Il giornalaio di Via Genova

Il giornalaio di Via Genova

MAURO SAGLIETTI

Questa è una storia che i tifosi più anziani ricordano ancora oggi.
Amano raccontarla spesso, magari abbellendola con un bel “Eh, quelli sì che erano tempi. Uno come lui non ritornerà mai più”.
Parla di un vecchietto, del suo piccolo chioschetto di giornali e di un giovane con la spider bianca.
Quelli che allora erano ragazzini…

MAURO SAGLIETTI

Questa è una storia che i tifosi più anziani ricordano ancora oggi.
Amano raccontarla spesso, magari abbellendola con un bel “Eh, quelli sì che erano tempi. Uno come lui non ritornerà mai più”.
Parla di un vecchietto, del suo piccolo chioschetto di giornali e di un giovane con la spider bianca.
Quelli che allora erano ragazzini non hanno mai dimenticato questa storia.
La raccontano sovente con i vecchi amici, nell’unica osteria rimasta da quelle parti.
E ognuno di loro è fiero di raccontarla come se fosse la prima volta.
Sono le storie di una Torino che si perde, ma ogni tanto è bello fermarsi ad ascoltarle ancora.

C’era un piccolo chiosco di giornali, tanti, tanti anni fa in Via Genova.
Era gestito da un uomo anziano, la cui unica figliola lavorava come camiciaia.
La mamma non c’era più, se n’era andata al momento della nascita della bimba.
L’età avanzata non l’aveva perdonata.
Sembra l’inizio di una favola triste, ma questa era una situazione nella quale ci si poteva imbattere di frequente.
Era un altro mondo, un mondo diverso dal nostro, nel quale la vita era ancora arrivare a fine settimana e il boom economico non toccava tutti.
Il lavoro del vecchietto era duro, lo spazio del piccolo chiosco era troppo angusto, specialmente d’estate, quando i raggi del sole rendevano la temperatura all’interno quasi insopportabile.
La fatica del doversi alzare prima dell’alba tutte le mattine e il sollevare pesanti pacchi di giornali facevano il resto.

Un giorno, proprio di fronte alla piccola edicola dell’anziano signore, si sentì improvvisamente uno stridio di gomme.
Una spider bianca si era fermata dall’altro lato della strada.
Ne scese un giovane ragazzo dai capelli neri e dai grandi occhiali scuri, che si diresse frettolosamente verso la piccola edicola.
I ragazzini che giocavano per strada lì vicino, accorsi per osservare la scena, videro il giovane confabulare a lungo con l’edicolante, quindi sventolare una grande banconota, una di quella da diecimila lire e riuscirono ad udire le parole “Vado di fretta, passo domani a prendere il resto…”
Il giovane si allontanò con una decina di giornali e riviste sotto braccio, che posò sul sedile posteriore della spider, prima di ripartire velocemente.

Diecimila lire erano un’enormità per quei tempi e l’uomo, ancora incredulo per il fatto che quel giovane dai capelli scuri gli avesse comprato buona parte dei pochi giornali che esponeva, radunò i soldi per essere in grado di consegnare il resto al giovane, il giorno seguente.
Il giorno dopo, però, il ragazzo non venne.
E neanche quello dopo ancora.
Il giornalaio quasi si dimenticò dell’accaduto, fino a quando un giorno la scena si ripeté nello stesso modo.
L’edicolante non ebbe neanche il tempo di menzionare il vecchio resto, che il giovane dagli occhiali scuri gli aveva già chiesto altri giornali e riviste da acquistare, molti più della volta precedente.
Come allora se ne andò in fretta e furia, dopo aver depositato tra le mani dell’anziano un’altra banconota da diecimila lire.

Questa scena si ripeté a lungo, a intervalli di giorni che potevano essere ravvicinati o irregolari. Ogni volta il giovane dai vestiti attillati e dai baffi scuri scendeva dalla vettura, mentre i bambini della zona smettevano di giocare e lo indicavano parlottando tra loro, acquistava quasi mezzo chioschetto dell’edicolante e poi se ne ripartiva senza pretendere il resto.
Una sola volta uno dei ragazzini andò a chiedere al vecchio se conoscesse quel giovane, ottenendo in cambio soltanto una risposta smarrita e negativa.

Tutti quei soldi erano vita per quell’uomo, che riuscì così a pagare l‘affitto arretrato e a mettere da parte qualcosa per la figliola.
Conservò incredulo quella storia segreta finché poté.
Poi una sera, pressato dalle richieste della figlia, preoccupata per il fatto che il papà non accettasse più i soldi che lei voleva dargli ogni mese per la casa, vuotò il sacco.
Le raccontò tutto quanto avveniva a intervalli imprevedibili ma costanti, le parlò del ragazzo della macchina sportiva e dei grandi occhiali scuri che indossava sempre.
– Ci sono tante edicole nella zona, tanto più grandi e fornite della nostra… come mai si ferma proprio da me? Saranno suoi soldi? E poi chissà perché indossa sempre gli occhiali scuri?
La ragazza sembrò non credere alle parole confuse del padre, tanto più che non era la prima volta che l’anziano genitore confondeva luoghi o persone, sotto il peso della fatica e degli anni che avanzavano.

Un giorno ancora caldo di ottobre, però, la ragazza tornò a casa prima dal lavoro e transitò per Via Genova, per salutare il papà.
Fu allora che vide.
Fu allora che capì che il racconto del padre non era stato finzione.
Fu allora che la scena le si parò di fronte.

La macchina bianca sportiva lasciata sull’altro lato della strada.
I ragazzini che non giocavano più a pallone.
E poi lui, il giovane dai capelli neri, dagli occhiali scuri, dai vestiti originali, che si stava allontanando con un plico enorme di giornali e riviste.
Si mise a correre verso di lui, per potergli parlare, per poterlo conoscere e ringraziarlo, ma giunta a pochi metri dal ragazzo si fermò.
Il giovane si accorse di lei e si arrestò in mezzo alla strada, sorpreso da quella ragazza dai capelli raccolti dietro la nuca e dal vestito chiaro, che lo stava fissando.
Abbassò leggermente gli occhiali e i due giovani si guardarono.
Lei lo riconobbe subito e rimase come paralizzata.
La via, la città, il mondo, si fermarono su quello sguardo.
Poi il giovane depositò i giornali sul sedile posteriore della vettura, salì a bordo e ripartì velocemente, come imbarazzato.

La ragazza si voltò verso il chioschetto, dove il padre teneva ancora tra le mani la banconota da diecimila lire.
Corse verso di lui per dirgli tante cose, per dirgli che sapeva chi fosse quel ragazzo.
Quel ragazzo che, ora lo sapeva, si nascondeva dietro gli occhiali scuri perché il mondo non lo vedesse commosso mentre dava quei soldi al povero vecchietto.
Ma una volta arrivata di fronte al chiosco e alle sue lamiere opprimenti, non se la sentì di rivelare la verità al padre e di svelargli la generosità che si nascondeva dietro il gesto del giovane.
– Hai visto? – le disse – Era lui.. era quel ragazzo! Chissà chi è…?
– Non lo so, papà, non lo so…
Si chinò sull’uomo anziano e lo baciò sulla fronte.

I giorni passarono.
Mille pensieri agitavano le giornate della ragazza, mille pensieri che non fossero soltanto la cattiveria della sua principale.
Chissà quale era stata la prima volta in cui il giovane aveva deciso di fermarsi di fronte all’edicola?
Quante volte era transitato lì di fronte prima di prendere la decisione di fermarsi?
Dio, quante cose avrebbe voluto chiedere a quel personaggio famoso, che il padre non conosceva. Quante domande, quanti grazie, quante parole da dire.
Continuava a ripensare ai suoi occhi arrossati, a quello sguardo sorpreso e un po’ smarrito, a quella timidezza della quale si era forse innamorata senza neanche rendersene conto.

I giorni passarono, dunque, e il pensiero di quel ragazzo cominciò dolcemente a tormentarla.
Prima di addormentarsi si immaginava di poter accarezzare quel viso che, come un’istantanea di un momento magico, le era rimasto impresso nella mente.
Quanto spesso poi si immaginava di guardarlo negli occhi, mentre il mondo tutto attorno avrebbe potuto fermarsi…
Decise che lo avrebbe rivisto, che tutti i giorni, nella pausa del lavoro, sarebbe corsa dal padre per tentare di rivederlo.
Quelli erano anni diversi, amici.
Quello era un mondo diverso, un mondo dove i pensieri sinceri di una ragazza potevano valere l’universo.

Una triste mattina però la vita sbatté in faccia il conto salato della speranza e della felicità.
Fu la stessa titolare a dirle quando era successo:
– Ma come non lo sai?
E le disse con una punta di malignità dell’incidente della sera prima, di quel ragazzo che se ne era andato per sempre.
La ragazza non volle credere, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime a quelle parole, ma tutti ne parlavano.
Scappò dal lavoro singhiozzando e corse verso l’edicola del padre, incurante degli sguardi della gente, sperando di potergli parlare prima che venisse a conoscenza della notizia da solo, anche se sapeva bene quanto fosse assurdo quel tentativo.

Quando arrivò, lo trovò a fissare il vuoto all’interno del chiosco, mentre i ragazzini all’esterno, quel giorno in gran numero, non osavano avvicinarsi.
Due sottili fili di lacrime gli scendevano dagli occhi.
Teneva tra le mani il giornale della mattina.
– Non verrà più… ora so chi era quel ragazzo. Tu lo sapevi, vero? – disse l’uomo.
Padre e figlia si abbracciarono piangendo.
– Quel ragazzo era un angelo… – aggiunselui con un filo di voce.
Tutto il mondo sembrava sfocato dietro le lacrime della ragazza, i contorni del piccolo chiosco tremebondi e indistinti.
Il volto del giovane ondeggiava dalla prima pagina del giornale.
Lei posò la mano sul suo viso per accarezzarlo, come aveva sempre sognato.
Ed in quel momento si accorse di tutto.
Chiese in un ultimo barlume di folle razionalità al padre se quel mattino avesse venduto molti giornali, ma lui rispose che non era venuto nessuno.
La ragazza abbracciò il padre più forte e non fece più nulla per trattenere le lacrime copiose.
– Quel ragazzo era veramente un angelo, sai papà?
Poco più in là, dove avrebbero dovuto esserci tutti i giornali, non c’era più nulla.
Ne era rimasto soltanto uno, il giornale di quella mattina con la foto del giovane che sorrideva.
E poco a fianco una banconota da diecimila lire.

Questa era la storia del ragazzo dagli occhiali scuri dalla spider bianca e del vecchietto che vendeva i giornali in un piccolo chiosco in via Genova.
Sono le storie di una Torino che si perde, ma ogni tanto è bello fermarsi ad ascoltarle ancora.
Ed è una storia che i ragazzini di allora ricordano ancora adesso.

Amano ricordarla con i vecchi amici granata, nell’ultima osteria rimasta nella zona.
Provate a chiedere.
C’è sempre qualcuno disposto a raccontarla, e ognuno di loro è fiero di farlo come se fosse la prima volta. C’è sempre qualcuno disposto a parlare della ragazza dai capelli raccolti dietro la nuca e del vecchio papà.
Non fate caso se qualcuno di loro, mentre racconta, getta un’occhiata fugace verso la strada e sorride.
Non ammetterà mai di aver visto sfrecciare per un istante quella spider bianca con quel giovane dai grandi occhiali scuri a bordo.
Un giovane che, oggi come ieri, corre incontro alla vita.

Mauro sarà presente al Salone del Libro fino a domenica sera (sabato pomeriggio escluso – c’è il calcetto!), presso la casa editrice Elena Morea, padiglione 1, stand D-30

http://www.toronews.net/index.php?folder=60

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