The boys of summer

The boys of summer

di Mauro Saglietti

 

Cari amici,
credo che chi si collega a questo sito non lo faccia per trovare un muro del pianto o per cercare di dare sfogo a rabbie e frustrazioni, ma voglia saltuariamente assentarsi dalla realtà per qualche minuto, condividendo emozioni, che diventano granata nel modo di sentirle e di vivere, anche se non c‘è per forza una palla che rotola.
Come sapete ogni…

di Mauro Saglietti

 

Cari amici,
credo che chi si collega a questo sito non lo faccia per trovare un muro del pianto o per cercare di dare sfogo a rabbie e frustrazioni, ma voglia saltuariamente assentarsi dalla realtà per qualche minuto, condividendo emozioni, che diventano granata nel modo di sentirle e di vivere, anche se non c‘è per forza una palla che rotola.
Come sapete ogni tanto mi piace proporvi qualcosa di diverso, e oggi lo faccio con questo giallo psicologico, sperando che per voi possa essere piacevole leggerlo, quanto per me è stato scriverlo.

 

– Puoi dirmi quando tutto ha avuto inizio, figliolo? – chiese il Capo.
Il suo studio era illuminato soltanto da una piccola lampada che lasciava i suoi occhi fuori dal cono di luce. Sulla parete alla sinistra della scrivania sinistra faceva bella mostra di sé una foto tratta da una scena ippica. In fondo era un gran disordinato. La carta del pacco che aveva ricevuto due giorni prima, era ancora spiegazzata su uno dei divani.
– Deve essere stato la scorsa settimana… Mi sembra di ricordare che fu la prima volta che vedemmo il Ragazzo… ho bisogno di una delle mie pillole. Posso averne una? – Lo Psichiatra tentò di mantenere una parvenza di sicurezza nella sua voce, nonostante la nebbia delle ultime ore gli stesse offuscando la mente.
Il Capo scosse la testa nell’ombra. Il suo tono di voce divenne paternale, ma assunse una sfumatura ferma. Guardò il suo collaboratore e i suoi abiti ancora sporchi di sangue.
Spostò lo sguardo, impressionato, all‘enorme puzzle raffigurante una scena marina, sulla parete lontana.
– Dopo l’avrai. Vedi… io ti conosco da anni e voglio aiutarti, ma in questa situazione non possiamo permetterci di dire “sembra”.  Non eri in te stesso e tutto quello che è capitato è frutto di un momento di debolezza, di confusione, ne sono convinto… ma se non mi racconti tutto quanto con precisione, come posso tirarti fuori?  Ci sono due morti all’obitorio e qualcuno li deve pur pagare, figliolo… E io non potrò tenerti qui in eterno… – il Capo si sporse verso lo Psichiatra e la sua faccia da cinquantenne entrò nel cono di luce – Ho bisogno di sapere tutto… Ma devi essere onesto con me. Non puoi continuare con questa storia…
Lo Psichiatra afferrò avidamente il bicchiere d’acqua di fronte a sé e lo sgolò come un viandante disperso nel deserto da giorni. Le sue mani che tremavano ed erano ancora sporche di sangue, proprio come i vestiti. Appoggiò il bicchiere su un giornale aperto sulla scrivania.
– E’ stato la scorsa settimana… – mormorò in un sussurro – Quel ragazzo!! E’ cominciato da quando io e il Detective. lo abbiamo incontrato per la prima volta… Sì… è andata cosi…
Lo Psichiatra iniziò il suo racconto.

 

Dice di aver ucciso una ragazza. Ripete sempre la stessa frase. – disse il Detective, mentre si dirigevano verso gli ascensori della Centrale.
– E che altro? – chiese lo Psichiatra soprappensiero.
– Un bel niente. Si è presentato qui questa mattina, con una pistola alla quale restava solo un proiettile. Ovviamente è stato subito fermato dalla sicurezza e portato in isolamento.
– Segni particolari? – domandò lo Psichiatra, mentre l‘ascensore scendeva verso il seminterrato della stazione di Polizia.
– Maschio, 25 anni circa, capelli lunghi, abbozzo di barba e camicione bianco fuori dai jeans, macchiato di sangue. Non ha documenti ed appare in stato di choc. Le analisi ci diranno se è imbottito di droga e a che tipo di sangue appartiene quello sui suoi vestiti… a quanto ne sappiamo, potrebbe essere anche suo.
Ok, chi è la ragazza uccisa? Dove è avvenuto l’omicidio?
– Vedi… è qui che ci servi tu. Il Ragazzo non parla. L’unica cosa che dice è di aver ucciso una ragazza, ma non dice chi, né quando, né dove. Ogni tanto ripete la parola Geffen Boh?! Deve essere una parola inglese o tedesca… ma sul dizionario.
Geffen…? mormorò lo Psichiatra, armeggiando con una delle sue pillole – E su internet?
– Niente di niente… Hey, dovresti andarci cauto con quella roba…
– E tu dovresti farti gli affari tuoi. Allora, dov’è questo tipo?

 

Lo Psichiatra fece partire il nastro del piccolo registratore e mormorò: Sessione 1.
– Sono qui per aiutarti, lo capisci vero? – la sua voce risuonava tranquilla e paterna, mentre, seduto al tavolo della stanza degli interrogatori, cercava di instaurare un contatto con il Ragazzo dallo sguardo fisso e gli occhi chiari consumati da fatica e orrore.
Il Detective ascoltava la conversazione dalla stanza accanto, dietro il finto specchio, che occupava buona parte della parete.
Io l’ho uccisa… l’ho uccisa…
– Chi hai ucciso? Lo ricordi?
– La ragazza…
– Quale ragazza? – si scontrò con gli occhi vitrei del Ragazzo senza ottenere suoni – Ascoltami… di quale ragazza stai parlando? Dimmi qualcosa in più…
– Io… l’ho uccisa…
– Ok, va bene, l’hai uccisa. Come hai fatto ad ucciderla? – fece una piccola pausa per non aggredirlo con le domande – Le hai sparato? Avevi una pistola quando sei arrivato qui…
Gli occhi del Ragazzo si sollevarono, rivelando un verde sofferente.
– Io… sì. Le ho sparato.
– Dove è successo? Aiutaci a trovarla, potrebbe essere ancora viva…
Geffen… sono andato alla Geffen… – lo sguardo del Ragazzo si spense in un sorriso.
– Cos’è la Geffen? Una strada, un palazzo? Un nome?
Il Ragazzo si aprì in un lieve sorriso – La Geffen è vita. È gioia… E’ musica!

 

– E’ sotto forte shock, se ne accorgerebbe anche un bambino – disse lo Psichiatra seduto al tavolo della stanza accanto, armeggiando furiosamente con il cellulare – ma ancora non sono in grado di capire se realmente non ricordi o non voglia ricordare… Il suo profilo è troppo confuso.
– Potrebbe essere un bluff colossale, messo in scena a bella posta per sviarci – osservò il Detective, poggiando le mani sul tavolo e sporgendosi verso il collega.
– Perché dici questo?
– Perché sono arrivati i risultati delle analisi sul sangue presente sui suoi vestiti…
– E allora? – domandò nervosamente lo Psichiatra, continuando a pigiare tasti
E allora è sangue appartenente a un uomo, non a una donna! E per giunta non è nemmeno il suo. Il profilo del DNA non porta a nessuna persona presente nei database – Il Detective allungò nervosamente il foglio al collega – La pistola ha sparato cinque volte – proseguì – ed è stato lui a farlo, il guanto di paraffina ha dato esito positivo. Riassumendo… Abbiamo un reo confesso, ma ci manca un luogo e un cadavere. Forse in questo caso l‘ipnosi può… Ma mi ascolti?
Lo Psichiatra sollevò lo sguardo distratto e imbarazzato.
– Ci conosciamo da tanti anni… è per tua moglie, vero? – azzardò il Detective.
– Niente che ti riguardi – rispose secco lo Psichiatra – Tenterò di farlo regredire ad un livello pre-shock e vedremo se avrà qualcosa da raccontarci. Ma devo riuscire a conquistare la sua fiducia – poi si allontanò dalla stanza.

 

– Bella questa spilla che avevi tra le tue cose, quando sei arrivato qui. Sei del Torino? – chiese lo Psichiatra dopo qualche minuto di conversazione.
Il Ragazzo sorrise stupito e la sua voce assunse un colore sollevato. – Certo… certo… io sono del Toro…!
– Anche io – confidò in modo cameratesco lo Psichiatra – Ma ormai non vado più allo stadio. Soffro troppo. E mia moglie alla fine l’ha avuta vinta. E tu? Sei giovane. Qual è stata la prima partita che hai visto?
Il giovane abbozzò un sorriso – Fu un derby… Torino-juventus 2-1. Segnò Dossena e poi Selvaggi…
Lo Psichiatra prese velocemente appunti, poi continuò: – Devo esserci stato anche io. Ma è passato tanto tempo…
Lo psichiatra fece lentamente scivolare il discorso cullando il Ragazzo con la propria voce.
Gli occorse qualche minuto prima di riuscire ad ottenere una trance ipnotica in lui.
Sessione 2 – sussurrò, facendo partire il nastro.
– Rilassati ora. Tutto è calmo. Non sei qui. Sei nel passato, pensa all’ultima volta che sei stato felice…
Il Capo e il Detective seguivano lo svolgersi dalla seduta da dietro lo specchio camuffato.
– Dove ti trovi ora?
Sono… sono su una macchina che corre vicino al mare. Una macchina rossa.
– Sei solo? Stai guidando?
– No… no! C’è lei con me. Questa è la sua macchina. E’ lei che sta guidando… ma non voglio pensare a lei… non voglio!
– Perché non vuoi pensare a lei?
– Perché io… la amavo… la amavo da morire… E io l’ho uccisa! L’ho uccisa!
– Ma lei è ancora lì con te, non vedi? Dimmi, cosa state facendo?
– Stiamo viaggiando sulla sua spider… la radio sta andando a tutto volume ed io la sto guardando…
– Riesci a ricordare il suo nome? Puoi descrivermela?
La voce del Ragazzo ebbe un sussulto ed il respiro divenne più frenetico ed il discorso confuso.
– Non c’era nessuno sulla strada e neanche sulla spiaggia… Mi vengono in mente strade vuote, laghi vuoti… il sole stava tramontando così… tutto solo… Mi ricordo di te… potevo vedere la sua pelle abbronzata che splendeva al sole. Avevi i capelli cotonati e gli occhiali da sole addosso, mentre la radio andava a tutto volume.
– Era… la tua ragazza?
– Era la mia… era la mia ragazza. Stavamo insieme – il Ragazzo deglutì.
– Da quando? Da quando era cominciata?
– Io non… non lo so… lei era la più ambita. Tutti la conoscevano e la desideravano… ma aveva scelto me…
– Perché non me ne parli un po’? Com’era?
Il tono del ragazzo si fece sognante, lo sguardo perso nel vuoto
– Non potrò mai dimenticarmi quei giorni e quelle notti… forse è stato un sogno. Mi faceva impazzire e io la facevo gridare di piacere quando scendevamo alla torre… alla torre saracena! – il Ragazzo deglutì – Io… non capisco cosa possa essere successo al nostro amore…io…io… io la riporterò indietro e le farò vedere quello di cui sono capace! – il suo tono salì fino a diventare un grido rabbioso.
– Calmati… Niente altro può più accadere ora. Forse per oggi è meglio fermarsi – disse lo Psichiatra – Tornerò a trovarti presto.

 

Il succo sembra semplice – disse il Detective – Lei è una fatalona. Si incontrano al mare durante l‘estate, lui se ne va e lei lo tradisce o lo lascia. Lui ritorna, la uccide e poi finge di dimenticare per spacciarsi come mentalmente labile. Una storia banale, tutto sommato. Una volta scoperta la sua identità, troveremo anche il corpo di lei… Il problema è che lui non corrisponde alla descrizione di nessuna delle persone scomparse – il Detective gettò i suoi appunti sulla scrivania.
– Uhm… – mormorò lo Psichiatra. Era sudato e sembrava fisicamente provato.
– Come sarebbe Uhm… domandò nervosamente l’amico.
Lo Psichiatra si passò una mano sulla fronte, andò al distributore d’acqua e buttò giù un paio di pillole
Come spieghi allora la questione del sangue maschile?
Il Detective allargò le braccia.
Lo Psichiatra lo guardò dietro lo sguardo torvo. – C’è qualcosa di strano in quello che mi ha raccontato. Qualcosa che mette va a toccare discorsi che mi sono familiari. Elementi veri e sbagliati allo stesso tempo…
– Ad esempio?
Ad esempio mi ha detto di essere stato ad una partita del Toro che si giocò quando lui non doveva neanche essere nato… Altri particolari invece, come quello della torre, mi sembrano reali.
– Cosa facciamo? Non possiamo trattenerlo qui in eterno se non risaliamo al cadavere e non arriviamo a un‘imputazione. Il Capo è su tutte le furie. Ieri il suo cavallo ha perso la corsa e mi sono dovuto sorbire le sue…
– Non mi importa niente dei cavalli del Capo! – sbottò lo Psichiatra – Ho ancora bisogno di tempo. Domani dovrò sottoporlo a un’ultima seduta. Ma prima dovrò fare qualche ricerca e andare a vedere la partita di basket di mio figlio…
Aprì la porta, ma la voce del Detective lo trattenne.
– Ascolta… volevo dirti che io ci sono. Anche gli altri si stanno accorgendo che qualcosa non va… io ci sono, se hai voglia anche solo di fare due parole… Voglio dire… anche io la conosco da anni. Forse potrei parlarle e…
Lo Psichiatra uscì sbattendo la porta.
Il Detective estrasse dalla tasca il proprio cellulare e fece una chiamata.
Disse a una segreteria: – Ho bisogno di incontrarti da me. Chiamami subito.

 

Lo Psichiatra sussurrò – Sessione 3.
Gli occhi del Ragazzo cominciarono a sbattere leggermente per poi socchiudersi, nel passaggio dalla coscienza allo stato di ipnosi.
– Ora andiamo a quel giorno quando l’hai uccisa…
La voce del Ragazzo ondeggiò sulle parole che arrivavano da lontano.
– Io le volevo bene, la amavo… Non volevo che morisse.
– Come si chiamava? Riesci a ricordarlo?
– Io… per me era Rita… era Rita… era Rita…
Lo Psichiatra inarcò un sopracciglio e con la coda dell’occhio diede un’occhiata alla parete con lo specchio.
– Parlami di quel giorno. Dove sei? Cosa vedi?
– Io… stavo tornando da lei. Stavo tornando… non riesco a ricordare… – la voce del Ragazzo era diventata una nenia tormentata.
– Cosa vedi? E’ importante, cerca di visualizzare il luogo…
C’era… c’è una scogliera, vicino alla vecchia torre… il mare poco sotto.
– E’ lì che è successo? L’hai uccisa lì?
– Sì. lei è caduta da lì…
– Cosa ricordi? Raccontami tutto…
– E’ tutto confuso… era notte… correvo giù per la scogliera… volevo salvarla.
– Perché volevi salvarla? Le avevi già sparato?
– No… Sì… ma io l’amavo. Lei… lei tremava. L’acqua le lambiva la pelle e diventava scura per il suo sangue. Diceva che non voleva morire, mi diceva di stringerla. Io volevo cercare aiuto. Ma lei ha smesso di muoversi ed è rimasta a guardare il cielo… – il respiro del Ragazzo divenne affannoso.
Io sentivo in lontananza i Ragazzi dell’Estate che se ne andavano.
– Era fine Agosto? Settembre? Pochi giorni fa?
– No… erano I ragazzi dell’Estate che se ne andavano.
Lo Psichiatra sospirò – Chi sono i ragazzi dell’estate?
Non ottenne risposta, se non il respiro affannoso del ragazzo.
– Cosa era successo prima che tu la… la uccidessi? 
– E’ stato lungo la strada. Ho visto… ho visto un adesivo sportivo su una macchina americana.
– Una macchina americana? Ricordi il modello?
Le labbra del Ragazzo cominciarono a tremare. – Era una Cadillac… Sono sicuro! E… poi ricordo soltanto lei che cadeva dalla scogliera.
– Sai dove si trova lei ora?
– E’… e caduta giù dagli scogli. Il mare se la sarà portata via…
– E’ vicina alla torre? Quale torre? Dammi un appiglio… E’ qui in Italia?
– E’ dove ci incontravamo… vicino alla curva. La torre saracena…
Lo Psichiatra fece per spegnere il registratore, poi continuò interdetto.
Puoi dirmi qualcosa di più sulla Geffen?
– La Geffen è vita… – il tono ed il respiro del Ragazzo si rianimarono – La Geffen la farà vivere ancora!
– Cos’è? Una setta? Un’organizzazione spirituale? Dimmi, figliolo…
Il Ragazzo non disse altro e passò lentamente dall’ipnosi al sonno.
Lo Psichiatra staccò il registratore.

 

– Che racconto strampalato. Se non fosse per il fatto che è risultato negativo al test antidroga, direi che questo si è completamente fuso il cervello! – disse il Detective, mentre attendeva che lo Psichiatra terminasse di sciacquarsi il viso, nei bagni della centrale.
I due si avviarono verso gli uffici, mentre lo Psichiatra faceva una chiamata dal cellulare, che non ottenne risposta.
Comunque abbiamo una traccia su cui lavorare – disse il Detective.
– Scusa?
– Ho detto che abbiamo qualcosa su cui lavorare e con cui far tacere il Capo! Le telecamere della stazione… Hanno ripreso il Ragazzo che scendeva da un treno, la mattina stessa in cui è venuto a costituirsi. E sai da dove proveniva quel treno?
– Non ne ho idea…
Dalla Riviera. Anche se siamo al punto di partenza. Non risultano persone scomparse in quella zona negli ultimi tre mesi.
– Scusa? – lo Psichiatra sembrò tornare alla realtà – Vuoi dirmi che un tipo allucinato si è fatto tutto un viaggio su un treno, completamente sporco di sangue, senza che nessuno lo abbia notato?
– Magari ha viaggiato nei bagni. E non mi stupirebbe del contrario… Bisognerebbe riuscire ad individuare il luogo preciso… a che stai pensando?
– A una Curva con una torre saracena – rispose lo Psichiatra – Non ce ne sono migliaia. E ho come l’impressione di conoscerla. Forse ci sono già stato… Lasciami fare qualche ricerca su internet….
Il Detective si accese una sigaretta presa da un pacchetto color oro.
– Devi proprio farlo? Sai che detesto quel puzzo di fumo orrendo…
– Dovremmo partire quanto prima appena individuata una traccia. Credo che dovremmo fermarci almeno due giorni – disse come se niente fosse il Detective – Pensi di poter gestire la cosa con… lei?
Lo Psichiatra si passò una mano sulla fronte – Domani sarà il compleanno del bambino…
– Non ti preoccupare… nella peggiore delle ipotesi saremo di ritorno per domani sera. Gli comprerai un modellino di auto quando saremo laggiù…

 

Quello stesso pomeriggio una vettura accostò nello spiazzo accanto a una torre saracena che si affacciava sul mare. Non era stato difficile individuare il luogo.
La scogliera scendeva a picco sul mare dietro la Torre. La strada curvava subito dietro di essa e si snodava lungo l’aspro litorale.
– Sembra che le coppiette amino appartarsi in questo spiazzo, di fronte al mare, di sera. Anche questo è un elemento a favore del racconto del Ragazzo… – il Detective spazzò la ghiaia di fronte il guard-rail alla ricerca di eventuali bossoli o tracce di sangue. – A prima vista non c’è nulla, ma… che fai?
Lo Psichiatra stava passeggiando lungo il guard-rail, con il registratore in mano, riascoltando tutto quanto era stato raccontato dal Ragazzo nelle sedute.
– C’è qualcosa di familiare in quanto ci ha detto. E’ come un messaggio in codice… E’ qualcosa che mi sfugge.
– Io scendo giù al fondo della scogliera – disse il Detective alzando le spalle – Tu fai un po’ quello che vuoi.

 

Il Detective sollevò con un ramo un sandalo da bagno ed il cerchio incrostato e arrugginito di un vecchio fanale.
– Questo è tutto quanto ha una parvenza umana in questa fogna. Più giù ci sono due enormi ratti, se hai voglia di andarli a salutare. Se c’è stato un cadavere, se lo saranno divorati. Oppure la marea ha fatto pulizia. Ad ogni modo non c’è traccia di sangue, bossoli o omicidi. Dobbiamo decidere cosa fare… Il Capo non accetterà di mandare la scientifica tanto facilmente…
Lo Psichiatra non rispose, assorto alla ricerca di un appiglio. Il suo registratore quasi cantava

Non c’era nessuno sulla strada e neanche sulla spiaggia…
Laghi vuoti, strade vuote, il sole stava tramontando così… tutto solo…
Potevo vederla la sua pelle abbronzata che splendeva al sole.
Aveva i capelli cotonati e gli occhiali da sole addosso…

– E’ meglio andare a chiedere a chi abita da queste parti – osservò il Detective.
Poi insieme si diressero verso i negozi, cento metri più ad Est, sull’altro lato della statale.

 

Ma che scherzate? Fece l’uomo dai folti baffi, proprietario dell’Emporio – L’ultima persona che è morta lì è volata dalla curva con la macchina forse 25 anni fa. Poi finalmente si sono decisi a mettere il guard-rail. Mi sa tanto che se cercate delitti o misteri, avete sbagliato posto. Questo è il paradiso in terra e da quando hanno chiuso il “Duetto”, la discoteca, si sta ancora meglio…
– Quando è stata chiusa? – domandò il Detective.
– Saranno cinque anni. Tutta la gentaglia se ne è andata. Una volta questa zona era infestata dalle bande di motociclisti, col loro giubbotto che faceva paura. Quelli sì che erano pericoli pubblici, tutti figli di papà che giocavano a fare i bulli. Ma è stato tanto tempo fa. Ora per fortuna abbiamo soltanto le coppiette della torre… ma quelli non rompono le scatole. Gente tranquilla.
Il Detective gli mostrò la foto del Ragazzo ed il commerciante allungò il braccio per metterla a fuoco. Sopra il polso aveva tatuata un’ancora.
– Niente da fare, non l’ho mai visto prima d’ora…
Il Detective ritirò la foto ed in quell’istante il suo cellulare trillò.
L’uomo uscì dal locale facendo segno allo Psichiatra che la questione era importante e che sarebbe tornato subito.
Mentre attendeva, lo Psichiatra diede un’occhiata distratta all’emporio e al modellino di auto, con tanto di adesivi, che aveva appena acquistato per il compleanno del figlio, mentre tentava di riafferrare il corso dei suoi pensieri, che si alternavano con il ricordo delle parole del Ragazzo.
Si guardò intorno. Quello era il tipico negozio di mare, reti alle pareti, cartoline con spiagge vuote e scorci della torre saracena, foto di scolaresche, la vecchia pagina di un giornale con la foto dell’inaugurazione del locale di fianco a una notizia di cronaca nera. Si cercava un pirata della strada che era fuggito, cose che capitavano anche da quelle parti.
Frugò l’Emporio in cerca delle sue pillole. Niente. Le aveva lasciate a casa e la sua testa cominciava a sentire I morsi della paranoia.
Dov’era sua moglie? Con chi era? Perché non rispondeva ai suoi messaggi?

 

Alla fine fu lui ad uscire dall’Emporio, dal momento che il Detective non faceva ancora ritorno. Lo vide camminare nervosamente poche decine di metri più in là, con l’orecchio al cellulare e poi riagganciare.
Era bianco come un cadavere.
– Che è successo?
– Era la Centrale – deglutì – Hanno trovato… hanno trovato la Geffen. Ma… ma è incredibile…

 

Erano seduti nel terrazzo di un bar poco distante, che si affacciava sul mare, leggermente increspato. Un gabbiano, su una staccionata poco più in là, guardava incuriosito il suo riflesso nell’acqua.
Una musica familiare, diffusa dagli altoparlanti del bar, si diffuse quieta, nonostante il ritmo si preannunciasse tutt’altro che lento.
– Ho parlato con il Centro Ricerche… hanno dovuto faticare per trovarla. Ma non so se credere a quello che ho sentito o no – disse con voce insolitamente nervosa.
Lo Psichiatra lo fissò, in parte incuriosito.
La Geffen, una industria che nessuno conosceva, della cui esistenza si vociferava negli ambienti più frequentati, discoteche e ritrovi. Sembra che tutti ne parlassero senza sapere se esistesse davvero. La chiamavano, sempre secondo il racconto che ho ascoltato, “La fabbrica dei sogni”. Si diceva che fosse in grado di riprodurre e far rivivere esperienze a partire da un’emozione visiva o auditiva.
Lo Psichiatra aggrottò la fronte. C’era qualcos’altro che stava attirando parte della sua attenzione, oltre al discorso del collega.
– Nessuno sapeva quale tecnica avessero messo a punto, ma riuscivano a creare supporti magnetici, all’apparenza nastri o semplici cd, che lanciavano impulsi alla corteccia cerebrale, creando suggestioni visive emotive, facendo rivivere o vivere per la prima volta intere esperienze come se fossero vere…. Poteva essere una foto, un oggetto o anche una semplice una canzone, e loro ti facevano rivivere le emozioni ad essa legate, sia che a viverle fossi stato tu, sia qualcun altro, semplicemente riascoltando quel cd…
Tutto stava spalancandosi ma ancora lo Psichiatra non riusciva a vedere quella che sembrava una verità palese… La musica del bar prese a ritmare il suo tempo e quasi inavvertitamente lui portò il pollice al tasto play del proprio registratore.
– Cosa è successo poi? – riuscì a mormorare, quasi separato da se stesso.
– La Geffen, che apertamente non dichiarò mai la propria reale attività, ma che nascondeva queste operazioni dietro una parvenza di società tecnologica, chiuse i battenti. Sembra che il rivivere queste esperienze permettesse sì di provare grandi emozioni, ma che tutto questo scatenasse una serie di pesanti effetti collaterali.  Spesso i ricordi si confondevano, la realtà, nomi cose e persone venivano confuse con quelle del presente. E che tutto questo risvegliasse anche un’aggressività latente nel soggetto – l’uomo fece una pausa, accendendosi una delle terribili sigarette dalla confezione color oro.
– Il creatore della Geffen sembra sia emigrato in Australia, al sicuro… In pratica chi si sottoponeva a queste esperienze, diventava un’omicida…
I brividi si estesero tutto il corpo dello Psichiatra.
Omicida… omicida…
Avviò quasi automaticamente il registratore.
Quasi in un modo che gli parve sincopato e ritmato con la musica di sottofondo, la voce metallica del Ragazzo cominciò a parlare.

Potevo vederti, la pelle abbronzata che splendeva al sole.
Aveva i capelli tirati indietro e gli occhiali da sole addosso.

Il fiato gli mancò.

I can see you, your bright skin shining in the sun.
You had your hair combed back and sunglasses on, babe

cantavano le note della canzone, pulsanti verità dagli altoparlanti.
Il sipario venne giù di un colpo.

 

– Ma che ti prende? – chiese il Detective ancora intento a sorseggiare la sua bibita al limone.
Lo Psichiatra era scattato in piedi e stava cercando, con sguardo spiritato, di far alzare il Detective. 
Vieni, dobbiamo andare, sbrigati…!!!
– Ma che succede?
La canzone non era ancora terminata, ma ripeteva ancora il suo ritornello.
Lo Psichiatra gli pose le mani sulle braccia
– C’è che ho capito!!! Dobbiamo tornare dal Ragazzo. Subito…! Ci ha raccontato… ci ha raccontato … ci ha raccontato i versi di una canzone!
La canzone che aveva iniziato il suo corso meno di cinque minuti prima, arrivò al capolinea, sull’ultima strofa, prima di lasciarsi andare al finale strumentale, mentre i due uomini si allontanavano di corsa.
 
I can tell you my love for you will still be strong
After the boys of summer have gone…

 

Mi vuoi spiegare ora?
La macchina correva lungo l’autostrada verso casa a velocità sostenuta. Lo Psichiatra teneva ben saldo il volante, armeggiando nervosamente con il talloncino appena ritirato al casello.
– Sono stato uno scemo! – disse – Se solo fossi stato un po’ più presente a me stesso me ne sarei accorto prima… sentivo spesso quella canzone, molti anni fa!!
Quale canzone, per la malora!? – domandò sconsolato il Detective.
– E’ quasi tutto lì dentro… – proseguì lo Psichiatra come se nulla fosse. E’ quasi tutto lì dentro… Nessuno sulla strada… nessuno sulla spiaggia… laghi vuote, strade vuote… Non capisci? Ha usato i versi di quella canzone per raccontarci la sua storia… Tutto, ogni singola parola, l’adesivo sportivo sulla Cadillac…, il pensiero “posso dirti che il mio amore sarà ancora forte, quando i ragazzi dell’estate se ne saranno andati…” Capisci? E’ tutto il testo della canzone! – deglutì – Si intitola… “The boys of summer”… I ragazzi dell’estate…!

 

Trascorse qualche istante di silenzio incredulo.
– Cosa pensi sia successo allora? – domandò il Detective con voce profonda.
Lo Psichiatra non si voltò a guardarlo e continuò a fissare la strada che scorreva sotto le ruote.
– Credo di aver compreso. Il Ragazzo e lei sono fidanzati e lui ne è molto innamorato. Poi per qualche motivo lui si allontana e lei lo lascia. E’ disperato, sa di averla persa. Ma una sera in un locale si imbatte invece nella Geffen, che gli prospetta la possibilità di rivivere in eterno quell’estate. Lui fornisce la canzone, che è stata la colonna sonora della loro storia, al resto pensa la Geffen.
Ma qualcosa va storto. L’esperienza gli confonde la ragione, fa scattare in lui aggressività e vendetta. Lui torna da lei e la uccide… Sì, deve essere andata così…
– Quindi tutto quello che ci ha detto era inventato…?
– No… l’esperienza ha mischiato ricordi veri e falsi. La torre saracena, la caduta dalla scogliera… non sono nella canzone. Credo che sia avvenuto proprio lì, in quella curva.
Ma allora perché non troviamo il corpo? – domandò il Detective. Il suo tono aveva qualcosa di strano, quasi fosse divertito.
– Questo non lo so… non ne ho idea. Dovremo farcelo dire da lui…
La macchina piombò in una galleria.
Tzk tzk – fece la voce del Detective – non può essere andata così… e sai perché?
Lo Psichiatra rispose infastidito – No, non lo so perché! Ma che fai, mi prendi per i fondelli?
– Non può essere andata così. Sai perché? Perché la Geffen chiuse i battenti nel 1990 e noi stiamo parlando di un omicidio avvenuto pochi giorni fa… – fece un risolino.
I fari delle auto in senso contrario squarciavano l’ostilità della galleria.
– Non può essere… – mormorò lo Psichiatra.
– Oh – fece sarcastico il Detective – Mi è stato detto nella telefonata… Allora, se non è andata così, come è andata? Cosa dirai adesso al Capo?
– Come “cosa dirò al Capo”? – sbottò lo Psichiatra – “Cosa diremo”, vorrai dire… non ci sei dentro anche tu questa storia?
La voce del Detective sghignazzò – Povero pazzo! Davvero non hai idea di come sia andata?
– Ma che ti prende, cosa sono queste….
Il tono del Detective era salito di intensità, sarcasmo e forza e si era fatto pressante.
Perché non ammetti piuttosto che ti stai raccontando una marea di balle?
– Eh? Ma cosa…? – si voltò per guardare il Detective, ma l’oscurità della galleria gli impediva di staccare gli occhi dalla strada.
Perché non ammetti piuttosto che ti stai raccontando una marea di balle?
– Ma che cavolo…?
Il chiarore del giorno, abbandonata la galleria, investì l’auto.
Lo Psichiatra si voltò rabbioso verso il Detective.
Una marea di balle…
Lo Psichiatra impallidì. La macchina sbandò.
Sul sedile del passeggero non c’era nessuno.
Il Detective era scomparso.
Una marea di balle

 

La vettura si mise di traverso, le macchine che seguivano la evitarono per miracolo, sbandando e suonando all’impazzata.
Una marea di balle.
Lo Psichiatra sentì il fiato fermarsi, mentre continuava a fissare il sedile vuoto.
Una marea di balle.
Una marea di balle.
Una marea di balle.
La voce del Detective proveniva da qualche parte… la sentiva ancora… doveva essere un incubo… ! Non poteva che essere un incubo…!
balle… balle… balle…
La voce del Detective proveniva dall’autoradio.
balle… balle… balle…
Lo Psichiatra colpì l’autoradio istericamente per farla smettere, mentre le vetture continuavano ad evitarlo per miracolo.
Vide le proprie mani…
Erano sporche di sangue.
La sua camicia grondava sangue.
C’era sangue ovunque, ma non era il suo.
Perché non ammetti piuttosto che ti stai raccontando una marea di balle?
Lo Psichiatra si mise a gridare disperato.

 

Si ritrovò in casa sua. Improvvisamente.
Una musica familiare stava terminando.
Ansimava. Stringeva qualcosa in mano, ma la sua attenzione fu attratta da altro.
La casa era avvolta dall’odore pestilenziale che lui odiava così tanto. Qualcuno aveva fumato!
Guardò in soggiorno e vide che sul tavolo erano appoggiate le sigarette color oro “DUETTO”.
Poco a lato un vecchio giornale parlava di un ristoratore che aveva aperto una nuova attività, e di fianco di un pirata della strada, un rampollo della società bene, che sarebbe stato processato per omicidio.
Si sentì mancare il fiato.
Preso dal panico corse verso la stanza del figlio, ma la trovò vuota. Era uscito per la festa di compleanno con i suoi amici. Quasi inavvertitamente posò sulla scrivania, con mani insanguinate, il modellino che gli aveva comprato al mare. Era una Cadillac con un adesivo sportivo sulla fiancata.
Fece per singhiozzare, ma il suo sguardo incrociò la foto della squadra di basket del figlio.
The boys of summer – I ragazzi dell’estate” diceva la scritta sottostante.
Con un urlo strozzato in gola sbandò e fece cadere una sedia.
C’erano delle tracce di sangue in casa. Provenivano dalla camera da letto.
Incespicò fin lì.
Erano ancora l’uno sull’altro, non avevano avuto tempo neanche di accorgersi di lui.
Si accorse che stava ancora stringendo in mano la rivoltella, ancora fumante.
Tre colpi a lui, due a lei, li aveva uccisi così.
Sua moglie Rita e il Detective.
C’era sangue ovunque.
Sulle pareti, sulle foto del comodino. Il sangue era schizzato persino sulla sua camicia.
Curiosamente fissò la foto inondata di sangue della loro luna di miele.
Loro due abbracciati, di fronte a una torre saracena, poco prima di una curva.
Un cd stava terminando la sua canzone, nello stereo della sala.

I can tell you my love for you will still be strong,
After the boys of summer have gone

Un grido gli si strozzò in gola.
Si gettò fuori dall’uscio proprio mentre il vicino di casa stava rincasando.
Aveva un paio di baffoni folti e si intravedeva un’ancora tatuata sull’avambraccio sinistro.
Il vicino si ritrasse con orrore e rimase a guardarlo terrorizzato e impaurito, mentre lui si dava alla fuga lungo le scale di casa.

 

Il Capo sospirò allargando le braccia – Questa sarebbe la tua storia? – Spostò lo sguardo sugli oggetti appesi al muro, per non fissare più i vestiti peni di sangue che si era rappreso. Soffocò un conato di vomito e si concentrò su altro, sul suo vecchio giubbotto nero con la scritta sulla schiena.
– Lo è… Questa è la verità – rispose lo Psichiatra tremando – Io… non so come posso essere entrato in possesso di quel CD… Non l’ho mai avuto, eppure… stava suonando! Stava ancora suonando quando…
Il Capo scosse la tesa e tornò nel cono d’ombra della lampada. Conosceva lo Psichiatra da quando quest ultimo era entrato alla Centrale molti anni prima e fu preso dai rimorsi per non aver fatto qualcosa per lui finché ne era in tempo.
Molte volte erano arrivati sulla sua scrivania rapporti sullo strano comportamento del suo sottoposto, che lui aveva preferito archiviare come pettegolezzi o invidia. Lo Psichiatra era quasi uno di famiglia, spesso il Capo e la moglie avevano ospitato lui e consorte nei week-end al mare… In che modo avrebbe potuto procedere contro di lui? E ora come avrebbe potuto liberarsi di quella patata bollente? Alla Centrale le indagini erano in corso e lui non avrebbe potuto ospitare la sua fuga ancora per molto.
Non quel giorno. Ancora un’ora e avrebbe dovuto incontrare quell’uomo d’affari australiano che da tempo richiedeva un meeting.
– Ascoltami – disse – non sei stato onesto con me… Ti avevo chiesto di raccontarmi tutta la verità e invece… Da quando sapevi che il Detective aveva una relazione con tua moglie?
– Io… io non lo sapevo…!
– Non è vero. A quanto pare i tuoi vicini alla Centrale stanno raccontando di continui litigi e scenate di gelosia tra di voi…
– Non è vero, non è possibile – fece lo Psichiatra ansimando. Noi non…
– Perchè allora hai chiesto di non lavorare più con lui e di essere trasferito, due settimane fa…?
Lo Psichiatra traballò sulla sedia con occhi sgranati.
– Io? C… c… che cosa? Io non ho mai…
Questo è il modulo che hai presentato! C’è la tua firma. E’ questa o no?
Lo Psichiatra afferrò il modulo con le mani ancora insanguinate, lasciandone impronte rossastre…
– Ma questo… non può essere possibile…
Tu e tua moglie vi eravate separati da qualche tempo anche se tu non hai mai detto niente a nessuno, ma tu non hai mai accettato questa situazione…!
Il fiato mancò di nuovo allo Psichiatra, che cominciò a tossire violentemente.
Lei non rispondeva più ai messaggi e alle continue telefonate, così ieri hai capito che era col Detective e non hai più retto. Sei andato a casa e li hai uccisi!
– NO! Non è vero, maledizione… noi ieri eravamo a indagare al mare. A indagare su quel Ragazzo!!!
Il Capo si sporse verso lo Psichiatra, entrando definitivamente nel cono di luce e dimostrando tutta la sua ferocia. La sua voce risuonò tonante.
– Non è mai esistito nessun Ragazzo!!!! Nessuno l’ha mai visto. Non ci sono testimonianze o registri su di lui! – aggiunse freddo – Il Ragazzo non è mai esistito… lo hai inventato tu. Tu ed il Detective non lavoravate più insieme da dieci giorni. E ieri tu non sei andato al mare, ma sei rimasto qui!!! Ci sono decine di persone che possono testimoniarlo!!! Fino a quando non te ne sei andato per andare ad ucciderli…!!
Lo Psichiatra si prese la testa tra le mani – Oh mio Dio mio Dio… aiutami tu… cercò tremante le sue pillole e ne inghiottì una.
– Non dovresti… disse il Capo… Quante pastiglie di Geffen hai già preso oggi?
Il tubetto cadde dalle mani tremanti dello Psichiatra.
Restò con sguardo ebete a fissare la scritta bianca su campo rosso GEFFEN.
G-E-F-F-E-N… – ripeté con sguardo vuoto.
L’impianto di filodiffusione dell’ufficio stava trasmettendo delle note che avvolsero l’ambiente.
– Non posso più fare niente per te – disse il Capo.
Poi estrasse un oggetto dal cassetto.

 

Il Capo sbatté gli occhi appiccicosi.
Sei sicuro che sia andata proprio così?
Sì, era andata proprio così. Non potevano esserci altre spiegazioni.
Sei sicuro che sia andata proprio così?
La voce insistente lo riscosse dai propri pensieri. La musica stava finendo e lui ne era rimasto talmente rapito, che aveva perso il contatto con la realtà per qualche istante.
– Certo che è andata in questo modo – disse il Capo, senza sapere bene a chi stesse rispondendo.
Solo allora si accorse dell’uomo che lo stava fissando, in piedi, sul fondo della sala.
Indossava un camicione bianco e portava una sacca a tracolla, con una spilla del Toro sopra, ma il volto era immerso nell‘ombra.
– Chi sei tu? Chi ti ha fatto entrare? – fece confuso il Capo. Si sentiva tremante e paralizzato ma non era in grado di sollevarsi. Quella figura gli era familiare, ma non riusciva ad individuarla.
– Il portiere di sotto. Quello con i baffoni e il tatuaggio con l’ancora che gli spunta da sotto la giacca… Allora, sei sicuro che sia andata proprio così?
La figura uscì dall’ombra ed entrò nel cono di luce. Era vestito esattamente come l’aveva descritto lo Psichiatra nel suo racconto.
Soltanto che non era più un Ragazzo, i capelli lunghi si erano ingrigiti e le rughe sul volto erano quelle di un quarantacinquenne –
– Tu… chi sei? – mormorò il capo, come intontito.
– Sai, disse affabilmente la figura – io penso che le cose siano andate diversamente. Perché non ammetti piuttosto che ti stai raccontando una marea di balle?
– Cosa…?
Perché non ammetti piuttosto che ti stai raccontando una marea di balle? – insistette la voce della figura.
Perché non ammetti piuttosto che ti stai raccontando una marea di balle?
Una, due, tre, molte volte.
Il Capo fece per alzarsi, ma nel movimento qualcosa attirò la sua attenzione.
Le sue mani.
Erano sporche di sangue.
Ebbe un sussulto.
La scrivania, la sua giacca.
Tutto era cosparso di sangue.
Si alzò di scatto con un urlo. Stava stringendo una pistola.
Con occhi terrorizzati e respiro mozzato guardò di fronte a sé.
Lo psichiatra giaceva sulla poltrona, il capo riverso all’indietro.
Alcune macchie rosso scuro gli si aprivano sul petto all’altezza del cuore e sul cranio.
Il Capo guardò la pistola stretta nella sua mano e alzò con orrore lo sguardo verso quello che era stato il Ragazzo.
– Non… non capisco… – mormorò tremante.
– Come non capisci? – disse il Ragazzo sorridendo. Hai combinato tu tutto questo! Così come hai fatto con tua moglie, prima di venire qui oggi. E’ ancora in camera da letto, dove tu le hai sparato – disse amabilmente il Ragazzo spostandosi con le mani dietro la schiena verso il corpo dello Psichiatra.
Il Capo ondeggiò.
Fu assalito dai ricordi che voleva scacciare… e che ricordava!
– Non è vero…! Mia moglie è viva! Ti dico che è viva!!! – urlava istericamente puntando la pistola verso il Ragazzo – Io non ho ucciso nessuno!
Lui lo guardò amaramente
– Sai, sono convinto che l’ultimo messaggio nella segreteria dello Psichiatra sia la tua voce che dice “Ho bisogno di incontrarti da me. Chiamami subito” – Il Ragazzo sorrise, poi continuò – Sai, cattiva abitudine aveva lo Psichiatra di registrare tutte le conversazioni. Guarda…il nastro sta ancora girando! – Il Ragazzo lo riavvolse per qualche secondo e poi premette il tasto play.
Si udì la voce del Capo.
– Non posso più fare niente per te – diceva. E poi tre colpi sordi. PUM PUM PUM.

 

PUM PUM PUM – disse divertito il Ragazzo – tre per lui, due per tua moglie. Credo non ci vorrà molto ad individuare la mano che ha sparato. Come scena del crimine è un bel pasticcio… Era da tanto che sapevi che erano amanti?
– Io… Io  non….
Il Ragazzo non lo lasciò parlare. Si era avvicinato alla parete e al quadro del trottatore.
– Bel cavallo! E’ il tuo, vero? Geffen si chiama, giusto? Deve essere la foto della partenza della gara della sua prima vittoria, me la ricordo ancora. Primo Geffen, seconda Rita, terzo Duetto… gran corsa! Bella anche la macchina che precede i cavalli e che fa da apripista. Quella Cadillac con l‘adesivo del team di trotto… Si spostò verso il puzzle appeso al muro – Questo l’hai fatto tu? – chiese ancora sarcastico.
Era il puzzle di una Torre saracena, sullo sfondo del mare.
– Io no! No, no e no! – gridò il Capo – E’ stato lui – indicò con la pistola il corpo dello Psichiatra ad uccidere sua moglie e il detective… – parlava freneticamente, come se stesse uscendo di senno – Io ho le prove e le mostrerò, alla Centrale e.. mi crederanno e…
– No amico mio – disse il Ragazzo sporgendosi verso di lui con un ghigno triste – Non esiste nessun Detective… non è mai esistito. E neanche la moglie dello Psichiatra – rise – Lui era scapolo. E tu non sei il Capo della Polizia, come cerchi di credere. Questo è lo studio di avvocato che ti aprì il tuo vecchio, prima di crepare…
Il Capo lasciò cadere il braccio e guardò la figura del Ragazzo, raggelato.
L’altro rise di gusto
-Ho vissuto la mia vita per il gusto di vedere la tua faccia in questo momento… Sapessi come sei buffo…
Il Capo si sentì stanco e sconfitto.
– Tu… chi sei?
Gli occhi di ghiaccio di quello che molti anni prima era stato un Ragazzo, insegurono un ricordo lontano.
Non hai ancora capito? – disse.

 

Settembre 1984
Il Ragazzo era tornato da lei, dopo il primo periodo di lavoro in città.
Erano stati giorni di lontananza, di cavi del telefono rovente.
Aveva acquistato una moto fiammante per tornare da lei il venerdì sera.
– Aspettami alla torre – gli aveva detto – come tutte le notti dell’estate.
Aveva trovato la strada intasata, sul rettilineo. Doveva essere successo qualcosa.
Aveva saltato tutta la coda preda di un presentimento angosciante.
Era appena successo quando arrivò.
Sono stati quelli là! – gridava una giovane mamma con le mani nei capelli indicando il buio nel quale si sentivano delle moto di grossa cilindrata allontanarsi – L’hanno spinta fuori strada.
Respirava ancora, quando la trovò, la macchina poco più in là, un rottame tra gli scogli.
Non voleva morire, gli disse. Gli chiese di tenerla stretta, mentre il mare lambiva le sue braccia e si colorava del nero della notte color sangue.
Non ti abbandonerò mai… Ti prego… riesci a sentirmi?- udì il rombo delle moto scomparire in lontananza.
Ma lei aveva già cominciato a fissare il cielo, scuro e carico di rimpianti.

 

Il Ragazzo tornò a guardare la parete dello studio e ad avere un tono divertito e gioviale.
– Fantastico questo giubbotto, suppongo che sia tuo! – esclamò – Bella anche la scritta sulla schiena “Boys of Summer”.
Si voltò di scatto.
Non rideva più, ma guardava fisso l’uomo stralunato e finito che aveva di fronte a sé.
Nel 1984 – disse con denti stretti e occhi di ghiaccio – i “Boys of summer” erano una banda di teppisti motociclisti, che andavano in giro sulle loro moto a devastare locali e a fare casino. Una sera vedeste passare una spider rossa, guidata da una bella ragazza e la inseguiste. Eravate ubriachi, eravate fatti. Lei cercò di seminarvi ma voi, tu, che eri il loro capo, la buttaste volontariamente fuori strada, nei pressi di una curva – il Ragazzo prese fiato – La polizia vi trovò e qualcuno finì dentro. Molti di voi però erano perditempo figli di papà. E tu avevi il padre avvocato. Ricordi come andò a finire, vero?
Sbattè una manata sul tavolo e gli piazzò di fronte agli occhi il vecchio giornale che era stato appoggiato alla scrivania.
Un ristoratore apriva la sua nuova attività. Accanto c’era a una notizia di cronaca giudiziaria. Un giovane di una famiglia bene era stato assolto dall’accusa di essere il responsabile di un incidente stradale nel quale aveva perso la vita una ragazza.
Ci fu qualche istante di silenzio, coperto soltanto dalla canzone che stava andando in loop nello stereo da molto tempo.
Tu non sei reale… – sussurrò debolmente il Capo.
– Sono l’ultimo regalo del cd che hai ricevuto in quel pacco due giorni fa e che stai ancora ascoltando, mettiamola così… – si spostò ancora e si sedette su un divano a fianco della scrivania.
Avevo cominciato quasi per gioco ad interessarmi degli esperimenti tecnologici sugli emisferi cerebrali, uniti alle sensazioni visive e musicali. Ero un tecnico di un laboratorio, ma la morte della ragazza mi distrusse. Mi misi in proprio, l’obbiettivo era creare una esperienza virtuale soltanto per me. Ma l’esperienza comportava troppe controindicazioni che potevano portare alla cattiveria, alla violenza. Persino all’omicidio – sogghignò.
Però mi resi conto che, se non poteva essere utile a me, quell’esperienza avrebbe potuto essere la TUA fine. Così mi trasferii in Australia e lì continuai a lavorare al mio progetto, presso un’azienda di nome Interscope. Ho impiegato tutto questo tempo a portarlo a termine – rise beffardo allargando le mani e accavallando le gambe.
Il capo era diventato uno spettro. Si sedette alla scrivania e guardò ancora una volta il corpo dello Psichiatra. Il Ragazzo si alzò e si avvicinò a lui.
– Cosa devo fare? – disse il capo debole e stralunato.
– Oh! – disse il Ragazzo in modo amichevole – Fai un po’ quello che vuoi. La polizia, quella vera, sarà qui a momenti. Io però ti do un consiglio. Tre colpi per lo Psichiatra, due per tua moglie. Hai una pistola alla quale è rimasto solo un proiettile. Sai, ci sono due cadaveri e qualcuno dovrà pure pagarli, vero figliolo? – sghignazzò.
Era così che doveva andare.
Il Capo si abbandonò allo schienale della sua poltrona, infilò la pistola nella sua bocca e tirò il grilletto.
Gli schizzi di sangue finirono sul camicione del Ragazzo.
Era sangue di uomo.

 

La guardava, seduto accanto a lei.
Aveva le gambe abbronzate e gli occhiali scuri, mentre il vento che si infilava nella sua Duetto le scompigliava i capelli color oro. Indossava un foulard attorno al collo e nei suoi occhiali si specchiavano gabbiani in volo e promontori da superare.
La loro canzone suonava dal nastro dell’autoradio mentre sfrecciavano insieme, lungo la strada costiera verso tutti i posti e nessuno. Sul sedile posteriore giaceva il contenitore del nastro, edito dalla Geffen-Interscope Records.
Davvero lo avrebbe lasciato? Davvero quella sarebbe stata la loro unica estate?
Il Ragazzo le strinse la mano.
Per come le cose potessero andare, per quante storie avrebbero potuto avvolgersi su di loro, quello era il momento più bello della sua vita.
E lui decise, sulle note di quella canzone, che avrebbe continuato ad amarla, anche una volta che loro due, i ragazzi di quell’estate, se ne fossero andati.
La canzone scemò sulle ultime note, e un gabbiano poco più in là guardò incuriosito la Duetto rossa, mentre scompariva in lontananza.

 

Se a qualcuno fosse venuta la curiosità per la canzone “The boys of summer”, eccovi il link:
http://www.youtube.com/watch?v=0vVAOrWUcrM

 

MAURO SAGLIETTI

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