B-nocolo: l’esempio dell’Ascoli

B-nocolo: l’esempio dell’Ascoli

di Davide Agazzi – A Torino, il day atfer è pieno di rabbia, rammarico e tanta delusione. L’ennesima stagione fallimentare targata Cairo purtroppo farà parte della storia granata e tutti i tifosi sperano in un cambiamento radicale. Dai vertici societari fino all’allenatore. Con le dovute differenze, storiche, economiche e “climatiche”, bisogna cautamente affrontare il paragone con un’altra società. Già,…

di Davide Agazzi – A Torino, il day atfer è pieno di rabbia, rammarico e tanta delusione. L’ennesima stagione fallimentare targata Cairo purtroppo farà parte della storia granata e tutti i tifosi sperano in un cambiamento radicale. Dai vertici societari fino all’allenatore. Con le dovute differenze, storiche, economiche e “climatiche”, bisogna cautamente affrontare il paragone con un’altra società. Già, perchè in questo maledetto campionato di Serie B appena finito, il Toro ha avuto bella compagnia: l’Ascoli del presidente Benigni. I marchigiani non sono il Torino e questo non è il caso di ribadirlo, ma laddove il presidente è in continua rotta con i tifosi, appaiono lampanti alcune assonanze. Ad inizio stagione, i bianconeri si presentano con una squadra discreta, con alcuni buoni giocatori, come Cristiano, Giorgi, Lupoli e Mendicino. Con il trascorrere delle giornate, e l’arrivo in panchina di Castori, cominciano ad arrivare dei pesantissimi punti di penalizzazione, per diverse inadempienze Co.vi.soc. Alla fine del campionato saranno sei. Il Toro, con una penalizzazione del genere, avrebbe finito a quota 52 punti, appena sopra il Cittadella.

Tant’è che ad Ascoli le cose sono diverse, il presidente non paga gli stipendi, la società ha seri problemi economici, ma squadra, allenatore e tifosi diventano una cosa sola. Tutti uniti, tutti “castorizzati” per un unico obiettivo: la salvezza. Con le giuste proporzioni, all’indomani di Torino-Padova, sembra impossibile vedere lo stesso scenario a tinte granata. Una squadra svogliata, slegata, un allenatore incapace di creare un gruppo ed una curva Maratona che sfoga la propria rabbia contro i cartelloni pubblicitari. Ad Ascoli, le cose sono andate diversamente, perchè l’obiettivo è stato raggiunto. Tutti uniti, indipendentemente dal presidente, che, sul sito ufficiale, ringrazia tutti, ma poi vieta ai propri giocatori di scendere in piazza a festeggiare con i tifosi. Immaginatevi la stessa cosa a Torino.

Ad Ascoli, come in Piemonte, finita la stagione è il tempo dell’incertezza. Il presidente ascolano ha deciso di vendere e, a differenza di Torino, gli acquirenti ci sono e non sono fantomatici sceicchi. Un imprenditore serio, Carlo Bellini, proprietario della “Domodimonti”, azienda vitivinicola, ma soprattutto un tifoso dell’Ascoli. Acclamato dalla piazza, presente allo stadio, pronto a metterci la faccia. Anche sul futuro, come a Torino, c’è la possibilità della grande rivoluzione. Se dovesse rimanere l’attuale società, con i relativi problemi economici, il prossimo anno vedremo una squadra molto giovane, senza troppi soldi e con un nuovo allenatore. Tutta la piazza spera nel cambiamento, un po’ come sotto la Mole, dove la speranza, lo ribadiamo, è l’ultima a morire.

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