L’ultima partita

L’ultima partita

di Walter Panero

 

Oggi è la volta della pubblicazione di un racconto già uscito il Primo Maggio del 2010: mancavano pochi giorni all’anniversario della Tragedia e stavamo per affrontare il Gallipoli: una partita da vincere assolutamente se si voleva ancora sperare nella promozione. In effetti vincemmo quel match e riuscimmo a qualificarci per i play off perduti poi, nel modo che tutti ricordiamo,…

di Walter Panero

 

Oggi è la volta della pubblicazione di un racconto già uscito il Primo Maggio del 2010: mancavano pochi giorni all’anniversario della Tragedia e stavamo per affrontare il Gallipoli: una partita da vincere assolutamente se si voleva ancora sperare nella promozione. In effetti vincemmo quel match e riuscimmo a qualificarci per i play off perduti poi, nel modo che tutti ricordiamo, nella finale col Brescia. Come sempre auguro buona lettura a tutti coloro che dedicheranno un po’ di attenzione a questa storia che parte da lontano per giungere fino al nostro Toro.


 

Lisbona. Gennaio 2010.


Lisbona ha la tortuosità di Genova e l’austerità di Torino.
 
E’ Genova nelle vecchie stradine dell’Alfama, il quartiere più antico della città, il quale si trova in cima ad una collinetta che domina l’estuario del fiume Tejo che, visto da lì, si confonde con il mare aperto. Un quartiere in cui ti perdi e ti ritrovi decine di volte. In cui l’odore della pioggia si mescola con quello del mare. In cui, nelle giornate soleggiate, i panni appena lavati vengono stesi su lunghi fili che collegano le finestre da una parte all’altra dei vicoli. In cui i bambini si sfidano a pallone nelle piccole piazze indossando ora la maglia a bande orizzontali verdi e bianche dello Sporting, ora quella sanguigna e gloriosa del Benfica, ora divise di squadre lontane e straniere come il Real, il Barça, il Milan o il Manchester United.

E’ Torino nella zona più bassa, la Baixa appunto, quella che venne distrutta completamente dal terribile terremoto del giorno dei Santi del 1755, quando il mare prima si ritirò e poi si alzò creando un’onda di oltre quindici metri. Quello che oggi chiameremmo Tsunami inghiottì gran parte dei quartieri bassi provocando la morte di circa 90.000 persone su 275.000 abitanti.
E’ Torino perché il Marchese di Pombal, al potere ai tempi del terremoto, fece ricostruire la zona bassa della città secondo criteri moderni: nacquero così grandi piazze circondate da portici ed edifici barocchi; lunghe vie parallele tra loro presero il posto delle vecchie, intricate stradine che ancora caratterizzano le zone più antiche.

Cammino per le vie del centro. Sembra proprio che non voglia saperne di smettere di piovere. Ora capisco perché, quando sorvoli questo meraviglioso paese anche adesso che siamo in inverno, vedi grandi distese di prati verdi manco fossimo in Irlanda d’estate. Osservo i volti dal sorriso un po’ malinconico dei giovani del posto. Osservo i pochi turisti con i loro zainetti in spalla, le loro macchine fotografiche e l’immancabile piantina tra le mani. Osservo alcuni gruppi di spacciatori che, anche se siamo in pieno giorno, non hanno alcun timore a proporti a basso prezzo i loro prodotti.
Di fronte ad una porta sormontata da un vecchio tendone giallo c’è una lunga fila di persone che aspettano disciplinatamente, dando l’idea che lì si distribuisca qualcosa di veramente importante.
Poco più in là si sono formati alcuni gruppetti di persone di diverse età. Soprattutto giovani vocianti. Tutti hanno in mano un piccolo bicchiere di plastica che, di tanto in tanto, portano alla bocca.

“Ma cosa aspetta quella gente?” chiedo pieno di curiosità ad uno dei ragazzi col bicchiere che mi pare parli italiano.

“Amico….ma da dove arrivi? Sono tutti lì perché vogliono assaggiare una delle cose migliori che si possono trovare qui in Portogallo….non ti dico qual è l’altra ma è sufficiente che ti guardi un po’ intorno e lo capisci…..” sorride indicando un gruppo di belle ragazze vestite in modo provocante. E continua: “aspettano tutti di prendere un bicchiere di Ginjinha, un liquore portoghese a base di ciliegia…..quelli che vedi lì per terra sono tutti noccioli di ciliegia che la gente sputa a terra dopo aver finito il proprio bicchiere e prima di rimettersi in fila per un’altra bevuta. Io sono di Firenze ma studio qui. Vengo tutte le sere a farmene due o tre bicchierini prima di tornare ai miei libri. Dicono che favorisca la concentrazione. Non ci credo tanto, però male non fa di sicuro. Vuoi favorire?”

“Ti ringrazio….continua pure a bere….mi hai convinto….vado a mettermi in fila pure io, anche se questa maledetta pioggia…..”

“Magari ci vediamo dopo….e…..sempre Forza Toro….” dice sorridendo.

Lo guardo con aria interrogativa. Poi ricordo il cappellino che porto sulla testa per ripararmi dalla pioggia. Eh sì. Sono proprio del Toro.

“Sempre forza Toro!” rispondo meccanicamente come se recitassi il rosario “ma tu sei….?”

“Viola, naturalmente! E aggiungo un bel Juve m###@ che va sempre bene!”

Sempre Juve m###@! A dopo fratello”.

La coda avanza piano, ma avanza. Le persone entrano nel piccolo bugigattolo ed escono soddisfatte dopo qualche istante col loro bicchiere. Di fronte a me una coppia di Tedeschi dall’età imprecisata: non so se si intendano di Ginjinha, ma sicuramente la sanno lunga in fatto di birra vista la stazza, le pance gonfie e l’aspetto rubizzo. Nel giro di pochi minuti anche loro vengono serviti e se ne vanno contenti. Finalmente è arrivato il mio turno!
Dietro al banco ci sono un uomo sulla cinquantina calvo con un bel paio di baffoni neri ed una donna piuttosto anziana dai capelli bianchi raccolti in uno chignon. Dietro di loro bottiglie di liquore dall’inconfondibile colore rosso scuro e diverse fotografie di formazioni calcistiche e di calciatori. Riconosco capitan José Aguas che alza trionfante la Coppa dei Campioni dopo la prima vittoria a Berna nel 1961 contro il Barça di Suarez e Kubala. Riconosco il grande Eusebio, giovanissimo e sorridente dopo i due gol segnati nella finale dell’anno successivo vinta per 5 a 3 contro il Real Madrid. Vedo tanti altri campioni di epoche diverse. Sicuramente non ci sono molti dubbi su come si schierino in questo posto dal punto di vista calcistico.

“Tenga  ragassu….” dice l’uomo coi baffi in un Italiano maccheronico dopo aver pescato del liquido granata da un grosso recipiente di metallo pieno di ciliege ed averlo messo in un bicchierino. Mi consegna il bicchiere mentre io gli pago quanto dovuto. Gli rivolgo un saluto in una lingua che nelle mie intenzioni dovrebbe somigliare al Portoghese e faccio per andarmene  fuori a bere magari col mio amico Viola.
Rivolgo un cenno di saluto anche alla vecchia e noto che lei mi sta guardando con un’ espressione che mescola sorpresa e curiosità. Le sorrido e lei contraccambia.

“Aspetta un attimo, signore….” dice allora l’anziana donna. “Non posso lasciare che tu vai via…..senza averti detto….senza averti chiesto dove hai preso quello…..”. Punta la mano verso la mia testa. Cosa avrò mai di tanto strano? Ah sì certo: il mio bellissimo cappellino col simbolo del Toro.

“L’ho  preso al Toro Store….cioè al….” Ma cosa sto dicendo? Che ne sa lei del Toro Store? E’ già tanto se capisce un po’ di Italiano. “Insomma l’ho preso a Torino che è la mia città, cioè anche se non abito più a Torino è quella la mia città….”. Che confusionario che sei. Ti ha solo chiesto da dove viene quel cappellino e tu le racconti la tua vita, penso. E continuo: “E’ il cappello della mia squadra del cuore….calcio….futbol….entiende signora? Il Toro è per me quello che il Benfica è per voi”, dico indicando il faccione di Eusebio che alza il Pallone d’Oro.

“Ma per chi mi prendi? Sono vecchia, non stupida! Vieni con me….vieni con me qui dietro che ti  mostro un po’ di cose…..” (1)

Anche se non ho la minima idea di cosa la donna mi voglia far vedere, percepisco dalla sua cordiale insistenza che si tratta di qualcosa di veramente importante. E decido di seguirla. La vecchia apre una porta che conduce in una piccola stanza polverosa e illuminata a stento. Nella stanza ci sono alcune sedie ed un paio di mobili molto vecchi. La donna, che cammina aiutandosi con un bastone, si avvicina ad uno dei mobili.

“Devo averle messe proprio qui…..sapevo che prima o poi avrei trovato qualcuno a cui farle vedere….qualcuno che avrebbe capito…..”

Con sguardo incuriosito vedo che la donna apre uno dei cassetti del vecchio mobile. Cerca per alcuni secondi tirando fuori della roba e aiutandosi con una vecchia torcia. Finché il suo viso rugoso non si scioglie in un sorriso soddisfatto.

“Eccole! Finalmente!” dice estraendo una busta gialla un po’ spiegazzata. “Cosa fai lì impalato? Vieni a vedere qui….secondo me c’è qualcosa che ti interessa…..queste qui non le hai mai viste laggiù nella tua città fredda…..”
Ma come fa la signora a sapere che a Torino d’inverno fa freddo? Di solito gli stranieri sono convinti che in Italia ci sia sempre sole e caldo.

“Guarda qui….questa sono io….adesso ti sembrerà strano ma c’è stato un tempo in cui anch’io sono stata giovane….qui avevo meno di vent’anni….ero bella, vero?”

Non posso fare a meno di annuire. La signora Maria, così si è presentata, era davvero bellissima e piena di vita.

“E adesso guarda un po’ se questi li riconosci?” mi chiede allora con aria di sfida.

Incuriosito prendo la fotografia. Subito non capisco. Poi guardo meglio e….o mamma mia….ma questo è il nostro grande portiere….ma questo è Riga….questo è Loik….questo è il Capitano….è incredibile. Sono soltanto poche foto ma ci sono quasi tutti. Sorridono. Scherzano. Sembrano ancora vivi. Ignari del destino tremendo cui stanno per andare incontro.

“M-ma dove? M-ma come?” dico balbettando per l’emozione.

“Queste foto le ha fatte mio fratello quando loro sono stati qui. Me lo ricordo come fosse oggi. A quei tempi erano i miei genitori a mandare avanti questo posto e io davo loro una mano quando potevo. La sera prima di quella maledetta partita ero di là quando vidi arrivare un gruppo di quei bei giovani eleganti. Non li conoscevo, mentre papà che seguiva il futbol come pochi sapeva i loro nomi uno per uno. Me li faceva vedere: ecco quello è Mazola, il Capitano. E quel signore elegante è Gabetto. E quello è …insomma li conosceva proprio tutti. Ricordo anche che uno di loro, particolarmente giovane e simpatico, si fermò ancora qui per parlare con me. Mi raccontò di una città splendida. Di uno stadio bellissimo e sempre pieno di gente. Mi piaceva tanto quel ragazzo e anche io dovevo piacere a lui. Quando se ne andò mi diede una carezza sui capelli e mi chiese l’indirizzo. Quando sarò a casa ti scriverò, disse. E io, tutta timida, arrossii sorridendogli. Mi domandò anche se il giorno dopo sarei andata a vederli giocare. Sembrava che ci tenesse molto. Gli dissi che no, che mio papà non mi ci avrebbe mai lasciata andare. Non era normale che una signorina di buona famiglia si recasse a vedere una partita di calcio.
Papà sì che ci sarebbe andato. Papà sì che ci andò e la sera tornò a casa tutto soddisfatto perché i nostri erano riusciti a battere per 4 a 3 quella che lui diceva essere la squadra più forte del mondo. Ecco: guarda qui. Questo è il biglietto di quella partita. Per fortuna lui aveva l’abitudine di tenere tutti i tagliandi delle partite che andava a vedere….”

Vengo preso da un moto di commozione quando mi accorgo che gli occhi dell’anziana donna diventano lucidi a ripensare a quei tempi.

“Il giorno dopo la partita” continua lei “se ne andarono via in aereo. Mi chiedevo se li avrei ancora rivisti. Mi chiedevo se il ragazzo che avevo conosciuto mi avrebbe davvero scritto come diceva o ci saremmo perduti per sempre. Non potevo immaginare che….”

Ora la donna piange e non riesce più a fermarsi. Anche se la conosco da pochi minuti la sento vicina e la abbraccio come si fa con una vecchia amica.

“Il resto credo che tu lo conosca. La notizia arrivò qui la mattina del 5 maggio. Papà non ci poteva credere. Continuava a fissare quel giornale e a scuotere la testa. Io piangevo proprio come sto facendo adesso anche se sono passati più di sessant’anni. Sul giornale c’erano tutti. Le loro facce. Le loro storie. Non potevo credere che quei giovani pieni di vita, che fino ad un paio di giorni prima erano stati qui a ridere e scherzare con noi, se ne fossero andati così.
Qualche anno dopo mi sono sposata. Ho avuto dei figli. Dei nipotini. Tutti grandi appassionati di calcio come mio padre e mio marito. Tutti tifosi del Glorioso Benfica. Ma per me il calcio è finito quel giorno di maggio. Quando penso al pallone, non riesco a collegarlo alle facce di Eusebio e di Torres, ma mi vengono subito in mente quei ragazzi che ho conosciuto per un attimo e mi sono rimasti nel cuore per sempre”

Vorrei dire qualcosa. Vorrei chiedere alla vecchia qualcosa di loro. Qualcosa del ragazzo che aveva amato pur per una sola sera. Ma non ci riesco. Non posso fare altro che stare lì impalato e commosso ad osservarla. E ad ascoltare ancora.

“Ti racconto un’ultima cosa su mio papà: nel 1969 era già vecchio e stanco anche se, per fortuna, era riuscito a godersi le più grandi vittorie del suo Benfica. Un giorno convocò tutta la famiglia e ci disse di aver preso la decisione di andare a Torino per ricordare i vent’anni dalla caduta di quell’aereo maledetto. Nessuno ebbe il coraggio di opporsi. Papà, forse per il ricordo  di  quell’incidente, aveva il terrore degli aerei e disse che se nessuno l’avesse accompagnato ci sarebbe andato da solo in treno. Partirono in macchina ed erano in quattro: c’era il babbo, mio fratello, la buon anima di mio marito e mio figlio. Ci misero tre giorni per arrivare nella tua città. Ma ce la fecero: giusto in tempo per partecipare alle commemorazioni. Mio figlio si porta dentro quei luoghi e quei momenti  e ne parla ancora adesso che sono passati più di quarant’anni.
Ma ora dimmi: come se la passa adesso la tua, la nostra squadra? Ho sentito dire che i risultati non sono gran che, è vero? Ma sono certa che verrà un giorno che quei tempi torneranno…..Penso anche che dev’essere bello vivere in una città che porta per sempre con sé quel ricordo. Chissà quante cose ci sono che parlano di loro. Chissà che bel museo hanno fatto per ricordarli. Chissà lo stadio in cui giocavano com’è diventato ora. Avrei sempre voluto venire a vedere la città, ma per diversi motivi non sono mai riuscita a farlo. E adesso che forse ne avrei il tempo mi sento troppo vecchia e stanca”.

Guardo l’anziana signora. Non ho il coraggio di parlare. Non posso raccontarle la verità. Dirle che sulla lapide che si trova nel luogo in cui gli Invincibili si sono fermati per sempre crescono le erbacce. Dirle che la città di Torino non ha saputo trovare uno spazio adeguato per allestire un museo che li ricordi. Dirle cos’è diventato lo stadio in cui i suoi idoli di gioventù giocavano. Non posso ferirla così.

“Sì….è tutto bellissimo…..lo stadio soprattutto è meraviglioso….lo hanno ricostruito di recente: no, non ci gioca la prima squadra, ma lì c’è il campo di allenamento. Poi ci sono la sede, il museo, il negozio dove ho comprato questo cappellino….”

La Signora mi guarda un po’ perplessa:

“Ma come è possibile che non si giochi più in quel tempio? E’ una vergogna….qui non lo permetterebbero mai….”

Ah se solo sapesse. Se sapesse come davvero stanno le cose. Mi auguro di cuore che nessuno più sincero di me trovi mai il coraggio di dirle la verità.

Guardo le foto per l’ultima volta. Ci abbracciamo come due vecchi amici. Chissà se ci sarà occasione di incontrarci ancora.
Esco dal negozio con un bicchiere di plastica in mano e una bottiglia di Ginjinha che la signora Maria ha voluto assolutamente regalarmi prima che me ne andassi. Dove sarà il fratello Viola? Devo assolutamente raccontargli tutta questa storia. Devo assolutamente raccontare a qualcuno di questo mio incontro.

 

Oggi. Primo Maggio 2010.

Sono seduto nel soggiorno di casa mia. La bottiglia di Ginjinha è lì sul mobiletto. La guardo e non posso fare a meno di notarne il colore in controluce. Un granata carico come quello delle maglie dei nostri giocatori che se ne andarono quel giorno.
Prendo un bicchiere. Bevo per ricordare i nostri ragazzi di allora. Bevo perché vorrei dimenticare questa stagione assurda. Bevo perché magari porta fortuna ed oggi ne abbiamo davvero bisogno. Mi sento un po’ sollevato. Anche se questo è un piccolo Toro. Anche se sembra assurdo che ci giochiamo le ultime possibilità di promozione col modesto Gallipoli. Anche se del nostro tempio è rimasto poco o nulla. Anche se il Museo è bellissimo ma lontano. Anche se la lapide è stata profanata da quattro imbecilli. Anche se…..
Bevo e penso che, malgrado tutto, è bello essere del Toro. E’ bello perché sai che, da qualche parte, nel mondo, ci sono persone come Maria. Persone, tante persone, che hanno incontrato il Toro per un giorno solo e ne sono state conquistate per sempre. Il Toro è entrato dentro di loro, dentro di noi, e non ci abbandonerà mai. E noi, comunque vada, non potremo mai abbandonare il nostro Toro.

 

 

(1) Da questo momento in poi la Signora inizia a parlare in un misto di Portoghese, Italiano e Spagnolo. Ma io, per comodità mia e dei lettori, ho preferito trascrivere i dialoghi in un Italiano il più possibile corretto.

 

 

Lisbona. Stadio Nacional. 3 maggio 1949. Ore 18,00.

Benfica – Torino: 4 – 3 (3-2)

Benfica: Contreiras (Machado), Jacinto, Fernandez, Moreira, Felix, Ferreira (Cap), Corona (Battista), Arsénio, Espirito Santo (Julio), Melào, Rogerio.

Torino: Bacigalupo, Ballarin, Martelli, Grezar, Rigamonti, Castigliano (Fadini), Menti, Loik, Gabetto (Bongiorni), Mazzola, Ossola.

Arbitro: Pearce

Marcatori: 8′ p.t. Ossola (T), 14′ e 39′ p.t. Melào (B), 33′ p.t. Arsénio (B), 37′ p.t. Bongiorni (T), 40′ s.t. Rogerio (B) su rigore.

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