Bella Sarai

Bella Sarai

di Mauro Saglietti

I PIRATI SENZA CARAIBI
Riprendiamo oggi la nostra cavalcata negli anni Settanta, interrotto qualche settimana fa, mentre volavamo leggiadri tra le posizioni della classifica di Lelio Luttazzi, e sulle note della musica dell’epoca.
Ci eravamo lasciati con Sabato Pomeriggio di Claudio Baglioni, indefessamente…

di Mauro Saglietti

I PIRATI SENZA CARAIBI
Riprendiamo oggi la nostra cavalcata negli anni Settanta, interrotto qualche settimana fa, mentre volavamo leggiadri tra le posizioni della classifica di Lelio Luttazzi, e sulle note della musica dell’epoca.
Ci eravamo lasciati con Sabato Pomeriggio di Claudio Baglioni, indefessamente inchiodato alla prima posizione da qualche mese.
Le vendite dei 45 giri erano considerevoli, in una società che da pochi mesi aveva conosciuto il fenomeno delle cosiddette Radio Pirata, e che non aveva ancora a disposizione mezzi tecnologici adeguati per una riproduzione dei brani.
Proprio le Radio Pirata sono il fenomeno della stagione.
Allestite in locali di fortuna, quando non direttamente nei garage, irrompono nell’allora desolata Modulazione di frequenza, sparando suoni e note nell’etere senza alcuna regolamentazione, spesso sovrapponendosi tra loro, quando non vanno a disturbare le stazioni ufficiali preesistenti.
In breve si genera una sorta di caos e di effetto domino, autoregolato in qualche modo, fino a che non emergono le frequenze più professionali e importanti.
In quegli anni facciamo la conoscenza di Radio Torino International, Radio Manila, Radio Centro 95, Radio Monviso, Radio Veronica One e tante altre, che inizieranno poco più tardi le loro trasmissioni anche in diretta dallo stadio, in occasioni delle partite del Toro e dei gobbi.
Ecco dunque che, alle orecchie dello sportivo medio, che gironzola la domenica sottobraccio alla moglie, la vecchia radiolina in onde medie, che raccoglieva soltanto il segnale della RAI, non può più bastare. E’ tutto un fiorire di transistors sul finire degli anni ’70, che catturano la voce, spesso esaltata e parziale, di chi si occupa delle radiocronache dallo stadio.
E anche noi ne faremo le spese, in occasione della vigliacca radiocronaca di un derby giocato molto più avanti, quasi alla metà degli anni ’80.
Ma non è solo un asserragliarsi di musica e grida sportive.
Per farla breve, DJ più o meno professionisti, capiscono che, trasmettendo a ruota libera i 45 giri più famosi, anche più volte al giorno, si corre il rischio che gli ascoltatori più dotati tecnologicamente possano registrare le canzoni da casa in presa diretta, magari su un glorioso Geloso a due bobine.
O peggio ancora, accostando un nuovissimo registratore a cassette (ma nel 1975 sono ancora pochi), alla radio vera e propria.
Intere generazioni di pseudo pirati musicali, sono cresciuti in questo modo. Nessuno parli in casa! Nessuno emetta un fiato. Non appena il DJ smette di dire le sue fregnacce, si schiacciano insieme i tasti REC e PLAY.
E poi si vive con l’angoscia ed il dito sul tasto STOP, per interrompere la registrazione sulla prima odiosa palatale del Disc Jockey.
Stop, si ritorna indietro di uno o due secondi e poi si è pronti a ripartire con una nuova registrazioni.
Quasi tutte le musicassette di quegli anni sono un insieme di pezzi troncati come la Venere di Milo, o che hanno inizio alla seconda strofa.
Giustappunto dicevamo.
Se l’ascoltatore è in grado di registrare le canzoni trasmesse dalla radio, allo stesso modo diminuirà la sua necessità di rimanere all’ascolto della radio stessa.
Ecco pertanto la necessità terrificante di parlare sui dischi, interrompendoli per dire anche solo – Avete visto che oggi c’è il sole?  – per rovinare le pionieristiche registrazioni.
Frasi alle quali da casa si risponde con cori che fanno solitamente rima con onzo!
Così questi spazi radiofonici diventano ben presto un laboratorio per una delle più tristi devianze dell’umanità, ovvero il programma delle dediche, solitamente in onda la domenica mattina, dopo che il mercato si è svegliato già da un pezzo.
Mai trovata fu più furba.
La scaletta non è fatta dal DJ, ma dagli ascoltatori, che telefonano per richiedere in diretta un brano. Oppure chiamano un’ora prima della trasmissione, per dettare il proprio messaggio che sarà letto in diretta.
– Da Zi Concetta a Zi, Carmelo, con tanti auguri di pronta guarigione!
Sì, peccato che lo Zì Carmelo sia schiattato già da un mese, ma lei non lo sa.
Oppure: – Da Giuseppe a Giuseppa, con amore eterno. Sono già quattro anni che non mi telefoni. Perché non torni da me?
E via con messaggi più o meno disperati, talmente lunghi che fanno più sbuffare di quanto lo farà la pubblicità televisiva dopo qualche anno.
Sono anni di derby, ovviamente, ecco allora che si scatena la richiesta di far passare l’inno della propria squadra.
Tanto per rinfrescare le idee, l’inno granata è quello scritto da Beppe Barletti, e inciso dai Giocatori del Torino (così almeno dice la copertina), nel 1974.

 

Forza Toro,
Forza Toro,
torneranno i tempi d’oro,
col Torino che s’avanza,
rifiorisce la speranza…

 

Insomma, lo conosciamo tutti. La rima non sarà granché, alle nostre orecchie navigate (quelle di Cicciolina poi non ne parliamo – perdonate ciò che ho appena scritto), ma in quegli anni è la colonna sonora del nostro scudetto (il disco, non Cicciolina. Lei fa da colonna sonora ad altri eventi).
L’inno della juve invece è il seguente.
Perdonate, cercherò di ricordare le parole originali, ma nel corso degli anni ho memorizzato la versione ritoccata, e soprattutto più corretta del testo

 

Gjuve, gjuve, il Comunale grida già,
cjuve, cjuve, lo grida tutta la città,
mille band… ehm… mille carote arancioni intorno a noi,
ci fan sentire in campo undici c…
per questo noi candiamo in coro
e la Gjuventu!
la squadra che sul… (OMISSIS) …ci sta

 

Perdonatemi davvero, non raggiungerò mai le alte cime della spiritualità, travolto come sono stato e sono dalle passioni terrene.
Insomma, quando nel benedetto programma di dediche, irrompono gli inni, nei cortili si spalancano le finestre, per far sentire al vicino quello della propria squadra, sparato a ventimila decibel.
Poi tutto finisce e ci si prepara per la partita delle 14:30.

 

CI VOGLIONO SOLTANTO CAVOLI
Il 30 novembre del 1975 il Torino raccoglie un punto a Roma, raggiunto da Negrisolo, dopo essere stato anche in vantaggio. Una eventuale vittoria sarebbe potuta essere una mezza rivoluzione per il campionato.
Rivoluzione che invece era avvenuta nella classifica del giorno precedente.
Non c’erano state grandi novità, ma il podio era stato scombinato.
Bella dentro di Paolo Frescura era passato dal secondo al terzo posto. Posizione d’onore che, udite udite, era stata occupata da Sabato Pomeriggio di Baglioni, in discesa dopo quasi 150 anni di permanenza ininterrotta in vetta.
Qual era diventata la canzone regina?
Proprio la Profondo Rosso dei Goblin che, assieme al film omonimo, sarebbe diventata presto un must.
Non solo, ma poco prima della domenica che precede l’attesissimo derby, Baglioni, forse stanco di vendere copie, sprofonda dal secondo al quinto posto, consentendo a Feelings di Morris Albert di recuperare due posizioni dalla sesta alla quarta. Stabile al terzo Bella Dentro, mentre al secondo, in salita, troviamo The Hustle di Van Mac Coy.
Che in torinese suonerebbe come “Ci vogliono soltanto cavoli”. Aj’ van mac coi.
Perdonatemi ancora, ma questi articoli sono gratis e quindi penso che dobbiate subire un po’ delle mie turbe.
La domenica, comunque, si giustizia la gobba priva di Bottega (gastroenterite) con un poderoso 2-0 firmato dai Gemelli nella ripresa.
Che le danze, seppur in quel freddo nebbioso, abbiano inizio.

 

COM’E’ BRUTTO ANDARE A SCUOLA
Era un sabato sera e mio padre mi stava riportando a casa.
– Ma ti rendi conto? Come fai a non interessarti ancora. Erano più di venti anni (non mi ricordo esattamente la cifra n.d.a.) che non vincevamo a Milano! Questa è una grande squadra.
Sembra incredibile, ma il mio interesse per il calcio era vicino all’1%. E sarebbero dovute passare altre giornate prima che mi dedicassi alla causa granata in tutto e per tutto. Eppure se devo ricordare un momento, un fattore esterno che scatenò la decisione forse più importante della mia vita, fu proprio quel sabato sera con noi nella macchina.
Sì, perché il Toro la settimana prima aveva battuto il Milan in casa con reti di Zaccarelli e Graziani ed aveva decisamente fatto il salto di qualità.
Erano giorni ruggenti, la classifica dei 45 giri del 12 dicembre non aveva visto stravolgimenti, se non l’ulteriore discesa di Sabato Pomeriggio dal Quinto al Sesto posto, a tutto vantaggio di Lilly, di Venditti, una canzone che sarebbe stata ricordata, che parlava di amore e droga.
Nella classifica prenatalizia, il decimo posto era occupato da Mina, il nono da Baglioni, ormai in procinto di lasciare la top ten, l’ottavo da Feelings di Morris Albert, anche lui in fase calante.
In vetta sempre Profondo rosso, seguito a ruota da The Hustle, Bella Dentro e Lilly.
Al quinto posto però faceva irruzione un 45 giri che sarebbe andato ad arricchire la mia poverissima, fino a quel momento collezione: La Tartaruga di Bruno Lauzi.

 

La discografia per bambini negli anni ’70 non era corposa come quella del decennio seguente, ma sicuramente meno monocorde e cristinad’avenizzante.
Si era partiti negli anni precedenti con i 45 giri di Johnny Dorelli, oppure quelli tratti dalle fiabe di Topo Gigio (ci divertivamo proprio con poco…). In alcuni casi poi, la canzoncina per bambini era tratta direttamente dalla pubblicità e, anche se non entrava a far parte dell’Olimpo delle Hits, otteneva comunque un discreto successo.
Chi non ricorda Miguel son mi, tratta dal Carosello della Colussi? O Mariarosa, Carosello del lievito Bertolini.

 

Brava brava Mariarosa, quante cose sai far tu.
Qui la vita è sempre rosa, solo quando ci sei tu.

 

E io che ho sprecato tutta la mia vita ascoltando i Pink Floyd.
Si dice che i Led Zeppelin si fossero separati perché non erano stati in grado di scriverla.
La Tartaruga segnò un terreno di confine, in quanto felicemente tratta dallo special domenicale sulla Lotteria Italia, abitudine che si rivelò fortunata.
Dopo La Tartaruga, la seconda metà degli anni Settanta fu tutto un susseguirsi di successi per bimbi.: Johnny Bassotto di Lino Toffolo, Isotta di Pippo Franco (cantante anche della pietra miliare Mi scappa la pipì, papà – alcuni sostengono che alla base del motivo del suicidio di Jim Morrison ci sia la consapevolezza visionaria di non essere in grado di scrivere una canzone di tal livello. Pippo Franco si rivelò micidiale mattatore in quel senso, regalandoci anche perle come La Puntura, o Che Fico), Il trenino di Christian De Sica, Cicciotella di Loretta Goggi, per non parlare della serie Cartoon con Heidi di Elisabetta Viviani, tanto per fare un esempio.
Esempio che presto ebbe un seguito con atroci storie di orfanelle e orfanelli: Remì, dei Ragazzi di Remì (oddio, era gay?), Anna dai capelli rossi e compagnia cantante. Oppure con la serie di supereroi spaziali, Atlas Ufo Robot, Jeeg robot d’acciaio, Mazinga, Ufo Robot e tanti altri portatori di violenza. Una citazione a parte per Capitan Harlock, canzone godibile ancora oggi.
Mi piace comunque ricordare alcune canzoni un po’ fuori dal coro, come ad esempio la visionaria Barbapapà di Vecchioni, Woobinda, Orzowey, Furia, Furia soldato, Sei forte papà di Morandi

 

Quel canarino si è ferito e non lo lasciò qua…
Lo prendi papà?
Certo, se vuoi, così guarirà.

 

Et voilà, c’è tutto quello con cui siamo cresciuti in questi pochi versi.
E come non dimenticare una canzone di cui non ricordo il titolo, ma che si muoveva nel difficile terreno del politically incorrect? Credo che il titolo fosse Scuola, ma potrei sbagliarmi.

 

Scuola, scuola, scuola,
com’è brutto andare a scuola,
senza voglia di studiare-are-are-are

 

Mogol tentò ripetutamente il suicidio dopo aver letto questi passi.
Infine voglio terminare la nostra carrellata allucinata e visionaria sulle canzoni per bambini anni ’70 con la musica tratta dalla pubblicità delle arance Birichin.
Si diceva che la bambina che la cantasse fosse di Torino, ma non ho testimonianze dirette in merito, e mi affido ai ricordi.
Durante i minuti che precedevano l’inizio delle partite, l’impianto sonoro del Comunale (che era di tutto rispetto e si sentiva benissimo, anche dalle curve) spesso trasmetteva le note di

 

Ma che paese…
Straordinario!
E’ il paese dell’incontrario…
Dove sia non si sa…
Io lo so, ma non lo dico!

 

LE TRE CAMPANE
Il Toro chiuse l’anno battendo il Como in casa per 1-0 in una gara dominata dalla nebbia e si congedò dai tifosi in piena scia bianconera.
Allo stesso modo, prese il pane e lo mangiò.
No, scherzavo.
Dicevo.
Allo stesso modo, La tartaruga di Bruno Lauzi entrò nella scia di Profondo Rosso e mise la freccia per un sorpasso che non sarebbe tardato. Del resto la nostra storia è la storia di un sorpasso, che sarebbe avvenuto molto più avanti, come già detto.
The Hustle scendeva in terza posizione, mentre Lilly di Venditti resisteva al Quarto.
La classifica vedeva Paolo Frescura, quanto mai a suo agio in quelle giornate invernali, perdere ben quattro posizioni, scendendo dalla terza alla settima.
Ma la novità era l’ingresso di due canzoni, rispettivamente al sesto e all’ottavo posto, che rientravano nello stesso filone, tipicamente anni Settanta, quello del romantico – malinconico, che sfociava nelle lacrime.
Attenzione però. Non si trattava di lacrime bastarde, come quelle del film L’ultima neve di primavera, autentico attentato alla capacità di controllo umana, film di fronte al quale piangerebbero anche i sassi. Erano storie strappalacrime, ma basate su qualcosa di genuino, e comunque sulla sostanza musicale.
La prima canzone è Il maestro di Violino di Domenico Modugno.
Quasi un duetto tra un insegnante di violino e una ragazza, di trent’anni più giovane.
Quasi un duetto se non fosse che la ragazza dice poche parole, anche se la conclusione, micidiale, spetta a lei.
Il pezzo incomincia con le indicazioni del maestro, basate sulla traccia musicale (Attenzione al MI), poi dà sfogo ai pensieri interiori del maestro.

 

Che cosa mi sta succedendo?
Una tenerezza che, io non ho provato mai…
Innamorato di te, ed ho trent’anni di più…

 

Il brano, fondato su un poderoso e drammatico ritornello, se così può essere chiamato, si spegne in un dialogo, prima di esplodere in una musica anch’essa drammatica.
La ragazza confessa al maestro la sua intenzione di non tornare più a lezione da lui.
– Come mai? Ha deciso di abbandonare lo studio del violino?
– No, Maestro
– Ma allora… perché?
– Perché… mi sono innamorata di lei.
Parte la musica e giù lacrime.

 

La seconda canzone, pezzo ancora oggi fruibile e toccante, è Le tre campane, della Schola Cantorum, gruppo vocale che conobbe una certa fortuna nel nostro decennio.
In realtà il tema originale pare fosse tratto da un canto di origine svizzera, adattato per l’occasione.
Le tre campane sono le tre fasi della vita di un uomo, la nascita, il matrimonio, la morte.

 

La campana del villaggio…
Anche oggi suona a lui,
un riposo tanto dolce, non aveva avuto mai.
E la gente che lo amava,
non ci pensa quasi più,
cala il vento nella valle,
la campana suona ancora,
mentre il sole se ne va…

 

VENTI PACCHETTI
La frase di mio padre mi aveva fatto riflettere e pian piano cominciai ad immergermi nell’universo calcio anche sui banchi di scuola.
Già, la scuola. Oggi la scuoletta che frequentavamo non esiste neanche più, ma eravamo i figli del boom degli anni ’60 e per noi c’era bisogno di spazio e di strutture nuove.
A scuola si andava ben poco rigorosamente, nel senso che chi voleva lo faceva, chi non voleva lasciava perdere, con una maglia blu per i bimbi e con un grembiulino bianco per le bimbe.
Molti di noi facevano parte delle cosiddette scuole “Sperimentali”, il cui insegnamento era basato sull’insiemistica e su strane metodologie.
Un giorno in Prima classe, ci fecero riempire dei bicchieri d’acqua fatti di carta, e distribuirono ad ognuno di noi una cannuccia. Ci fecero soffiare dentro e ci fecero osservare – Avete visto, bambini? L’acqua fa le bolle!
Oh stupore.
Pensai che fossero tutti scemi, certo che l’acqua faceva le bolle, che cosa doveva fare? Un nitrito di cavallo? Un Nitrato di Ammonio? Ma non era l’unica cosa. Ci facevano ascoltare molta musica, cantare.
E se si era partiti con Ci vuole un fiore di Sergio Endrigo, non si tardò in seconda ad arrivare agli Inti Illimani con El pueblo unido jamás será vencido.
Tutto molto bello, ma ci affacciammo alla terza senza la più pallida idea su che cosa fosse un verbo.
In quei momenti di studio indefesso, l’intervallo ed il cortile erano i capisaldi del nostro sapere.
L’intervallo aveva come scopo unico e ultimo, il giocare a calcio con una pallina di carta rifinita con lo scotch nello spazio dell’ultima fila.
Abitudine, chissà come mai, perseguitata dalla Maestra.
– Non voglio che giochiate a calcio in classe!
– Sì signora Maestra!
Attendevamo che la nostra insegnante uscisse per rimetterci all’opera. Ma spesso un boato che suonava più o meno come “GOOOOL” ci tradiva.
Il cortile invece era la valle dell’Eden irraggiungibile, che significava soltanto una cosa: la legalità del pallone, bambine o non bambine.
E se mancava il pallone? E se qualcuno si dimenticava di portarlo?
Veniva immediatamente additato come un appestato, evitato come un paria, trattato alla stregua di un lebbroso.
Erano anni medi dal punto di vista consumistico. Si utilizzavano ancora le vecchie cartelle (firma? Quale firma?), i diari erano tra le righe, i quaderni avevano la copertina Rossa (Italiano) o Blu (Matematica). Le merendine, sebbene sconsigliate, erano la meta dei nostri piccoli stomachini, per non parlare di chi arrivava in classe con un quintale di pizza rossa.
Naturalmente il pallone ci univa e ci divideva. Le classi erano sommariamente divisi tra granata e gobbi, con qualche interista che solitamente parteggiava per noi.
Dannati loro, all’uscita trovavamo spesso ad aspettarci degli incaricati che ci regalavano album di figurine.
Vuoti naturalmente. Da riempire.
E chi li avrebbe riempiti?
Cominciava così la rincorsa alle figurine mancanti, soprattutto quelle dei Calciatori.
10 pacchetti 500 lire, venti pacchetti 1000 lire.
Quanto era piacevole il profumo di quella colla! Quanto era gradevole scorgere, tra le altre, una figurina dorata, che corrispondeva a un rarissimo scudetto?
E trovare Pulici? E fare attenzione ad incollarlo nel modo corretto?
A scuola vigeva lo “scambio”, che spesso si trasformava in “furto”.
Mai azzardarsi a lasciare le figurine sotto al banco, mai! Che al posto di Pulici ti trovavi Improta del Catanzaro.

 

Il viaggio, il nostro viaggio negli anni Settanta, è ancora lontano dalla conclusione.
Ci sarà tempo per parlare di Sport, passioni, film e naturalmente musica nella prossima puntata di Bella Sarai – Viaggio negli anni Settanta.

 

Mauro Saglietti

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