Fiori d’acciaio

Fiori d’acciaio

Venerdì 23 gennaio 2009

Caro Diario,
sono qui.
Son triste ma, al tempo stesso, carica come una molla.
Boh, forse non posso fare a meno di pensare dentro di me il Toro come se fosse un figlio.
Sì, sì… è la solita storia trita e ritrita: l’IDEA. L’IDEA che non muore e non morirà mai. E se per caso di affievolisce un po’… le si ridà forma e sostanza.
Sempre…

Venerdì 23 gennaio 2009

Caro Diario,
sono qui.
Son triste ma, al tempo stesso, carica come una molla.
Boh, forse non posso fare a meno di pensare dentro di me il Toro come se fosse un figlio.
Sì, sì… è la solita storia trita e ritrita: l’IDEA. L’IDEA che non muore e non morirà mai. E se per caso di affievolisce un po’… le si ridà forma e sostanza.
Sempre quella sostanza che non può essere tale perché non tangibile ma… oh sì, è così forte.
E’ forte, davvero.

Ieri sera guardavo la partita contro la Lazio e come spesso accade, ahimè, mi rendevo conto della coesistenza di due stati d’animo assurdamente differenti dentro di me.
Una vera e propria sindrome schizofrenica.
Da una parte c’era una ME basita dal quasi nulla dell’arrabattarsi di alcuni giocatori.
Dall’altra c’era l’altra ME contenta e felice di vedere quelle divise granata sul campo verde.
Perché il granata sul verde è proprio bello, accidenti…
Quelle due anime coesistevano temporalmente e non si disturbavano più di tanto.
Ogni tanto provavano a parlarsi, un po’ come fanno il diavoletto e l’angioletto sulle spalle di alcuni personaggi disneyani, solo che a differenza di questi ultimi non litigavano affatto: parlottavano fra loro serenamente, nessuna delle due cercava di convincere l’altra della bontà della propria verità, semplicemente stavano lì.
Una luce rossa ed una luce verde, come quelle che ho fotografato in un’alba al Fila ed ancora adesso mi domando se fossero veramente lì, se io fossi veramente lì…
Una sindrome schizofrenica, dicevo, oppure più semplicemente un modo come un altro, il MIO modo, per difendermi, per farmi fare meno male da questi tempi.
Che non sono belli.
Sono pesanti.
Sono rumorosi.
Sono… uh, ecco: a volte mi sembra di essere un quarto di manzo appeso nella cella frigorifera di un macello.
Ma subito dopo mi sento serena e per nulla timorosa.
Solo orgogliosa.

E’ un mistero… non per me, non per me… solo per quelli che imperterriti continuano a dirmi che il Toro non è una squadra e non capiscono che la mia risposta sarà sempre che il Toro è qualcosa di più… ma non capiscono neppure la mia risposta per cui punto e a capo.

Sabato 24 gennaio 2009

Caro Diario,
P., come al solito, si è messo a compilare l’ennesima tabella salvezza e me l’ha spedita via e-mail. L’ho cestinata.
Si è fatto un programmino su Excel e via così: passa le sue serate davanti al monitor a fare (a far fare dal pc) statistiche, ad esaltarsi con previsioni troppo ottimistiche ed anche a deprimersi oltremodo prefigurando scenari apocalittici.
Poi non va mai come aveva pensato.
Ed intanto ha sprecato energie vitali, ha fatto incazzare la compagna che preferirebbe mille volte andare allo stadio o magari al cinema, ha trascurato i figli che gli chiedevano di stare con lui per qualche minuto.
E’ convinto di essere più del Toro a stare lì quasi immobile.
Lui e il suo monitor.
Si sente un figo assoluto quando è davanti a quel rettangolo.
Dimentica tutto.

Dimentica di avere una vita, pensa che QUELLA sia la sua vita, crede che le sue tabelle del kaiser abbiano una qualche influenza sul destino.
E già me lo vedo il suo destino: rimarrà solo davanti a quel monitor mentre i figli prenderanno in odio il Toro che, secondo loro, gli sta rubando il padre.
Vorrei parlare con quei ragazzi, vorrei spiegare loro che il Toro non c’entra nulla con le manie del padre, vorrei raccontar loro di quanto alcune persone di sentano tali solo davanti ad un monitor, con le dita che picchiano compulsivamente sulla tastiera, infervorandosi o affliggendosi sulla base della quantità di risposte che ottengono nelle comunità virtuali (ce ne sono per tutti i gusti…).
Vorrei prendere questi ragazzi e portarli a fare una passeggiata per raccontar loro il MIO Toro.
Che poi è il Toro di quasi tutti NOI.
A volte (spessissimo) rimpiango i tempi in cui le notizie erano centellinate dalla lentezza dei mezzi di comunicazione, i tempi in cui le notizie le cercavamo noi andando agli allenamenti.
P. no, invece.
P. è veloce, P. ha quasi consumato il tasto F5, P. non vive.
Non ti dico poi da un mese a questa parte da quando sulla scena torinese è comparso Mister X… quello è il suo pensiero dominante.
L’altro giorno è addirittura arrivato in ritardo a prendere il bimbo più piccolo a scuola… ah, be’, certo: era molto più importante sapere quali fossero le ultime voci.
“Ma sei scemo????” gli ho urlato l’altra sera la telefono.
“Tu non sei veramente del Toro se mi insulti…” ha replicato.
Taccio sul prosieguo del dialogo (dialogo?) perché sono troppo amareggiata.

Tutti vogliono essere più del Toro degli altri, tutti vogliono vedere in campo la stessa velocità che usano sulla tastiera… e dire che una volta (quando? Non mi ricordo neppure più…) eravamo semplicemente NOI.
Sto divagando… ma ‘sta storia di P. mi fa salire la bile (per non dire altro) al cervello.

Domenica 25 gennaio 2009

Caro Diario,
sai qual è l’impressione che ho in questi giorni? Che lo stiamo abbandonando.
Stiamo abbandonando il Toro.
Ed avremmo anche qualche ragione per farlo. Forse. Non lo so.
Ti spiego: non abbiamo più bandiere in campo e sono sempre di meno quelle sugli spalti.
Abbiamo ancora la maglia ma ce l’abbiamo solo noi, a quanto pare.
Talvolta mi sorprendo a pensare che sarebbe stato meglio morire nel 2005 per poi risorgere (tanto lo facciamo sempre…) con lentezza.
Invece no: abbiamo voluto tutto e subito e, pur sapendo che quel “tutto e subito” sarebbe stato pagato caro, non ci siamo tirati indietro. Anche questo è tipico: non tirarsi indietro. A volte bisognerebbe farlo.
A volte bisognerebbe dire “Preferirei di no” proprio come il dimesso Bartleby di Melville (nota: ricordarsi di rileggere “Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street”. E farne un riassunto. Preferirei di no ma sì, lo farò… dovrebbero rendere obbligatoria la lettura di quel raccontino nelle scuole…).
Sto di nuovo divagando, eh?

E in fondo divagare mi consente di far scorrere diversamente il tempo, di non pensare ad oggi, di ignorare che di nuovo mi ritroverò pienamente immersa nella mia sindrome schizofrenica divisa fra amorepassione (tutto attaccato) e sconforto.
Questa volta non vedrò maglie granata sul campo.
Mi piacerebbe vederne un po’ lo spirito, solo un po’.
Quello spirito che NOI continuiamo a mantenere vivo.
Non facciamolo morire. Comunque vada.
Il mio mantra: COMUNQUE VADA.

Non facciamo come quei gattini che s’inseguono la coda. Noi non abbiamo la coda. Siamo quel che siamo. Sforziamoci di abbandonare l’odioso atteggiamento che spesso accompagna i nobili decaduti.
Abbiamo perso nobiltà. E allora?
Tirarsi su le maniche e ripartire.
Anche se la sera di oggi potrebbe essere oscura come un antro abbandonato.
Abbandonato.
Quanto è presente la parola ABBANDONO nei miei pensieri granata ultimamente. Farò come sempre lo sforzo per abbandonarla (sic).

Ancora domenica, ancora 25 gennaio, ancora 2009

Caro Diario,
alzi la mano chi pensava che sarebbe andata a finire così alla fine del primo tempo.
Un deserto.
Adesso: alzi la mano chi sperava in una reazione. Hey, non sto parlando di bel calcio, sto solo parlando di una reazione…
Vedo qualche mano, poche in realtà. Strano: ne aspettavo di più.
Infine: alzi la mano chi si è sentito COMUNQUE pieno di orgoglio nonostante tutto.
Sempre poche mani. Ma son sicura che sia solo una questione di timidezza…
Pazienza.

Io mi sento meglio. Fra sconforto e speranza ha vinto quest’ultima.  Quindi proseguo così.
D’altra parte si sa: NOI siamo fiori d’acciaio.
Siamo delicati come fiori ma deve ancora essere inventata la cesoia che ci spezzerà. E credo fermamente che non verrà mai inventata.
Il diavoletto e l’angioletto sulle mie spalle si sono dissolti, sto già pensando a mercoledì sera (forse viene anche la Stefi!), ho già messo la bandiera nello zainetto.

Siamo fiori d’acciaio, NOI.
Che cosa ti dicevo due giorni fa? Che forse non posso fare a meno di pensare dentro di me il Toro come se fosse un figlio? Già, è proprio così: per quanto mi faccia disperare o per quanto mi deluda, l’amore cresce esponenzialmente. Soprattutto quando cade, soprattutto quando non riesce a rialzarsi. E quando si rialza tutta questa grande quantità d’amore è lì pronta per esplodere.
Fiori d’acciaio.

Poi ti devo raccontare di quanto sia stato emozionante sentire il rombo di quelle voci giù a Lecce che intonavano FORZA VECCHIO CUORE GRANATA ma non adesso, non adesso…

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