L’uomo solo e gli Indiani

L’uomo solo e gli Indiani

di Walter Panero

L’uomo solo

Sono solo e vedo gli Indiani lassù. Cioè, non sono proprio Indiani, ma io li vedo proprio così. Indiani, cioè Pellerosse o comecavolo si chiamano. Quelli dei film “Western” che da bambino non potevo vedere. Eh sì, perché tutto quello che è Americano, da bambino mica me…

di Walter Panero

L’uomo solo

Sono solo e vedo gli Indiani lassù. Cioè, non sono proprio Indiani, ma io li vedo proprio così. Indiani, cioè Pellerosse o comecavolo si chiamano. Quelli dei film “Western” che da bambino non potevo vedere. Eh sì, perché tutto quello che è Americano, da bambino mica me lo facevano guardare nel posto dove sono nato che è vicino a Chernobyl….sì, cari, proprio quella Chernobyl che tutti ricordate e non certo perché sia un gran posto da vedere o da farci le vacanze.
Vedo gli Indiani lassù ed hanno mille colori. Sventolano bandiere dalle mille sfumature. Urlano. Applaudono. E io sono solo. Prima eravamo in tredici, ma nessuno è riuscito a stare in mia compagnia. Non ce l’hanno fatta, credo. Dove vado così da solo? Se devo essere sincero non lo so. Verso gli Indiani. Verso quella montagna troppo più grande di me e della mia bici. Verso il cielo. Quello stesso cielo dove, qualche giorno fa, è salito il mio collega e amico Xavier Tondo, vittima di un incidente assurdo. Vado anche verso la vittoria? Non so nemmeno quello. Manca ancora tanto, forse troppo all’arrivo. Non penso di riuscire a vincere. Certo ora vado forte, ma le energie potrebbero finire all’improvviso. E poi dietro sono fortissimi, andranno sicuramente come pazzi. Mi inseguiranno come fanno i cani quando cacciano i fagiani. Magari andrò in crisi. Mi prenderanno. Mi staccheranno. E a me resterà solo il ricordo di un’enorme fatica fatta per niente.
 
Però non mi scoraggio e vado avanti. Ora sono proprio in mezzo alla neve ed agli Indiani che prima vedevo da sotto. Mamma mia quanti sono. Ho paura che mi tocchino e che mi facciano cadere, vanificando tutto lo sforzo che sto facendo. Per un attimo mi volto indietro. Non si vede nessuno, solo rocce e un lungo serpentone grigio che è la strada che ho appena percorso. Nessuno, ma forse arriveranno, quando meno me lo aspetto.
La salita è quasi finita. Il mio capo, prima, si è raccomandato perché mi coprissi prima di scendere. E io mi copro. Non c’è tempo per riposarmi, anche se dicono che in discesa di solito ci si riposa. Macché. Devo continuare. Insistere. Pedalare. Fino quasi a morire.

Il tempo passa. Gli striscioni dicono che mancano venti, poi quindici, poi dieci chilometri all’arrivo.
Dalla macchina qualcuno urla in Spagnolo, lingua che conosco abbastanza bene visto che ora in Spagna ci abito, che non mi prendono più. Non so se lo dicono solo per farmi coraggio o perché è vero. Io non mi fido poi tanto: ho paura che dietro di me spunti qualcuno. Magari il solito Contador che sta dominando in lungo e in largo questo Giro. Sono certo che con me non avrebbe pietà, a differenza di quanto è accaduto ieri. Non sono suo amico, io.
Ma non arriva nessuno. La gente ora scandisce il mio nome. Magari non lo pronunciano perfettamente, ma chi se ne frega. A me fa solo piacere che quasi tutti mi riconoscano.
Mancano ormai cinque chilometri alla fine di questa salita che non finisce mai. Hanno bel dire che il più è fatto, che questa salita non è dura, o altre cose simili. Io non mi sento più le gambe, altro che. Due chilometri. Poi la fiamma rossa dell’ultimo chilometro. Sta per finire. La corsa e soprattutto il mal di gambe. Ancora un piccolo sforzo. Finalmente la strada smette si salire. Eccolo. Eccolo là lo striscione che significa la fine del mio tormento.
Questo è il momento che attendevo. Tiro fuori dalla tasca i miei occhiali scuri. Non voglio che tutta questa gente, e anche coloro che mi vedono da casa, capiscano che io mi sto per commuovere. A un uomo di ghiaccio come me, che, come dicono loro, viene dal freddo, non è permesso di commuoversi. Davanti a tutti poi.
Punto le dita verso il cielo. Perché sia chiaro a tutti che questa vittoria è per lui. Per il mio amico Xavier che, per chi ci crede sta lassù e che comunque da qualche parte dovrà pur essere.
Quasi non ci credo. In questo Giro mi sembrava di stare poco bene, ma ora ho vinto una delle tappe più importanti. Eccoli ora gli altri. Arrivano Rujano, Rodriguez, e poi Re Contador con la sua corte.
Lui vincerà questo Giro, ma oggi io ho vissuto una delle giornate più belle della mia vita sportiva. Io che di fortuna non ne ho avuta tanta nella mia vita, oggi mi sento davvero felice. Oggi sento che, quando sarò vecchio, potrò raccontare ai miei figli e ai miei nipoti di essere partito da solo sul Finestre e di aver vinto da solo a Sestriere.
Come Coppi. Come Chiappucci. Come Armstrong.
E, diranno un giorno, come Vasil Kiryienka che poi sarei io.

L’Indiano

Sono partito in bici stamattina all’alba. Per fortuna, dopo il brutto tempo di ieri, questa sembra essere una giornata bellissima. Fino ai piedi della salita tutto bene, anche se sapevo benissimo che il peggio doveva ancora venire. Dopo un paio di chilometri di ascesa, ho sentito un crac forte che veniva da dietro. Dalla mia bici che, da quel momento, non ha più voluto saperne di andare avanti. Sono sceso. Ho dato un’occhiata. Cambio rotto. Che sfiga! Ho tirato in ballo quasi tutti i santi della cristianità, e anche quelli di altre religioni ammesso che esistano. Poi, ho cominciato a ragionare. E adesso che faccio? Me ne torno a casa, rinunciando all’unica cosa che potrebbe darmi un po’ di gioia in questa giornata iniziata male, o proseguo a piedi cercando di godere del momento? Ci ho pensato alcuni secondi e poi la decisione è venuta da sé. Non mi voglio lasciar rovinare la giornata dalla sfiga. Salgo su a piedi. E che cavolo!
E poi non sono mica solo! Ci sono centinaia, forse migliaia di persone che salgono a piedi come me. Ci sono genitori coi bambini. Ci sono persone anziane, donne, ragazzi. Tanta, tanta gente felice e colorata. Molti portano con sé delle bandiere. Alcuni tracciano scritte sulla strada che inneggiano a questo o a quel corridore del presente o del passato. Tutti hanno un unico obiettivo, almeno per oggi. Quello di avvicinarsi là dove ci sono quelle persone che sembrano proprio gli Indiani dei film “Western” . Quello di diventare a loro volta Indiani come loro.
La lunga marcia continua. La strada asfaltata finisce e lascia spazio allo sterrato. Mancano ancora otto chilometri alla cima ed io sono un po’ affaticato. Fa un po’ caldo e sento il sudore che aumenta sotto lo zaino. Impreco contro il calore, ma poi penso che se ci fosse stata una giornata di pioggia come ieri sarebbe stato molto peggio. Sento che posso, sento che voglio salire ancora. Fin quasi alla cima proprio dove vedevo gli Indiani di prima.
E’ ancora presto e il tempo sembra non finire mai. Non ho manco un giornale da leggere. Poi inizio a guardarmi intorno. Ad osservare la gente. Anche loro sono saliti a piedi come me. Siamo accomunati da un unico destino, quello dell’attesa e della Passione.
Mangio qualcosa. Mi stendo su un prato a prendere il sole. Scatto qualche foto quasi a voler fermare il tempo e con esso la magia di questa giornata meravigliosa.
Guardo l’orologio. Ormai non manca molto. Sento il rumore degli elicotteri che si avvicinano. E poi ecco il boato che sale dalla montagna, dal basso sempre più in su lungo la strada. Un boato che conosco molto bene, visto che di corse nella mia vita ne ho viste un bel po’.
Il boato aumenta di intensità. Percepisco che si sta avvicinando sempre più. Mi sporgo verso il basso e vedo che appare l’uomo solo. Indossa una maglia blu scuro ed ha i capelli di un castano chiaro che dà sul biondo. Ecco che si avvicina. Spunta dalla curva. Lo applaudo. Scandisco il suo nome. E come me fa tutta l’altra gente qui intorno. Non so se l’uomo solo ce la farà, solo com’è. Spero tanto di sì, perché chi scala un’intera montagna in quella maniera merita tutto il bene del mondo.
Ma ecco che, dopo un bel po’ di minuti, arrivano gli altri. Li applaudo tutti dal primo all’ultimo. Il Grande Re, poi Scarponi, Vincenzino e tutti gli altri. Un applauso da tutti e per tutti. E’  il bello di questo sport. Ma dov’è finito il Garzo con la sua maglia verde? Ah….eccolo finalmente. Un’ovazione anche per lui che oggi proprio non ce la faceva ed è rimasto tanto indietro.

Poi tutto finisce. In pochi minuti pensieri di giorni, ore di pedalate, chilometri a piedi vanno a farsi benedire e tutto sfuma come un sogno al risveglio.
Non ho la minima idea di come farò a tornare indietro, visto che sono rimasto appiedato. Magari prenderò il treno. O qualcuno di buon cuore mi darà un passaggio. Non lo so. Non so neppure chi abbia vinto la corsa, alla fine. Nessuno qui sembra saperlo. Pare assurdo, ma è così.
Decido allora di chiamare un amico che si trova al traguardo. Certo lui saprà aiutarmi.

“Dunque? Chi ha vinto?”

“L’uomo in blu….l’amico di quello che….”

In un attimo capisco. Sorrido. Quasi mi commuovo.
L’uomo solo stavolta ha avuto la meglio su tutto e tutti. E pazienza se non è il grande campione che tutti si aspettavano. Il ciclismo è bello perché a volte regala grandi gioie anche agli eroi di un momento. Come lui. Come Vasil Kiryienka, l’uomo solo.

E io, ammesso che in qualche modo riesca a tornare a casa, potrò raccontare a tutti che questa è stata una giornata bellissima. Una giornata di cui, nel bene e nel male, mai mi potrò dimenticare anche se dovessi campare altri cent’anni. E grazie a Dio posso dire di averla vissuta fino alla fine. E di non essere stato solo.

Post scriptum: Ah, quasi dimenticavo: oggi tutti a tifare Toro, che mi sembra cosa buona e giusta! Regaliamoci un’altra giornata indimenticabile, ragazzi. E così sia.

ORDINE D’ARRIVO DELLA VENTESIMA TAPPA DA VERBANIA A SESTRIERE:

1.    Vasil KIRYIENKA (Bielorussia) in 6h17’03”
2.    José RUJANO (Venezuela) a 4’43”
3.    Joaquim RODRIGUEZ (Spagna) a 4’50”
4.    Carlos A. BETANCOURT (Colombia) a 5’31”
5.    John GADRET (Francia) a 5’54”
6.    Michele SCARPONI (Italia) a 5’58”
7.    Steven KRUIJSWIJK (Olanda) s.t.
8.    Alberto CONTADOR (Spagna) s.t.
9.    Denis MENCHOV (Russia) s.t.
10.    Roman KREUZIGER (Repubblica Ceca) a 6’16”

CLASSIFICA GENERALE GIRO D’ITALIA:

1.    Alberto CONTADOR (Spagna) in 83h34’23”
2.    Michele SCARPONI (Italia) a 5’18”
3.    Vincenzo NIBALI (Italia) a 6’14”
4.    John GADRET (Francia) a 7’49”
5.    Joaquim RODRIGUEZ (Spagna) a 9’27”
6.    José RUJANO (Venezuela) a 10’23”
7.    Roman KREUZIGER (Rep. Ceca) a 10’38”
8.    Denis MENCHOV (Russia) a 10’51”
9.    Steven KUIJSWIJK (Olanda) a 12’56”
10.    Mikel NIEVE (Spagna) a 12’57”

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