Ascolta, si fa sera

Ascolta, si fa sera

No, non era stata la sveglia.
Non suonava mai la domenica.
Quel giorno si dormiva, alla faccia di quanto ne dicessero gli altri.
C’era un solo giorno per potersi riposare, tanto valeva sfruttarlo.
E allora cosa ci facevo già sveglio, come mai non riuscivo più a dormire?
Cos’erano poi quei pensieri che frullavano nella mente?
Lo studio, ecco… mi ero svegliato da solo…

No, non era stata la sveglia.
Non suonava mai la domenica.
Quel giorno si dormiva, alla faccia di quanto ne dicessero gli altri.
C’era un solo giorno per potersi riposare, tanto valeva sfruttarlo.
E allora cosa ci facevo già sveglio, come mai non riuscivo più a dormire?
Cos’erano poi quei pensieri che frullavano nella mente?
Lo studio, ecco… mi ero svegliato da solo perché l’indomani ci sarebbe stata un’interrogazione e io non sapevo un accidenti…!
No, tutte balle.
Certo, ero preoccupato, ma non stavo pensando a quello.
No, i libri non avevano macchie di granata.
Non era lo studio.
Era lo stadio.
Era l’atmosfera della domenica, qualsiasi cosa si fosse fatto.

 

Quel giorno non era un giorno normale.
Le mogli lo sapevano bene, le fidanzate sbuffavano e si adeguavano, le madri scuotevano la testa vedendo che anche il proprio figlio avrebbe seguito orme che conoscevano bene!
L’attesa per la partita era spasmodica e andava aumentando a mano a mano che la mattina si trasformava in mezzogiorno.
Se dovessi ricordare quale fosse il pensiero dominante in quei momenti, mi viene solo alla mente il granata, le tenute degli anni ’70 con i calzoncini dello stesso colore della maglia, quelle di tonalità più chiara degli anni ’80… erano macchie attese una settimana che cominciavano a giocare nella fantasia e facevano crescere l’attesa.
Se eri grandicello c’era lo stadio ad attenderti nel suo abbraccio.
Se il Toro giocava in trasferta oppure se eri un bambino troppo piccolo per lo stadio, o che lo frequentava solo saltuariamente, non vedevi l’ora di salutare tutti per andarti a rinchiudere nel tuo angolo, dove vivere la cerimonia del calcio e del Toro senza rompiscatole attorno.
E se invece il lunedì ti attendeva con una possibile interrogazione, non ti restava che aprire il libro e cominciare a studiare.
E in fretta anche.
Un momento… come in fretta?
Si poteva tranquillamente rimandare a dopo “Tutto il calcio”.
Certo, ci si poteva pensare dopo.
Disse Pinocchio.

 

“Click” faceva la radiolina a transistor e “Tutto il calcio minuto per minuto” aveva inizio, con la trasmissione dei soli secondi tempi delle partite.
Quando la trasmissione era nata, sul finire degli anni ’50, la Rai aveva deciso di trasmettere soltanto la seconda frazione di gioco per timore che la radio potesse sottrarre spettatori agli stadi.
Quasi come adesso, che se potessero portarti i giocatori in casa lo farebbero, purché tu possa sganciare la grana.

 

Era bello negli anni ’70 attendere l’inizio dei secondi tempi per sperare che il Toro fosse già in vantaggio, guardando lo scorrere dei minuti e fantasticando su quante volte Pulici avesse già ingrigliato il portiere avversario.
L’alternativa era piazzarsi di fronte al televisore (in bianco e nero, con soli due canali) per sperare che saltasse fuori una sovrimpressione che facesse esplodere la gioia.
Le prime sovrimpressioni che ricordo, vennero introdotte proprio nel 1976, prima ancora che nascesse “Domenica In”. 
Scorrevano lentamente da destra a sinistra sul fondo dello schermo e davano il tempo di accorgersi che qualcosa stava capitando, lasciando una certa suspance.
Ce-se-na-ju-ve-tus 0-1 ha se-gna-to Bet-te-ga
– Noooo – dissi quel giorno e oggi quell’esclamazione mi sembra proprio quella di un’educanda in confronto a tutte le madonne eruttate nei decenni in situazioni simili.
To-ri-no-Ro-ma 1-0 ha se-gna-to Gra-zia-ni
– Alèèèèè!!!!
Quel giorno fu poi la radio a ribaltare il risultato di Cesena, dando così inizio alla nostra rimonta.
Ma questa è un’altra storia.

 

Le sovrimpressioni che scorrevano non piacquero e furono sostituite da slides fisse (schermate, che diavolo dico) con risultato e marcatore.
La settimana seguente, ad esempio, mi posizionai di fronte al televisore ben sapendo che si sarebbe giocato il derby.
Il primo che seguivo da bambinetto, seppur da casa.
Fu il primo risultato che comparve.
Juventus – Torino 0-1.
E poi, sotto, il nome del marcatore, Patrizio Sala.
In realtà era un’autorete, ma la comunicazione era quella che era e poi era la sostanza a contare.
Dopo un lungo periodo, durante il quale avevo fissato un programma sconosciuto nella speranza di veder saltare fuori la notizia magica come fosse un gioco, sobbalzando ogniqualvolta ne spuntava una relativa ad altre partite, la fausta schermata comparve:
juventus – Torino 0-2, Patrizio Sala, Graziani.
Pure questa era un’autorete, ma anche questa è un’altra storia.
Sempre quella di prima.
Un giorno bisognerebbe raccontarla ancora, anche se tanto è stato detto e scritto.

 

Nonostante le sovrimpressioni, la masochistica sensazione di attesa scandita prima dalla sigla (quell’anno Caravan di Eumir Deodato) e dalla voce di Ameri o Ciotti, non aveva prezzo.
Le radio private (o “pirata”) avrebbero ben presto stravolto le mie abitudini, con la radiocronaca in diretta dei primi tempi.

 

Non avevo impiegato molto, in quella fantastica annata 1976, a ritrovarmi calato in un universo di idiozie scaramantiche che non mi avrebbero più abbandonato.
Già le mani fredde e la tensione nervosa prima del collegamento non erano un segnale di stabilità mentale, ma uno pensa sempre di poter dominare i propri difetti.
Pensa.
La voce di Roberto Bortoluzzi rimbomba ancora nelle mie orecchie.
Amici all’ascolto buon giorno… questo l’ordine dei campi collegati… Torino per Torino Milan, Milano per Inter-juventus…
Quanto erano? Il Toro stava vincendo? Ancora pochi secondi, solo pochi secondi e lo avrei saputo…. Interminabili secondi…
Per milioni di persone, in quei secondi la voce di Bortoluzzi scatenava più emozione di quella di una bella donna.
– …via Torino con i parziali.
– Qui al Comunale di Torino, Torino 1 – Milan 0, gol di Graziani…
– A San Siro 0-0 tra Inter e juventus, linea a…
Ameri-Ciotti, Ciotti-Ameri, scusa Ameri, scusa Ciotti… il ritornello di una generazione di ragazzini felici, che giocavano ingenuamente con quelle poche parole.
Scusa Ciotti, sono Ameri, stan perdendo i bianconeri.
Scusa Ameri, sono Ciotti, i bianconeri sono cotti.

 

Mi ero calato in fretta, dicevo, in quella sovversione delle regole e della logica che tifare Toro comportava e che mi ha a lungo portato, nel corso della mia vita, ad assumere gli atteggiamenti più strambi e ridicoli, pur di non turbare l’armonia cosmica.
In quegli anni la partita si ascoltava rigorosamente in camera da letto, seduti sempre sulla stessa piccola sediolina verde anni ‘70, con la radiolina tra le mani e la gamba destra su quella sinistra.
Sempre così.
Il Torino vinceva e segnava.
Perché avrei dovuto spostarmi da quella posizione così comoda?
La primavera si avvicinava, dalle finestre della camera aperta giungeva l’eco di tante radioline sintonizzate sulla medesima frequenza.
E poi improvvisamente la radiolina si metteva a friggere, come se mille fruscii elettrostatici in contemporanea si fossero uniti per disturbare il radiocronista.
Era il boato del pubblico, quello del gol.
La voce di Ameri emergeva dalle urla come la testa di un uomo che annaspa per non affogare.
– …Attenzione! Raddoppio del Torino… Garritano ha calciato al volo…
Se poi era appena giunta la notizia che la juve aveva preso gol a Milano su punizione, allora non c’era tempo neanche per accorgersene.
Balzavo in piedi spinto dalle molle di una felicità tanto forte quanto inspiegabile per un cuore così giovane e mi proiettavo verso il salotto.
– Mamma, mamma! – urlavo, nel corridoio per comunicare a lei e alla nonna che il Torino aveva fatto gol.
Non c’era certo bisogno di urlare, lo avevano già capito da quel trambusto di porte che si aprivano e si chiudevano sbattendo.
Ma, durante, quel viaggio, ahimé, capitava l’inconveniente.
A forza di tenere ostinatamente la gamba destra su quella sinistra, la circolazione si fermava.
E camminare su una gamba insensibile può essere molto ma molto pericoloso.
Arrivavo in salotto urlando e saltando su una gamba sola, mi sentiva tutta la casa.
Me ne tornavo indietro zoppicando e trascinando la gamba.
I primi segnali di squilibrio erano già tutti lì.
I miei scuotevano la testa al mio fervore.
– Gli passerà… – pensavano.
Pensavano.

 

Non erano solo Ameri e Ciotti. Erano le voci senza volto, quelle che immaginavamo soltanto con la fantasia.
Erano Alfredo Provenzali, Ezio Luzzi, Enzo Foglianese, Claudio Ferretti, Everardo Dalla Noce.
A partita finita, quanto Tutto il calcio minuto per minuto aveva termine, andavano in onda dei semplici jingle che sarebbero diventati il simbolo di un’epoca.

 

La tua squadra del cuore ha vinto?
Brinda con Stock 84!
La tua squadra del cuore ha perso?
Consolati con Stock 84!
La tua squadra del cuore ha pareggiato?

A ‘ridaje con Stock 84.
In pratica ‘sto Stock (non sono diventato balbuziente) era da bere sempre.
Dopodichè, mentre il pomeriggio si faceva sempre più inoltrato, le trasmissioni sportive proseguivano e venivano mandate inoltre le prime interviste dagli spogliatoi…

– Allora, Mister Radice, anche oggi la sua squadra ha colpito molte volte i legni della porta avversaria…

 

Il pomeriggio sportivo aveva quindi termine e, per chi si fosse mantenuto fedele alle frequenze del primo canale della Radio, i transistor facevano fuoriuscire dall’apparecchio una musichetta seriosa, accompagnata da una voce:
Ascolta, si fa sera. Ti parla Padre Virginio Rotondi.
Era una rubrica religiosa, destinata alla riflessione, in ore nelle quali il giorno iniziava serenamente a spegnersi.
Ma era anche il segnale che si era andati oltre, nella zona di confine oltre la quale la radio perdeva quella funzione familiare e conosciuta di scatola dei giochi e cominciava ad addentrarsi in un terreno sconosciuto.
Non mi sentivo ancora abbastanza spirituale, così spesso e volentieri, Ascolta si fa sera diventava il segnale che era giunto il momento di spegnere la radio e cominciare a prepararsi per l’appuntamento che avrebbe appagato anche l’occhio, oltre che l’orecchio.
I libri? I libri? Avrebbero potuto attendere ancora un po’.
La testa rintronava dopo tutte quelle parole.
Meglio attendere ancora un po’ e nel frattempo distrarsi con un programma televisivo.
Magari calcistico.

 

Novantesimo minuto era nato nel 1970, la prima opportunità di vedere i gol della propria squadra già nel corso del pomeriggio, anziché attendere la Domenica Sportiva che sarebbe andata in onda soltanto in serata.
L’orario d’inizio era quello delle 19 (negli anni ’80 fu anticipato alle 18.30 e poi alle 18.20) e a condurre la trasmissione era l’accoppiata Paolo Valenti, Maurizio Barendson.
All’inizio i filmati trasmessi erano soltanto quelli dei campi principali, ma col passare degli anni si arrivò ad avere una copertura totale.
Nel 1976, in seguito alla riforma RAI, Barendson (che sarebbe scomparso prematuramente due anni più tardi) venne spostato sul “Secondo Programma” (oggi Rai Due) e Valenti, qui sotto nella foto con Roberto Bortoluzzi di Tutto il calcio minuto per minuto”, rimase l’unico conduttore.

 

 

Quando partiva la sigla di ’90 minuto non doveva ronzare una mosca in casa. Guai!
Le immagini del Torino avrebbero potuto essere benissimo le prime.
Più frequentemente le ultime.
Come era stato il gol di Pulici?
Aveva segnato sotto la Maratona?

E quello di Graziani? E la parata di Giaguaro?
Le idee descritte dalla radio e alimentate dalla fantasia si sublimavano nella ragione delle immagini.

 

La trasmissione era gradevole perché non c’erano tempi morti.
Spazi pubblicitari a parte, non esistevano moviole in studio, anzi le immagini incriminate molto spesso non venivano neppure ripresentate al rallenty.
Semplicemente si rimandava il tutto a qualche ora più tardi, con la frase sempre buona “Vedremo stasera alla moviola”.
Niente poi chiacchiere o commenti insulsi a parlare delle solite porcherie, tanto per fare audience ed abbassare il prodotto, truzzizzandolo.
Niente Del Piero e giornalisti falsi che sbracavano stracciandosi le vesti per dire banalità.
Niente Ronaldinho, niente Mourinho. Niente Inter-Milan-juve, Mlan-juve-Inter o juve-Inter-Milan.
Niente di tutto questo.
Valenti gestiva il tutto con democrazia, assegnando lo stesso tempo per ogni collegamento da ciascuna delle sedi collegate.
Il modo nel quale la trasmissione era realizzata, era del tutto pionieristico e rocambolesco.
Stiamo parlando di anni in cui il digitale era parola e concetto sconosciuto.
Il colore poi, fece la sua comparsa solo nel 1977, dopo anni di tiritera Pal – Secam.
Funzionava così: un operatore filmava le immagini del primo tempo, poi un fattorino prendeva la “pizza” (la pellicola) e partiva a razzo verso la sede RAI più vicina.
Lì la pellicola veniva prima sviluppata, quindi venivano scelte le parti da mandare in onda, e montate a tempo di record mentre la partita stessa era ancora in corso.
Le operazioni del secondo tempo invece erano ancora più rocambolesche, in quanto il fattorino avrebbe trovato ad ostacolare la sua folle corsa, il traffico in uscita dallo stadio.
Non era raro quindi vedere un taxi uscire dall’impianto scortato dalle sirene spiegate della polizia, che gli faceva largo nel traffico.
– Sarà quel cornuto dell’arbitro! – diceva la gente.
E invece no. Il taxi era vuoto ma non c’erano fantasmi.
Sul sedile posteriore, comodo passeggero, solo la pizza con le immagini del secondo tempo.
Ecco dunque il motivo per il quale molto spesso i cronisti (specialmente quelli del Sud, dove le sedi RAI erano più distanti dagli stadi), iniziano il servizio con un malaugurato “Purtroppo mancano le immagini del secondo tempo…”, che mandava in bestia milioni di persone.

 

Quanta ansia in quei minuti, quanta voglia di vedere la partita del Toro!
Eppure quelle immagini non arrivavano mai.
Oggi la logica degli ascolti tiene per ultima la partita delle solite “grandi” (e quanto è piacevole spegnere la televisione prima delle immagini dell’Inter o del Milan). All’epoca, fuori dalle leggi della stramaledetta audience del piffero, l’ordine dei collegamenti obbediva ad una sorta di scaletta casuale.
E il Toro non arrivava mai, mai.
– Ecco! – sbraitavo – anche questa volta per ultimi! Non è possibile…

 

La trasmissione non era immune da difetti, molti cronisti lasciavano trasparire una certa faziosità, soprattutto se la squadra di casa aveva perso.
Il Toro non era mai trattato con i guanti di velluto, neppure in tempi di trionfi, mentre nessuno osava mai recriminare in caso di vittoria esterna fortunosa o latrata della gobba.
I collegamenti dal Sud erano spesso avventurosi, in quanto avvenivano da postazioni di fortuna ricavate negli stessi stadi, dietro le quali si assiepavano tifosi smaniosi di mostrarsi e di fare ciao con la manina.
Uno ad uno scorreva il teatrino di Novantesimo minuto, volti e modi di parlare che, senza volerlo, divennero personaggi della porta accanto che ci tennero compagnia durante gli anni del nostro folle innamoramento per il calcio e soprattutto per il Toro.

 

Gianni Vasino curava i collegamenti da Milano, più raramente da Verona. Era solitamente equilibrato e sobrio. Non ha mai lasciato trasparire la sua fede.

 

Da Roma, spesso e volentieri l’inviato era il laziale Galeazzi, qui con molti chili in meno, rispetto ad oggi. Uomo di sport e di calcio, slegato dal giornalista rampante dei giorni nostri, ha sempre espresso opinioni pertinenti e sobrie, nonostante la sua fede fosse nota.
Recentemente ha espresso opinioni lusinghiere nei confronti del Toro e la mia simpatia nei suoi confronti è aumentata.

 

Le partite del Toro (e dei gobbi) venivano spesso commentate da Cesare Castellotti, che, sempre in maniera sobria ma non sempre condivisibile, forniva una lettura tecnico-tattica del match al termine delle immagini.
C’era anche lui, assieme a Frajese quel giorno del maggio 1976 sul prato del Comunale.
Fu suo il primo collegamento che l’anteprima di ’90 minuto mandò in onda, appena terminata la partita.
Si diceva che fosse gobbo, una voce che non ha mai avuto conferme ufficiali.
Castellotti si alternava sovente con Beppe Barletti, personaggio che ispirava una certa fiducia.
Si diceva che anche lui fosse juventino.
Benché macchiato di tal terribile colpa, lavò tutti i suoi  peccati scrivendo il testo dell’inno “Forza Toro” (quello dello scudetto per intenderci).
Sotto questo punto di vista è curioso notare come due tra le più popolari e conosciute testimonianze, scritte o cantate che fossero, sul Toro, siano state scritte da persone di fede bianconera.
Mi riferisco soprattutto a “Me grand Turin” di Giovanni Arpino che (pare) fosse juventino.
La cosa più bella forse mai scritta sul Toro.
Tornando a 90° minuto, saltuariamente anche Piero Patti si occupava dei servizi dalla redazione di Torino.

 

Giorgio Bubba dalla redazione di Genova era senza dubbio un personaggio.
Colorito seppur pacato nelle sue descrizioni, amava dipingere dei quadri con le parole.
Quadri molto belli ma nei quali però ogni tanto era facile perdersi, anche a causa del suo continuo ondeggiare di tonalità, che alle volte nascondeva distaccata ironia e sarcasmo.
Si diceva fosse blucerchiato, ma tale passione non è mai trapelata nei suoi interventi televisivi.

 

Chi invece non faceva mistero dei suoi interventi era Marcello Giannini da Firenze, dalla tipica parlata fiorentina. Simpaticamente di parte, amava i suoi giocatori senza remore (Antognoni su tutti) così come non lesinava espressioni feroci con ironia tagliente (In occasione di un gol subito dal portiere della Fiorentina Landucci, alla fine degli anni ’80, disse che il portiere, prendendo il gol, anche per quella domenica si era tolto il pensiero).
Però si incasinava. Spesso non riusciva a stare al passo con le immagini e faceva confusione, come quella volta che confuse Passarella con Pesaola (!). 

 

Lo sfortunato Piero Pasini morì nel 1981, mentre lavorava a una partita. Era il corrispondente da Bologna dalla voce caratteristica. Ora il suo posto è stato preso dal figlio Gabriele.

 

Non si è mai capito fino in fondo se Tonino Carino da Ascoli ci fosse o ci facesse.
Sembrava uno scolaretto ingenuo alle prime armi durante un’interrogazione nella quale sta inciampando sulle parole.
La satira dell’epoca lo prese di mira senza pietà e lui un po’ ci giocò.
E’ uno dei personaggi più ricordati, tant’è che ha collaborato anche con la trasmissione “Quelli che… il calcio”.

 

Luigi Necco da Napoli (e talvolta da Avellino) era un personaggio particolare.
Forbito nel linguaggio senza disdegnare qualche detto locale. Era dotato di lingua tagliente e ironica. Quando terminava il resoconto della gara e la linea stava per passare a Valenti, veniva sopraffatto dai tifosi circostanti che si mettevano a urlare “Forza Napoli” anche se i partenopei ne avevano presi quattro.
Se la vide brutta.
La camorra gli sparò alle gambe prima di una partita interna dell’Avellino, in seguito ad alcuni suoi servizi giornalistici.
Terminata l’attività di giornalista sportiva, si dedico alla sua grande passione: l’Archeologia.

 

Fratello “minore” di Necco era Salvatore Biazzo, quasi sempre da Avellino.
Più serioso di Necco, non riusciva comunque a scampare all’assalto dei tifosi irpini che urlavano immancabilmente“Forza Lupi” al termine del collegamento.

 

Alzi la mano chi non ricorda la curiosa parlata di Ferruccio Gard da Verona (rare volte da Milano).
Personaggio sobrio, come tanti e apprezzati giornalisti di quegli anni, fece da colonna sonora al trionfo del Verona nel 1985, di cui era tifoso.
Oggi è uno dei più famosi e apprezzati pittori al mondo nel ramo dell’astrattismo.

 

Franco Strippoli da Bari o Lecce comparve negli anni ’80, seguendo l’alterna fortuna delle squadre pugliesi.
Si fece notare per il gigantesco riporto per il quale la Gialappa’s Band lo prese per i fondelli non poco.

 

Emanuele Giacoia (qui dietro Valenti) curava i collegamenti da Catanzaro. Dotato di garbo e voce profonda, ha poi continuato la carriera di giornalista.

 

Roberto Scardova curava collegamenti da Bologna e Cesena dopo la morte di Pasini.
Oggi lavora per il TG3.

 

Pensa te. Guarda chi si vede. Lamberto Sposini lavorò, all’inizio della sua carriera, per 90° minuto curando i collegamenti da Perugia.

 

Quando il teatrino 90° minuto terminava, mi accorgevo con sorpresa di avere un peso fastidioso sulle ginocchia.
Era il libro che avrei dovuto studiare.
Durante l’intera trasmissione ero riuscito ad andare avanti anche di ben tre righe!
Impresa degna di menzione.
Ma che importava… avevo ancora tutta la sera per studiare e nulla, dico nulla avrebbe potuto distrarmi dallo studio!

 

Paolo Valenti morì nel 1990.
La magrezza ed una operazione l’anno precedente avevano lasciato presagire qualcosa di brutto.
Lo ricordò Nando Martellini, altra pietra miliare di un certo tipo di giornalismo, durante la prima trasmissione senza di lui.
Fu solo in quell’occasione, che Martellini rivelò ai telespettatori la squadra per la quale Paolo Valenti aveva fatto il tifo tutta la vita, nascondendolo abilmente a tutti coloro che lo avevano seguito per così tanto tempo.
Mi sarei aspettato Roma o Lazio, per via di una simpatia che mi era sembrato di cogliere tra le righe.
Invece mi sbagliavo.
Valenti era della Fiorentina, la squadra della città dove era nato, anche se aveva trascorso tutta la sua vita nella Capitale.
La Fiesole la domenica seguente gli dedicò uno striscione che cominciava così: “Paolo, al 90° l’abbiamo saputo…”
Quando andò in onda la prima trasmissione senza di lui, in quella parte finale del 1990, anche chi non aveva avuto molta simpatia per il conduttore, comprese che un’epoca pionieristica ma genuina e passionale aveva chiuso la porta.

 

Dopo 90° minuto, le strade solitamente si biforcavano, anzi si triforcavano.
Lo studente modello si sarebbe chiuso in camera e avrebbe studiato.
Lo studente poco modello e un po’ monello avrebbe dato un’occhiata a “Domenica Sprint” in onda sul Secondo Programma, e poi si sarebbe messo a studiare.
Lo scriteriato studente non studiante invece avrebbe mentito a se stesso dicendo che avrebbe studiato DURANTE la visione di tutti e due.
Inutile nascondervi la mia categoria.
Badate però, più il bambino diventava ragazzo, maggiori erano le possibilità di fare l’en plein.
Se invece eri bambino, anche la sola visione della Domenica Sportiva poteva rivelarsi un’impresa.
Per non parlare della visione di Domenica Sprint, rassegna sulle partite di serie A e B presentata da Ennio Vitanza, che andava sciaguratamente in onda in contemporanea al telegiornale.
Inutile che vi dica che in quegli anni c’era UN solo televisore per casa.
Ed era già tanto.

 

– Posso guardare la Domenica Sportiva?
No! (immancabile).
– Perché no?
– Perché poi vai a dormire tardi. E domani devi andare a scuola.
Scuola, scuola, scuola, stramaledetta scuola.
Nessuno allora ti aveva ancora spiegato che la bellezza della scuola non era quello che avresti studiato lungo tutti quegli anni, ma gli amici dei quali non ti saresti mai potuto dimenticare.
– Ma il Toro ha vinto!
– E va bene.
Terribile quella discriminante, perché significava che se la domenica seguente il Toro NON avesse vinto, eri messo molto male.
– Niente stasera. Tanto il Toro ha perso. Vai a dormire!
– Ma sono arrabbiato! Voglio vedere, voglio capire cosa è successo!
La situazione peggiore tuttavia si verificava quando ti veniva presentato il conto della giornata.
– Niente Domenica Sportiva, sei già andato allo stadio!
– Ma come?
Capite il dramma? Essere andato alla partita significava, nella mentalità contorta dei genitori, aver già attinto abbastanza dalla preziosa fonte della sorgente calcio.
E invece no, porca miseria!
Se tu eri andato (eri stato “portato” in quegli anni”) allo stadio, significava che non avevi visto neanche un gol delle altre partite, neanche quelli magari presi dalla juve!
Di ritorno dalla partita c’erano già buone possibilità di perdersi 90° minuto.
Lasciando perdere Domenica Sprint, restava soltanto la Domenica Sportiva e perderla era una disdetta.
Non avresti visto i gol… mai più.
Salvo qualche replay futuro e improbabile, nessuno di noi aveva una scatola magica per rivedere quelle immagini all’infinito.
Videoregistratori? Ah ah ah!
Ogni singolo istante era unico e irripetibile, avevi tre minuti alla sera per rivedere il Toro, per risentire l’urlo della Curva, per vederne i colori, quando il bianco e nero lasciò finalmente spazio alla nuova tecnologia.

 

Fu così che ci innamorammo del gioco del calcio.
Ne avevamo voglia, capite?
Non ne avevamo le scatole piene a furia di sentirne parlare.
Questo era.
Questo ci hanno inevitabilmente portato via.

 

La “Domenica Sportiva”, appuntamento che sembrava prolungare ancora di più quella fantastica giornata, allontanando gli spettri del lunedì, era un cavallo di battaglia della RAI.

 

La prima edizione che mi trovai a seguire con una certa costanza, quella che vide il Toro trionfare, fu presentata da Paolo Frajese (ricordate le interviste sul terreno del Comunale il giorno dello scudetto?), quella dello sfortunato anno seguente da Adriano de Zan e Nicola Pietrangeli, ma molti altri professionisti si alternarono durante gli anni, Tito Stagno, Beppe Viola, che morì improvvisamente mentre lavorava al montaggio di un Inter-Napoli, Alfredo Pigna, fino arrivare alle edizioni condotte da Sandro Ciotti, oltre la metà degli anni ’80.
E soprattutto Carlo Sassi, la cui moviola era la resa dei conti per molti arbitri.
Se era fallo, era proprio fallo. Pur dicendolo sotto le righe.
Non arrivava un ruffianazzo ipocrita e corrotto a dire che “No, per me non è fallo”.

 

I filmati della DS erano più lunghi, rispetto alla cronaca essenziale di 90° minuto, e le immagini erano solitamente riprese dal basso, sovente al rallenty.
A ogni squadra era riservato il medesimo spazio e si commentava con uguale interesse tanto la partita più importante, quanto un Como-Ascoli che valeva la salvezza.

 

Se 90° era la curiosità di un bambino che vede il mondo per la prima volta, la Domenica Sportiva era l’entusiasmo del ragazzo che afferra i piaceri della vita.
Dai e dai il filmato del Toro arrivava, ma non era solo il gol.
Era il voler fermare quel tempo a tutti i costi, soffermarsi nei dettagli per gustare l’emozione una seconda volta.
Quante volte, amici ho guardato quelle immagini cercando di avere mille occhi per vedere le persone dietro la porta che alzavano le mani, oppure ancora per osservare i dettagli del pubblico, nelle immagini riprese dal basso, che scattava nell’urlo della gioia, quando la palla entrava in rete.
Oppure ancora, già più grandicello, per risentire l’urlo della folla, nel quale c’ero anch’io, c’erano i miei amici, c’eravamo tutti.
Sport.
Chiamatelo sport, ma questo era senso di appartenenza, desiderio di condivisione.
Non c’erano forum, telefoni o internet.
Eri tu, solo con te stesso e con quelle immagini da assaporare, fino al giorno dopo, quando il lunedì avrebbe portato gioie o dolori a scuola.
Solo con te stesso e con quel libro che per tutto il giorno avevi tenuto aperto sulla medesima pagina, anche durante la proiezione della Domenica Sportiva.
Ma la cosa più ipocrita era che sapevi fin dall’inizio che sarebbe successo così.

 

Che ora era?
Le undici passate.
Avrei tentato un disperato recupero studiando a letto.
Certo, certo. Ce la potevo fare

 

Il mio improbabile recupero, diventava impossibile, quando il libro aperto mi sfuggiva dalle mani per il sonno e mi addormentavo senza averci capito una rava.
Quel giorno, quello che era stato per antonomasia il giorno delle separazioni mogli-marito, quello dove le coppie passeggiavano per strada o nei parchi, lei col broncio, lui con la radiolina o con l’auricolare, il giorno dei nostri ricordi e delle emozioni, si spegneva lentamente così, con l’indomani che distava ancora molte ore e sembrava ancora lontano.
In quei momenti così confusi del dormiveglia, quando la notte ti avvolgeva silenziosa, ti sembrava di avere ancora nelle orecchie la radiocronaca e il boato del pubblico, mentre la mente ti riproponeva all’infinito le immagini che avevi visto così poche volte.
E non sapevi che ci avresti costruito sopra dei ricordi che non avresti più dimenticato.

 

Il giorno dopo ci sarebbero state inevitabilmente attimi di terrore al momento della possibile interrogazione da affrontare impreparati.
Ma sì, Parigi valeva bene una messa.
Dopo tanti anni mi chiedo davvero se fosse più importante tentare di risolvere un’equazione o assaporare quello che la vita generosamente e anche un po’ ingenuamente ti offriva.
Credo di conoscere la risposta.
E, sapete, credo la conosciate molto bene anche voi.
L’abbiamo sempre saputo e, a modo nostro, siamo state persone fortunate.

 

Il carburante della domenica ti bastava per tutta la settimana, che avresti passato a trepidare per quella seguente.
Sapevi che sarebbe arrivata. Era la nostra certezza.
Ora non riesco a non ripensare con tanta nostalgia a quelle domeniche.
E a tutti noi che, mentre alle volte si fa sera sul serio, non vogliamo arrenderci e rimaniamo legati a un mondo nel quale la sera era davvero lontana.

 

MAURO SAGLIETTI

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