E il Toro?

E il Toro?

di Silvia Lachello

Giovedì 1° luglio 2010

Caro Diario,

inizia a far caldo, molto caldo, e ci si addormenta con fatica. Ciò nonostante, questa notte ho fatto un sogno.

In cima ad una vasta collina c’era un edificio e mi avvicinavo al suo ingresso. Sulla porta semichiusa era incisa la scritta: “Benvenuta all’inferno”.

di Redazione Toro News
di Silvia Lachello

Giovedì 1° luglio 2010

Caro Diario,

inizia a far caldo, molto caldo, e ci si addormenta con fatica. Ciò nonostante, questa notte ho fatto un sogno.

In cima ad una vasta collina c’era un edificio e mi avvicinavo al suo ingresso. Sulla porta semichiusa era incisa la scritta: “Benvenuta all’inferno”.
Potevo lasciarmi sfuggire un’occasione del genere? Giammai.
Entravo.

Era una specie di chiesa senza soffitto.
Due file di colonne, le cui sommità si perdevano fra le nuvole, delimitavano tre navate.
Quella centrale attirava la mia attenzione.
Non c’erano simboli religiosi, non quelli che vengono comunemente riconosciuti come tali, e la luce, nonostante l’apertura verso il cielo, proveniva direttamente dagli oggetti collocati nell’edificio.
Ad un’altezza di circa undici metri, archi di pietra univano le colonne.
Da essi pendevano contenitori lignei o metallici, alternati a catene che tintinnavano.
Dai contenitori, a forma di corolla di loto, proveniva un suono simile ad un brusio: voci indistinte, parole disordinate, ogni tanto ne coglievo qualcuna, ma l’impressione era quella del caos.
In realtà c’era un filo comune nei barlumi che riuscivo a catturare, ma non ci facevo troppo caso: altro stava attirando la mia attenzione.

In fondo alla navata centrale erano ammassati banchi di legno, proprio come quelli che si trovano comunemente nelle chiese, e sembravano essere in fiamme.
Ma non lo erano.
Semplicemente brillavano di una luce purpurea, come una specie di fiamma plasmatica la cui sommità tendeva al giallo oro con tocchi madreperlacei.
Mi avvicinavo incuriosita, un po’ come fanno i cuccioli con qualcosa di cui non sanno valutare la pericolosità.
Sapevo che non avevo nulla da temere perché, con grande stupore, mi rendevo conto che fra quelle fiamme c’erano tutte le persone che, nella vita fuori dal sonno, nella mia vita reale, non ci sono più.

L’inferno non era poi così brutto!

A quel punto il brusio diventava voce ferma e dolce: “Vai, puoi abbracciarli ancora una volta…”
Non sapevo da chi iniziare.
Tutti i miei nonni, i due bisnonni che avevo conosciuto da bambina, la prozia pittrice, il prozio contadino e poeta, Joe, Antonio, Tiziana, Mauro, la zia Olga… e anche alcuni sconosciuti. Ma li riconoscevo, alla fine, li riconoscevo… la bisnonna Gigina, quella da cui ho ereditato il viso ma non gli occhi scuri e – fortunatamente – non i grandi dolori, lo zio Silvio, quello da cui ho ereditato il nome e forse anche un po’ di (sana) follia…
Non sapevo proprio dove dirigermi.

Infine sceglievo.
So che sceglievo ma, una volta sveglia, ho dimenticato chi avessi scelto.
Forse non ho voluto ricordarlo, per non fare torti a nessuno di loro e neanche a me.

Comunque… in un paradossale scenario di amore e fiamme che non ustionavano, me ne stavo lì e… taa-daaaaa! Pronunciavo una frase stupida: “E il Toro?”.
Perfino nel sogno mi meravigliavo dell’assurdità della mia frase.
Avrei potuto dir loro che li amavo, che mi mancavano, che ero grata per il loro contributo – per via genetica o per vita condivisa – alla mia crescita.
Avrei potuto dir loro mille cose: loro, tutti loro, erano il mio clan.
“E il Toro?”, dicevo.
Rob de mat.
Continuo domani.

Venerdì 2 luglio 2010

Caro Diario,

dov’ero rimasta? Ah sì, edificio strano, brusio, fiamme plasmatiche, persone amate, “E il Toro?”.

Subito dopo accadeva una cosa ancora più assurda: il mio clan rispondeva in coro.
“Il Toro è qui” e ognuno di essi portava una mano al cuore.
“Ed è anche qui” e la mano andava alla fronte.
“Qui” e la mano andava sullo stomaco.
“Lì” e la mano indicava il cielo.

“Niente di nuovo neppure all’inferno,” pensavo sorridendo sorniona e un po’ mi veniva da ridere, ma il groppo in gola mi impediva, a quel punto, di emettere suoni.
Decidevo, dunque, di andarmene e lo facevo camminando all’indietro: sapevo che non avrei incontrato ostacoli, ero in grado di vedere anche ciò che si trovava alle mie spalle.

A metà della navata, quando le fiamme e il mio clan erano ormai lontani, mi voltavo, davo loro la schiena.
E io sapevo che cosa c’era alle mie spalle: c’erano loro e ci sarebbero stati per sempre.

Prima di varcare la soglia che mi avrebbe portata fuori da quel folle edificio, facevo un grande sospiro.
Dovevo prepararmi a respirare nuovamente la normale atmosfera del fuori.
Dovevo ritornare dal mio viaggio nell’altrove… un altrove che null’altro era se non il mio mondo interiore, il mio bisogno di sostegno… e il brusio mi parlava ancora.

Questa volta lo faceva con una frase chiara: “Eri meglio ora di allora”.
Commentavo a voce alta che sarebbe stato il caso di rivedere i tempi verbali (la vis polemica non mi abbandona mai).
Il brusio rispondeva che non necessariamente l’ORA doveva collocarsi nel presente.
Stavo per replicare ma l’idea del mio dialogo con un brusio mi provocava una risata incontenibile.
Perché contenerla? La lasciavo andare e ne sentivo ancora l’eco mentre ero già fuori.

Che esperienza.
Forse non è stato un sogno vero e proprio, forse ho fatto un viaggio in un tempo e/o in un luogo diverso.

Mauro dice che non dico mai frasi a caso.
Io dico che forse ha ragione.
E anche che non faccio mai sogni a caso.
In fondo che cosa ho sognato? Persone che amo e che ho amato, il Toro, me stessa, la mia coscienza: la mia vita.

Domenica 4 luglio 2010

Caro Diario,

a me capita anche di sognare a occhi aperti.
Mi succede – sempre! – allo stadio.
Quando vedo i Ragazzi arrancare, quando vedo la palla entrare nella porta sbagliata… io sogno.
Sogno che accada quel che normalmente deve accadere, sogno una reazione.
Faccio finta che gli avversari siano un virus e chiamo a gran voce i globuli bianchi affinché inizino la loro battaglia, affinché divorino il virus, i batteri, i microbi.

Tutto dentro la mia testa, ovviamente.
Magari qualche volta mi capiterà di intonare davvero un “Leucociti alé alé!”… speriamo di no.

Sogno ad occhi aperti, ti dicevo, e va bene così: è un modo come un altro, è il MIO modo, per mantenere salda la Fede.
Quella Granata, quella nel futuro e anche quella nel presente.
E’ il MIO modo per darmi la possibilità di vacillare senza crollare e frantumarmi in così tanti pezzi che, dopo, sarebbe difficile – impossibile? – ricomporre.
Che poi… a dirla proprio tutta… sognare a occhi aperti è solo UNO dei MIEI modi per non precipitare e diventare marmellata di pensieri.

Faccio anche altro.
Per esempio: penso (provo a pensare) con la mia testa, me ne infischio (provo ad infischiarmene) del tumulto che eventualmente mi circonda, guardo (fissa) al nucleo del Toro.
Ma che cosa è mai il Toro?
Non l’ho ancora capito… ma so che per quanto io mi allontani, vi faccio sempre ritorno e mi rendo conto di non essermene mai allontanata.

Poi ti devo raccontare di quelli che non vedono l’ora che tutto sia finito e di quelli che non vedono l’ora che tutto inizi da capo… temo, però, che finirei per impantanarmi.
Amo troppo la serenità che, a fatica, cerco di mantenere e non voglio assolutamente rovinarla.
Per questa volta passo.
Que viva siempre el Toro, olé.

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