Il nostro biglietto da visita

Il nostro biglietto da visita

di Guido De Luca

Pianelli vattene! Così recitava uno striscione appeso alla tettoia della tribuna stampa dello stadio comunale di Torino nell’anno in cui ci fu il passaggio di consegne tra il Patron mantovano dello scudetto e Sergio Rossi. Era il 1982 e finiva un’epoca in cui il Torino, sotto la gestione ventennale di Orfeo Pianelli, vinse 2 Coppe…

di Guido De Luca

Pianelli vattene! Così recitava uno striscione appeso alla tettoia della tribuna stampa dello stadio comunale di Torino nell’anno in cui ci fu il passaggio di consegne tra il Patron mantovano dello scudetto e Sergio Rossi. Era il 1982 e finiva un’epoca in cui il Torino, sotto la gestione ventennale di Orfeo Pianelli, vinse 2 Coppe Italia e 1 scudetto. Pianelli alla fine degli anni ’70 entrò in una forte crisi economica con la sua azienda (la Pianelli & Traversa specializzata in tecniche di trasporto e distribuzione dell’energia elettrica) e fu così costretto a diminuire l’impegno economico nel calcio. La tifoseria non gradì, contestandolo e costringendolo ad abbandonare la presidenza. Pianelli, in seguito, subì un processo per bancarotta fraudolenta e venne arrestato. Fu, comunque, presto scarcerato essendo decaduta la fraudolenza. Al termine del processo, venne ritenuto innocente in quanto la distrazione di capitali che si era verificata serviva per adempiere al pagamento del riscatto per il rapimento del nipote che poi fu liberato.

Grazie Rossi per il Toro che ci hai dato! Era l’ultima partita di campionato contro la Roma (maggio 1985), quando in curva Maratona venne esposto questo striscione di ringraziamenti. Il Toro, nuovamente sotto la guida di Gigi Radice, ottenne il secondo posto alle spalle del Verona. Rimane il migliore risultato in campionato dopo lo scudetto del 1976. La tifoseria era alle stelle, ma l’idillio con il presidente si concluse ben presto. Dopo cinque anni di gestione, Rossi fu costretto ad abbandonare la presidenza del Torino nella stagione 1986-87 conclusa con un undicesimo posto e la conseguente contestazione dei tifosi. L’apice della veemenza degli ultras si registrò a seguito di un Torino-Cagliari di Coppa Italia conclusosi con l’eliminazione della squadra granata. Motivo dell’astio? Sergio Rossi, importante dirigente industriale, proprietario della Comau, veniva accusato di essere troppo vicino agli ambienti Fiat e di non essere eccessivamente tifoso del Toro. Stanco di spendere miliardi di lire per un mondo che non lo divertiva più, decise di passare la mano a Mario Gerbi, gentiluomo settantenne della vecchia Torino, già vice-presidente della società nel 1959.

Dirigenti pagliacci, raccogliete i vostri stracci! 12 febbraio 1989, si giocava Torino-Lecce. Il Toro era nei bassifondi della classifica. Il presidente Gerbi (titolare di una fonderia) e l’amministratore delegato della società, Michele De Finis (titolare di un’impresa di pulizie con 400 dipendenti), diventarono ben presto invisi alla tifoseria granata. Effettivamente i risultati della squadra erano insufficienti. La gestione societaria della coppia risentì di alcune infelici scelte di mercato e della crisi economica in cui iniziò a versare l’azienda di uno dei due. Voci dell’epoca sostenevano che l’impresa di pulizie di De Finis iniziò a perdere diversi appalti non appena divenne amministratore delegato del Torino Calcio. Poco prima che il Torino retrocedesse per la seconda volta nella sua storia passò nelle mani di un personaggio sino ad allora sconosciuto: Gianmauro Borsano.

Presidente ehh, presidente ohhh, presidente alè ohhh. Questo era il coro che echeggiava in curva Maratona con l’avvento dell’istrione Gianmauro Borsano, proprietario della società finanziaria Gima e titolare della società di compravendite immobiliari Miller & Benson. Con lui il Toro risalì subito in A e si impose a livello europeo. La gente del Toro stravedeva per lui. L’imprenditore era stato eletto deputato nelle file del PSI di Craxi, spuntando oltre 36000 preferenze. Tutto ciò non fu sufficiente per evitare a Borsano una rapida caduta. Era  l’anno di tangentopoli e i socialisti crollarono. La Gima fallì. La tifoseria granata insorse. Le prime forti contestazioni giunsero all’indomani della trasferta di Madrid (aprile 1992), in un periodo felice per il Torino che si apprestava a vincere la gara di ritorno e ad approdare alla finale di Coppa Uefa con l’Ajax. Motivo delle contestazioni? La mancanza di sicurezza in cui si trovarono i tifosi in balia della famigerata Guardia Civil spagnola allo stadio Bernabeu e forse perché si iniziavano a prevedere i fallimenti a cui sarebbe andato incontro il presidente. Il Toro non vinse la finale di Coppa Uefa, Borsano vendette i prezzi pregiati della squadra e le frange più facinorose della tifoseria inscenarono una guerriglia urbana la sera in cui si venne a sapere che Lentini fu ceduto al Milan.
 La società Torino Calcio passò di mano per 12 miliardi di lire nei primi mesi del 1993, portando alla presidenza un notaio, Roberto Goveani. Solo alla fine dell’anno si scoprì il patto clandestino tra il vecchio presidente e il notaio cantante per il versamento di una quota in nero, che portò al sequestro delle azioni da parte della magistratura. Negli anni successivi, Borsano dovette rispondere di accuse come bancarotta fraudolenta, falso in bilancio e appropriazione indebita, e dovette chiarire una storia di fondi neri legato all’affaire Lentini.

Non echeggiava più nessun coro a favore del presidente in curva Maratona nella stagione del 1993, nonostante sotto la gestione Goveani il Torino vinse la Coppa Italia. La squadra poteva contare ancora su giocatori di altissimo livello. A fine 1993, le azioni granata furono sequestrate dai giudici e Goveani si dimise da presidente. Il curatore fallimentare cedette il pacchetto azionario a Gianmarco Calleri. A giugno 1994, il notaio fu arrestato con le accuse di concorso in bancarotta fraudolenta, falso in bilancio e appropriazione indebita. Goveani collaborò attivamente con la giustizia e in seguito venne assolto dall’accusa di appropriazione indebita, ma venne condannato per concorso in abuso d’ufficio. La tifoseria granata era frastornata e disorientata. Non sapeva più con chi prendersela, ma ben presto, con l’avvento di Calleri (dirigente sportivo italiano ed ex presidente della Lazio, nonché proprietario di diverse azienda tra cui la Mondialpol), ritornò anche il capro espiatorio.

Divennero sempre meno i tifosi che si recavano allo stadio per seguire le vicende del Torino. Le contestazioni erano ridotte ai minimi termini perché subentrò più indifferenza che astio. Il primo anno di Gianmarco Calleri risultò positivo dal punto di vista dei risultati, meno il secondo. Rifonda la società e la squadra, ma trascura il settore giovanile e soprattutto si macchia di una colpa che mai nessun tifoso granata gli ha mai perdonato. A differenza dei predecessori, Calleri considerava lo stadio Filadelfia un peso e affermava di non avere interesse al suo recupero. La mancanza di lavori di ristrutturazione costarono al Torino numerose sanzioni pecuniarie e, dopo l’ennesima proroga, il 27 settembre 1994 ne venne dichiarata la completa inagibilità a causa dei continui crolli. Nel secondo anno della gestione calleriana, il Torino retrocede per la terza volta in serie B. Negli ultimi allenamenti della stagione, a retrocessione acquisita, un’incursione dei tifosi negli spogliatoi granata mise in fuga numerosi giocatori che, pur di salvar la pelle, preferirono non farsi più vedere a Torino. Anche Calleri non si fece quasi più vedere a Torino e nel 1997 lasciò la presidenza al genovese Vidulich.

In realtà a gestire il Torino erano in tre: Massimo Vidulich, il presidente, Renato Bodi che ricopriva il ruolo di direttore sportivo e Davide Palazzetti quello di amministratore delegato. La loro azienda era l’Hsl, azienda che ufficialmente offriva «consulenza strategica» nel campo della comunicazione. Dopo due anni di gestione, il Toro ritorna in A. La triade genovese fu l’unica a non aver mai ricevuto feroci critiche da parte della tifoseria (forse sono stati troppo poco tempo per riceverne), ma i proventi delle loro attività sono sempre stati dubbi. Pare che dietro loro ci fosse un certo Roberto Regis Milano, reale proprietario del Torino, con capitali custoditi alle isole Cayman e fantomatici affari in Malesia. Il loro operato passò quasi inosservato e, dopo due anni e mezzo, il Torino Calcio passò nelle mani di Franco Cimminelli per una cifra introno ai 35 miliardi delle vecchie lire, più debiti per 40-50 miliardi.

Cimminelli vattene! Ormai siamo quasi ai giorni nostri. Ben presto tornano gli striscioni con il solito slogan coniato a inizi anni ’80. Di Franco Cimminelli, proprietario della Ergom, azienda fornitrice di materie plastiche della Fiat, si è sempre parlato in abbondanza. Cinque anni a capo del Torino Calcio, con Attilio Romero presidente, ex uomo di relazioni pubbliche della Fiat, nonché storico tifoso del Torino. Cinque anni culminati con il fallimento della società Torino Calcio. Disastro finanziario anche per Cimminelli che svende a 1 euro la Ergom alla Fiat. Disastro sportivo per il nostro Toro. E’ la fine. Non si contano gli striscioni di dileggio e i cori aspri e duri intonati per anni nei loro confronti.

Cairo vattene! Adesso è il suo momento. E’ il momento delle feroci critiche anche per l’attuale presidente del Torino Fc. Stesso striscione che campeggia in curva Maratona, la parola vattene rimane, cambia solo il nome del presidente. Non c’è nemmeno più originalità nell’espressione delle frange più contestatrici del tifo.

Avanti il prossimo, consapevole che questo è ciò che accade a chi diventa proprietario del Torino: insuccessi sportivi, disgrazie finanziarie e un pubblico che non risparmia contestazioni; lo stesso pubblico che spesso viene (o meglio veniva) definito come il più caloroso d’Italia. Ahimè, ormai, questo è il nostro biglietto da visita

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