta? – le chiede dolcemente l’amica.
Angela deglutisce, si chiude ancora di più all’interno del golfino. Ora fa freddo, il vento quasi autunnale, che ogni tanto sembra voler risorgere, a tratti fa rabbrividire.
– Non lo so…- tira su col naso – Non lo so… Aveva ricordato la sua vita ancora prima di viverla… anche quello che sarebbe stato il nostro addio… Era stato lui a chiedere ai nonni di andarsene, quando era piccolo. Possedeva questo dono che per lui era una maledizione… Sapeva che… che l’avrei lasciato… e invece non ho mai potuto amarlo…
Passa un tempo che sembra interminabile, poi aggiunge, sempre più debole di fronte alle lacrime.
– Credevo di poterlo ancora amare… quando l’ho visto qui, lo scorso aprile…
Le sue parole svaniscono nel sussurro.
Le porte dell’ambulanza si richiudono. L’amica le sussurra lentamente qualcosa. Angela sa che è il momento di uscire dal mondo dei rami intrecciati. Tira ancora su col naso, cercando di indurire il profilo.
Sa che dovrà dare delle spiegazioni all’uomo che la sta per chiamare.
Si volta verso il gruppetto di persone al limite della strada asfaltata e sente la voce di suo marito.
Ha lo sguardo sereno dei giusti e severo della moralità. Probabilmente non ha mai avuto fantasmi che lo abbiano tormentato dal profondo e forse neppure li comprenderebbe, ma a lei è sempre piaciuto anche per questo.
Si scambiano uno sguardo che sa di intesa. Ora lui sa, anche se non chiederà mai.
– Vieni April, andiamo a casa… – le dice.
Le due donne si incamminano sulla strada sterrata mentre il campanile della chiesa del cimitero quasi affonda al contrario nelle nuvole che sono scese basse.
L’ambulanza scorre di fianco a loro lenta, sollevando soltanto il rumore dei ciottoli.
April apre il foglietto e legge le ultime parole della canzone che lui aveva iniziato a comporre per lei quando erano piccini e giocavano insieme sulle rive del torrente.

September I´ll remember.
A love once new has now grown old

A settembre mi ricorderò
Di un amore che un tempo fu giovane ed ora è sfiorito.

 

Il profilo della piccola collina si sovrappone in un controluce fatto di esagoni, come se la luce del sole passasse attraverso la lente di un obiettivo.
Un arpeggio di chitarra, che arriva da chissà dove, regala serenità.
Parla di un amore lontano, tanto bello e struggente quasi da non poter essere cantato o vissuto.
Un uomo e un bambino sollevavano la polvere biancastra della strada con i loro passi rallentati, senza staccare lo sguardo dall’orizzonte.
– Sono stanco… portami a casa, ti prego.
Non è il bambino che parla.
Sono io.
Mi prende per mano, mentre camminiamo.
Lui, con la sua saggezza, saprà trovare la strada di casa.

 

April come she will è in realtà una canzone di Simon & Garfunkel, a dire la verità una delle più belle canzoni che io conosca, tratta dall’album “Sounds of silence”.
La versione che vi propongo, secondo me la migliore, è quella cantata dai due nello storico concerto del 1981, tenuto al Central Park di New York.
http://www.youtube.com/watch?v=xH-9H75A0Tk

 

MAURO SAGLIETTI

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