L’obiettivo del Toro è di salvarsi

L’obiettivo del Toro è di salvarsi

“Pietas granata” è uno spazio ospitato sulle pagine di TN e realizzato da tifosi facenti parte del direttivo del Centro Coordinamento Toro Clubs, aperto con l’obiettivo di creare un confronto tra chi scrive e tutti gli altri tifosi che leggessero. Gi autori si offrono infatti di condurre un dialogo aperto anche attraverso i commenti a pié di pagina; sarà pertanto possibile chiedere, osservare, affermare e anche criticare….

“Pietas granata” è uno spazio ospitato sulle pagine di TN e realizzato da tifosi facenti parte del direttivo del Centro Coordinamento Toro Clubs, aperto con l’obiettivo di creare un confronto tra chi scrive e tutti gli altri tifosi che leggessero. Gi autori si offrono infatti di condurre un dialogo aperto anche attraverso i commenti a pié di pagina; sarà pertanto possibile chiedere, osservare, affermare e anche criticare. Senza offese, illazioni e post incivili in generale, naturalmente.

 

Il calcio è fatto di elementi semplici, pochi, fondamentali. La corsa, la tecnica, la voglia di vincere. Tradotto in termini fisici: i muscoli, il cervello, il cuore.

A giudicare dagli undici scesi in campo contro il Frosinone e lo spettacolo da loro offerto, sembra che niente sia più lontano dal calcio di questa squadra. Potrebbero essere undici passanti, undici spettatori ma non undici giocatori di uno sport chiamato calcio. E’ vero però che si tratta di ragazzi, spesso troppo immaturi nonostante l’età, poco uomini in quello che mostrano in quanto professionisti e poco uomini in quello che hanno dentro, uomini che riescono a involvere decisamente quando arrivano al Toro per poi riprendere la loro dimensione una volta che ne sono usciti, come se il Toro fosse una brutta malattia.

Che il Toro sia una malattia, una fede, è vero per tanti tifosi in tutta Italia, ma stiamo parlando d’altro.

Attualmente il Toro, parlando in termini di società, è una specie di virus che ti entra dentro e nel breve tempo sembra privarti di ogni qualità tecnica e fisica e della capacità di lottare che normalmente dovrebbe far parte del bagaglio di ogni giocatore arrivato ad un certo livello. Non parliamo delle qualità che dovrebbe avere un giocatore del Toro, parlo di un qualsiasi giocatore che arriva almeno al livello della serie B.

Se però analizziamo ogni singolo giocatore attualmente al Toro, chi più chi meno, ognuno ha le qualità che sarebbero richieste, sicuramente non in quantità eccelse ma se non altro in porzioni tali da affrontare in maniera molto più dignitosa un campionato di buon livello in serie B.

Dov’è il punto allora? E’ che il calcio è un gioco di squadra, mettere undici giocatori bravi in campo non basta, devono giocare come una squadra altrimenti una vera squadra di undici giocatori mediamente bravi può facilmente sopraffarla. E senza scomodare il Toro e tutte le squadre di rango inferiore che lo hanno superato in questi anni, possiamo vedere tanti esempi anche nel campionato inglese, dove nella FA Cup squadre di Prima Divisione riescono a tenere testa ai campioni del livello del Manchester United, solo grazie al cuore, allo spirito di squadra, alla voglia di vincere.

E’ proprio tutto questo che manca al Toro, manca il cuore, il motivo per dare quel qualcosa in più, di vincere per la squadra, per i compagni, per i tifosi, per sé stessi e per essere ricordati o solo anche per meritarsi la pagnotta dorata che mensilmente ricevono. E questo qualcosa te lo può dare solo la società, attualmente in grande difficoltà come solo una realtà così improvvisata può fare, priva di un manager capace e in grado di capire come scegliere gli uomini e come farli rendere per il loro massimo di cui sono capaci.

Il salvataggio del Toro ha poco a che fare con i punti in classifica, siano essi per una promozione o per non retrocedere nell’inferno. E’ un salvataggio di un gruppo di uomini, della loro capacità di lottare insieme, capacità che solo una società organizzata può trovare o può recuperare, con molta difficoltà e molto lavoro. E’ questione di saperlo fare e di volerlo fare e la società attuale non ha la prima qualità, la seconda è molto vaga.

Leonardo Daga

(Foto: M. Dreosti)

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