Nazionale color granata

Nazionale color granata

di Giacomo Serafinelli


Buongiorno Toro…ho l’onore di servire uno dei miei Cappuccini settimanali il giorno in cui il popolo granata celebra il ricordo della più grande squadra della storia: il Grande Torino.

Anche chi non tifa Toro, anche chi non segue il calcio, sa cosa rappresentò quella squadra: l’orgoglio di un Paese intero.

E fu l’Italia tutta che pianse…

di Giacomo Serafinelli


Buongiorno Toro…ho l’onore di servire uno dei miei Cappuccini settimanali il giorno in cui il popolo granata celebra il ricordo della più grande squadra della storia: il Grande Torino.

Anche chi non tifa Toro, anche chi non segue il calcio, sa cosa rappresentò quella squadra: l’orgoglio di un Paese intero.

E fu l’Italia tutta che pianse quel 4 maggio del 1949, incredula e sbigottita alla notizia che gli Invincibili, di ritorno da una partita amichevole in Portogallo, se ne erano andati. 

Da allora, la storia si trasformò in leggenda.

Ma voglio cogliere questa bella opportunità, Toro, per ricordare quella volta in cui l’Italia fu il Toro, e il Toro fu l’Italia. Mi riferisco all’ 11 maggio del 1947 quando, proprio a Torino, l’Italia affrontò l’Ungheria.

Vittorio Pozzo, il vecchio alpino protagonista di tante battaglie calcistiche, credeva nella forza del gruppo, e sapeva che per battere l’Ungheria composta dal blocco Ujpest (dove tra l’altro uno dei pochi “intrusi” era il grande Puskas della Honved), occorreva schierare un gruppo di giocatori affiatati e pressoché imbattibili: in una parola, il Torino.

A parte il portiere Sentimenti IV, della seconda squadra di Torino, scesero in campo: Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti II, Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris II. Mancava solo Bacigalupo.

Nella storia della Nazionale, non è più successo che dieci giocatori della stessa squadra scendessero in campo contemporaneamente. Questo fu uno dei tanti record del Grande Torino.

Fu una partita non facile, direi quasi uno scontro tra filosofie calcistiche: il “sistema” torinista e di Pozzo, vecchia maniera ma ancora molto efficace, contro l’emergente “metodo” dei magiari, che più volte misero in difficoltà i nostri con l’applicazione sistematica del fuorigioco.

Fu l’Italia, però, a passare in vantaggio, grazie ad un’invenzione di Mazzola che lanciò Gabetto il quale, dribblato il portiere, entrò in porta col pallone. Pareggio ungherese nella ripresa, ma nuovo vantaggio dell’Italia, ancora ad opera del “barone” Gabetto, il quale ribadì in rete un tiro di Castigliano scagliato sul palo dopo una fuga sulla destra.

Ma un rigore realizzato da Puskas riportò il risultato in parità. Ci si avviava verso la fine senza troppi sussulti, le squadre sembravano equivalersi; del resto, in campo, c’erano ventidue tra i migliori giocatori d’Europa. Ma il Toro, anche quando vestiva la maglia azzurra, non poteva accontentrarsi: infatti Mazzola per l’ennesima volta fece partire un’azione servendo Castigliano, da questi a Loik libero sulla destra, tiro, la palla battè alla base del palo di sinistra, rimbalzò sul palo di destra dopo aver attraversato la riga di porta ed entrò. Era l’ottantanovesimo: Italia-Toro 3 Ungheria 2. Pochi minuti dopo l’arbitro fischiò la fine e Loik si sciolse in un pianto liberatorio, subito abbracciato dai suoi compagni.

Grazie, Grande Torino.

 

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