Vent’anni

Vent’anni

di Silvia Lachello

 

Giovedì 19 novembre 2009

Caro Diario,

c’è qualcosa in cui parte della tifoseria è campionessa. E’ una specialità che non entrerà mai in quelle olimpiche ma ha la sua [inizio ironia] dignità d’essere [fine ironia] come tutti i fenomeni prodotti dall’umana specie.

di Silvia Lachello

 

Giovedì 19 novembre 2009

Caro Diario,

c’è qualcosa in cui parte della tifoseria è campionessa. E’ una specialità che non entrerà mai in quelle olimpiche ma ha la sua [inizio ironia] dignità d’essere [fine ironia] come tutti i fenomeni prodotti dall’umana specie.
Di che cosa si tratta? Semplice: dell’automartellamento degli zebedei.
E dal momento che a concorrere in codesta gara ci pensa la suddetta parte e pure alcuni pennivendoli, mi ritiro in buon ordine e ti racconto di Marco.
Mi mancano gli zebedei fisicamente (non moralmente), non mi mancano episodi di vita – anche lontani nel tempo – che mi hanno fatto diventare più forte.
Marco.
Abbiamo fatto le medie e il liceo insieme, ci siamo conosciuti non appena cucito lo scudetto sulle maglie.
Noi eravamo del Toro, noi. E ci brillavano gli occhi. Perché noi eravamo del Toro, noi.
Litigavamo spesso, due caratteri totalmente diversi, lui già disincantato anche se ragazzino, io più fiduciosa nel processo vitale (sì, ero una povera illusa già da allora, la sono da sempre, la sarò sempre).
Andavamo alla partita insieme qualche volta ed ho sempre avuto l’illusione, la sensazione, che lui come me guardasse oltre a quel che accadeva in campo.
Come se avessimo avuto la necessità di cibarci dell’energia sprigionata da tutta quella gente, dalla gente di cui anche noi facevamo parte.
E’ stato allora, nella nascita di quell’amicizia che avrebbe avuto esaltanti alti e terrificanti bassi e perfino un’assenza lunga vent’anni, che decisi che noi eravamo ‘i bimbi dello Scudetto’.
Come se fosse il nome di un club segreto, dal nome perfino più segreto del club medesimo poiché quel nome lo conoscevo solo io.
Anche se mi faceva specie già allora che noi fossimo nati quando il lutto per Superga non era ancora diventato maggiorenne.
Eravamo forti, eravamo belli, eravamo granata, eravamo… diversi.
Diversi fra noi, soprattutto diversi dagli altri.
Già ci rovinavamo la vista su libri difficili, già nasceva in noi quello snobismo intellettuale che ancora ci accompagna, già ci sentivamo… com’è che dicevamo? Devastati.
Devastati.
Una parola chiave, la nostra parola chiave.
Ciò non toglieva che, dopo aver confessato una delle tante devastazioni interiori del momento, ci si trovasse a sghignazzare dopo battute che altri avrebbero giudicato agghiaccianti ma, in fondo, del giudizio altrui non tenevamo gran conto…
Durante una telefonata disse una frase che non mi andò giù.
Avrei potuto ridere, preferii far andare giù la cornetta.
Per sempre.
Qualunque sia il significato delle parole ‘per sempre’.

Venerdì 20 novembre 2009

Caro Diario,

quanto dura un ‘per sempre’? Bella domanda.
Intanto Marco pubblicava il suo primo libro. Parlava del Toro. Non lo lessi.
Nonostante le insistenze di mia madre.
"Guarda che scrive bene come quando era ragazzino… dai…"
No: avevo chiuso con lui.
Mi accadde di incontrarlo casualmente in un ristorante della città una sera. I nostri sguardi si scontrarono all’improvviso, lui sorrise, io mi voltai dall’altra parte.
Penso che un giorno gli chiederò scusa, spero che un giorno accetti le mie scuse. Anche se credo che non ce ne sia più bisogno.
E tanto come il postino suona sempre due volte, così alcuni bimbi dello Scudetto si incontrano due volte.

Sabato 21 novembre 2009

Caro Diario,

‘per sempre’ dura circa vent’anni.
Almeno in questo caso.
Vent’anni dopo.
Mi accade di partecipare ad un forum tematico e lo vedo lì fra gli utenti.
Il passato, un passato caldo di condivisioni, mi si riversa addosso e lo contatto.
Passa un giorno, ne passano due, mi risponde.
E ci vogliamo di nuovo bene.
Poi mi racconta.
Mi racconta che sta per pubblicare il suo secondo libro.
Mi dice che il suo libro toccherà corde che mi sono intime.
"Vieni alla presentazione del mio libro?"
"Sì."
Una domanda semplice, una risposta semplice.
Arriva il giorno, arriva il giorno e nell’attesa giro per le strade del centro di Torino ascoltando i Cranberries e scattando foto.
Poi nella libreria.
Lo vedo di schiena.
Mi avvicino e lo prendo per un braccio.
Si volta, sorride, "Quanto sei diventata chiatta!", "E tu… perché hai lasciato i capelli a casa?", ci abbracciamo felici come due devastati sanno fare.
E poi qualche battuta, due dediche sui libri ridendo sotto i baffi, "Andiamo di nuovo a vedere il Toro insieme?", "Contaci!".
Vent’anni non sono niente.
Tutto lì.
E forse, Marco, non ti ho ancora detto che mamma aveva ragione: scrivi da Dio.

Domenica 22 novembre 2009

Caro Diario,

vent’anni non sono niente… e se questa grande verità venisse svelata e resa comprensibile a chi si martella gli zebedei diverrebbe tutto più semplice e tutto si ridimensionerebbe.
E non parlo solo della tifoseria, no… è un discorso ampio e coinvolge tutto e tutti… vabbe’, ci penserò domani…


Lunedì 23 novembre 2009, notte, Cesena-Torino 1-1

Caro Diario,

sono interdetta.
Leggo sul dizionario della lingua italiana che il calcio è "un gioco che si effettua fra due squadre di undici giocatori che mirano a far entrare un pallone nella rete avversaria, senza mai toccarlo con le mani".
Leggo che il calcio è anche un colpo che si dà con un piede, un elemento chimico, una parte di alcune armi… ma quando si tratta di sport è quella roba là: un gioco che si effettua fra due squadre di undici giocatori che mirano a far entrare un pallone nella rete avversaria, senza mai toccarlo con le mani.
Ragazzi? Ragazzi che andate in campo? Potete mirare a fare entrare il pallone nella rete avversaria con maggiore frequenza? Per favore, dai… se no diventa difficile.
Per voi, per noi, per tutto, per tutti.
Non ho più niente da dire.
Non in questo momento.
Domani andrà meglio.

Martedì 24 novembre 2009

Caro Diario,

un saluto, un saluto verso il cielo, un saluto al MIO dolore perché oggi la Morte di Freddie Mercury diventa maggiorenne. La tua morte, Grande Artista e molto altro, fu la mia personalissima Superga. Grazie, sempre grazie…

Oggi va meglio, effettivamente.
Due cose positive ed innegabili.
La prima: abbiamo bucato la miglior difesa d’Europa.
La seconda: abbiamo fatto un punto fuori casa.
Però che amarezza…

Poi ti devo raccontare della mia piccola Giulia che – beata innocenza – riconduce il concetto di bellezza al Toro, di qualunque tipo di bellezza si parli, ma non adesso, non adesso… anche perché è giusto che lei, a cinque anni, non si prenda ancora sberle di consapevolezza (né di altro genere)… forza Toro, ne?

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