La Sindrome Ferrante

La Sindrome Ferrante

Ascoltavo lunedì sera, con molto interesse, i commenti di una radio privata che faceva seguito alla mirabolante esplosione di calcio tenutasi in quel di Vicenza.
Una partita dove la cosa più bella è stata il liberatorio triplice fischio finale, che ha tolto dai teleschermi una squadra che gioca 3 minuti su 90, sterile, imprecisa come una riga storta, eterea come lo spirito, forte come un panetto di burro, consistente…

Ascoltavo lunedì sera, con molto interesse, i commenti di una radio privata che faceva seguito alla mirabolante esplosione di calcio tenutasi in quel di Vicenza.
Una partita dove la cosa più bella è stata il liberatorio triplice fischio finale, che ha tolto dai teleschermi una squadra che gioca 3 minuti su 90, sterile, imprecisa come una riga storta, eterea come lo spirito, forte come un panetto di burro, consistente come lo zucchero filato e con la personalità di una marionetta.
Mi ha incuriosito, nei commenti post-partita, la cattiveria quasi personale con cui un paio di opinionisti hanno additato Rolando Bianchi come il male maggiore di questo Toro.
In queste opinioni, mi è sembrato di cogliere un qualcosa di sottile e, tra le righe, come una rabbia che ha voglia di sfogarsi e che per un attimo, trova sbocco in qualcuno di colpibile e colpabile.
Finalmente. Dopo aver atteso tanto a lungo.
Non è un modo di pensare legato in modo particolare agli addetti ai lavori, ma una sindrome strisciante, che si allarga silenziosa e soprattutto già conosciuta, in buona parte della tifoseria.
Mi riferisco alla ciclica, inarrestabile ed insanabile voglia di prendersela col giocatore più rappresentativo, o comunque più amato.
Quasi una soddisfazione inconscia nel vederlo finalmente precipitare nel gorgo negativo della nostra insoddisfazione.
E vai col tiro al piccione.

 

Ritenere Bianchi l’unico responsabile, o addirittura “una palla al piede”, mi sembra prevedibile nella sua banalità.
Era solo questione di tempo e quella ambigua voglia di polvere non avrebbe risparmiato neppure lui.
Con giocatori che si sono macchiati di una stagione abulica, inconsistente, deprimente, in uno scenario di un campionato farsesco e triste, ecco che c’è una sarcasmo particolare nel colpire chi, più di una volta ha tolto le castagne dal fuoco.
Ora Bianchi si è tramutato improvvisamente in chi incarna tutte le colpe della nostra situazione.
Non corre, è lento, è pachidermico e ovviamente è strapagato.
Dalla gloria alla polvere.
Molte spesso la gente ti eleva a idolo soltanto poi per poterti buttare nel fango.
Qui, indipendentemente dai risultati, capita molto spesso.

 

C’è sempre questa gustosa contraddizione intellettiva.
Da un lato avremmo bisogno di giocatori alla Bianchi come il pane, che creino quasi un legame affettivo con un personaggio in grado, lo si voglia o no, di cambiare il corso almeno del 50% delle partite che ha giocato.
Dall’altro, non sia mai! Il tifoso del Toro dapprima spera in un rinnovo contrattuale per non fare scappare il giocatore. Dall’altro però non ti perdona il fatto di “essere strapagato” e di “guadagnare troppo”, e soprattutto, colto dal suo eterno turbine nichilista, quasi finisce con l’odiare inevitabilmente il simbolo del proprio affetto.
– Hai visto? L’avevo detto che era un bluff.
– L’ho sempre detto. Il problema del Toro è Bianchi. Perché credi che non giochi in serie A? Perché nessuno lo vuole.
– E’ una zavorra.
– E lento.
– Rallenta la manovra.
Neanche stessimo parlando di una squadra colma di fuoriclasse, che passa da un successo all’altro.

 

Illuminante questa nostra capacità di fare uscire l’inesorabile rabbia repressa. Eccolo, è lui, finalmente!
Avete fatto caso alle ultime partite? Ogni pallone toccato da Bianchi viene seguito da sbuffi e da ugole pronte ad alzarsi per scaraventare nella polvere, quasi con rabbia, chi, fino a un giorno prima era stato l’idolo in questa squadra di poveri.

 

Qui al Toro bisogna essere forti ma modesti.
Essere talentuosi ma disprezzare il vil denaro.
Visti dall’esterno, per chi non ci conosce, sembriamo tifosi di una squadra decaduta, come il Verona, che si permettono di criticare i giocatori che, per misericordia ricevuta, hanno nelle gambe e nei piedi la possibilità, oltre che la capacità, di dare una speranza alle miserie della squadra per cui giocano.
Per carità, queste sono parole blasfeme!
Molti di noi sono ancora convinti che il Toro sia una squadra Grande, che giocarci significhi assolutamente non farlo per lucro, che qualche strano grado di Giustizia Divina ci debba da un momento all’altro riportare “là dove ci compete”.
Ma nessuna nobiltà regala più punti, lo ripeterò fino alla nausea.
Quindi è ovvio che chi ci vede dall’esterno non capisca il nostro accanirci rabbiosi, preda di una realtà che non corrisponde all’immagine mentale consolatoria e autoindotta di essa.
Bianchi non ha fatto un atto di carità, a giocare per noi, ma se i soldi sono la discriminante di questo mondo professionistico, non vedo proprio cosa abbiamo da essere tanto invidiosi, se qualcuno glieli ha offerti.
Ciò non toglie che non stia attraversando un periodo di forma, che non stia giocando bene, costretto a inseguire la palla alla tre quarti per fare sponda e attendere la palla buona, in media una per partita.
O nella vana attesa di un cross dal fondo, abolito dal novero delle possibilità di questa squadra, incapace di tre passaggi consecutivi..
Eppure niente da fare, adesso ci siamo fissati sull’idea che Bianchi sia il Male, e nessuno ci distoglierà da questo inesorabile tiro al piccione, finché la nostra sete di rabbia e sangue non sarà placata.
Scommettiamo che se la cura Papadopulo dovesse fallire (impresa disperata, lo sappiamo tutti), qualcuno tirerà fuori la storia che è stata colpa di Bianchi se Lerda è stato cacciato?
Scommetto una bambolina, quello che volete.
E questa nostra rabbia e frustrazione ci porta a commettere errori di valutazione

 

E’ un comportamento ciclico, ormai innato e inspiegabile nella sua ripetitività, che va a colpire il giocatore più rappresentativo, oppure il Capitano,
Tutto questo viene spesso condito dal luogo comune, rassicurante nenia da ripetere alle proprie orecchie, per il quale sia stramaledetta la persona che per prima l’ha creato.
Perché diventa, al di là di ogni contatto reale, sequenza di parole ripetute a vanvera, per darsi manforte nel gioco al massacro inevitabile e contorto di questo ambiente calamitato eternamente verso la negatività.
Ecco così che “Il Toro gioca meglio senza Bianchi”.
Oplà, ecco trovato un arzigogolo, probabilmente casuale, che dà un’insperata possibilità di sfogo al drago a tre teste che sta dentro di noi.
Tra tutte le porcate che potevamo tirare fuori, questa è stata proprio un simbolo del non saper mai restare nelle nostre mutande, senza andarci a cercare rogne.
Ecco che la gente ha cominciato a ripetere il refrain.
E’ vero! Il Toro vinceva senza Bianchi!!! Colpa sua! Bidone, buuu. Sei lento. E soprattutto l’immancabile “Non sei degno”. Di che cosa non si sa.
Gli anni passati nel fango sono talmente tanti che cominciamo a non ricordarcelo neppure, e probabilmente anche questo sta diventando un luogo comune.

 

Del resto è riprovato che fischiare un giocatore nei momenti di crisi e contestarlo porta ad una indubbia miglioria
Ecco così che “Ferrante brucia i compagni di squadra”.
Pire a parte, Marco era un giocatore che ci strappò letteralmente alla serie C e ci fece sfiorare e talvolta raggiungere la promozione (per non dire salvarci) molte volte.
Eppure “la squadra si sacrificava per lui”. “Lui non correva”.
Già, proprio a lui, che riusciva furbescamente a farsi assegnare un numero spaventoso di punizioni dal limite, che faceva salire la squadra, che in mezzo all’area era un castigatore, la gente non gli perdonava di non battere il cacio del terzino, fuggire sulla fascia, fare un triangolo con se stesso a centrocampo, lanciarsi sulla sinistra, crossare di prima intenzione ed intervenire al volo in rovesciata volante in piena area.
Non gli perdonava il fatto di non essere scarso come Adami o Saber, non gli perdonava il fatto di guadagnare, nonostante noi fossimo in B.
Ricordo, in un Torino-Cagliari 4-2, del 2003, una famiglia, poco sotto di me in Maratona.
Già arrivati e seduti con il preciso intento di ringhiare addosso a Ferrante.
Ricordo, dopo i primi insulti, un traversone che partì dalla sinistra e che nessuno in area colpì.
– Ferrante, dove sei! – urlò l’invasato, che non aspettava altro.
– Ferrante ha fatto il cross, somaro!
Fu la mia risposta e sbagliai. Sbagliai perché non bisogna mai insultare qualcuno. Sbagliai perché questa gente che va allo stadio già con qualcuno nel mirino è solcata troppo spesso da rabbie represse. E sbagliai ancora perché bisognerebbe sempre ricordare il tifo comune.
Due minuti dopo Ferrante segnò, e lessi la smorfia di delusione sul volto della famigliola.
La rabbia per le speranze deluse, per il capro espiatorio fallato.
La gente lo fischiò mentre batteva un rigore contro il Siena, episodio umiliante del nostro tifo.
Chiedeva un adeguamento del contratto a Cimminelli.
E faceva bene, perché aveva i numeri.
Forse molti di noi si sono auto convinti che l’interinalità imposta e il lavorare per la gloria siano un valore.
Ma nel mondo del calcio non funziona così, per fortuna loro. E Marco fece bene.

 

Ecco dunque che Rosina era il “fagnano”, quello che “passeggiava per il campo”, quello che “alle tre di mattina era al Quadrilatero ubriaco”.
Lo fischiarono già in un prepartita, scatenando la sua reazione, gli sputarono a Superga, ormai nel mirino della nostra rabbiosa Grandeur mancata.
E così anche lui fece le valigie. Averne avuti dieci, di Rosina, ci avrebbe appena fatto comodo, nella nostra mediocrità cadetta.
Ecco che”Silenzi”, nell’annata che seguì il suo exploit era un “paralitico” da fischiare, al punto che non esultò quando si sbloccò, nel corso di una gara col Cagliari.
Ecco così che “Scifo tiene troppo la palla…”, eresia che portò dapprima all’insofferenza (ma noi abbiamo sempre un qualcuno di più grande, ormai stra e rimitizzato, che è stato in qualche modo più forte. Chiunque mai verrà non sarà degno di un passato sempre più lontano e della sua ombra ingigantita, che toglie il respiro ai passeri) e poi allo sfottò aperto durante un Torino-Cagliari.
Eravamo stati in serie B, ma eravamo sempre schizzinosi, salvo poi rimpiangere i partenti, quando i sostituti non erano all’altezza.
E così fu per mille casi. Lucarelli era il “panzone”.
Dossena fu preso nel mirino per il suo carattere e per un paio di partite sbagliate in Coppa Italia
A Zaccarelli vennero fatti trovare i pali del Filadefia imbrattati con scritto “vattene”
La storia si potrebbe riempire di personaggi mai lasciati in pace perché diventati troppo popolari.
Eppure abbiamo sempre un atteggiamento strano di fronte a queste strane contestazioni.
Rivendichiamo orgogliosi il nostro DNA, tronfi di un qualcosa che siamo convinti debba ancora esistere per intercessione divina.
Noi siamo il Toro, gli altri vadano a farsi fottere. Chi non è degno può anche andarsene.
E via così, petto in fuori e pancia in dentro, orgogliosi della nostra Weltanschauung, leader senza rivali, sfreccianti perennemente nella corsia di sorpasso della nostra Autostrada Fantasma per il Nulla.

 

Mauro Saglietti

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