Per il Torino è difficile lottare sempre per l’Europa

Per il Torino è difficile lottare sempre per l’Europa

Il Granata della Porta Accanto/ Lottare per l’Europa significa puntare alle prime cinque posizioni: per arrivare lì servono tanti soldi o stagioni perfette (oltre al flop di qualche “grande”…)

E’ finito il campionato, il calciomercato è alle porte (sebbene in realtà sia cominciato ben prima della fine della stagione) e proprio in questi giorni c’è stato un summit chiarificatore tra Ventura e Cairo sugli obbiettivi del Torino del futuro. Perché per parlare di cessioni e di arrivi, di tattica e di strategie di campo, di uomini e di risorse, prima occorre avere ben chiaro quali sono gli obiettivi che si vogliono perseguire per poter, a cascata, arrivare a pianificare tutto il resto. Non sappiamo cosa si siano detti il patron e il mister, ma il semplice fatto che l’allenatore genovese siederà anche il prossimo anno sulla panchina del Toro autorizza a dedurre che abbia ricevuto le necessarie garanzie dal presidente sulla volontà di fare (o mantenere, se preferite) una squadra competitiva.

Il nodo gordiano della questione pertanto ruota attorno all’aggettivo “competitivo” e al suo più specifico significato. Se per competitivo si intende un Toro che arriva entro il decimo posto, cioè nella parte sinistra della classifica, può darsi che qualcuno storca il naso perché in effetti non si tratterebbe di crescita vera e propria, ma di semplice consolidamento. Se invece quell’aggettivo sta a significare volere, nei fatti, provare ad ambire ad una qualificazione europea allora sì che di tutt’altra musica si tratterebbe. Ora, ribadiamolo, noi non sappiamo quale delle due strade Cairo abbia promesso a Ventura, ma è anche vero che le prossime tre-quattro settimane sveleranno con le prime mosse di mercato dove si vuole andare a parare.

L’idea che mi sono fatto della nostra serie A, sempre oligarchica come negli anni Novanta e Duemila, ma meno ricca quindi più aperta alle ascese degli outsider, è che ci sia un netto salto tra le risorse in campo tra chi lotta per i primi cinque e sei posti e chi sta invece dal settimo-ottavo fino alla piena zona retrocessione. Mi spiego meglio. Il livellamento economico verso il basso ha fatto sì che il grande calderone delle squadre di serie A, diciamo dodici-tredici, si equivalga per fatturati e monte ingaggi e che pertanto le posizioni finali di classifica di queste squadre dipenda dal tipo di annata che fanno. L’Atalanta, ad esempio, quest’anno si è salvata senza brillare, in altre stagioni riesce a veleggiare a metà classifica e idem squadre come Chievo, Sassuolo, Cagliari (quest’anno retrocesso), Palermo, Udinese, la stessa Sampdoria o il Genoa. Esistono poi delle squadre tipo le milanesi, le romane, la Fiorentina, il Napoli e la Juve che possono mettere in campo risorse nettamente superiori e sanno che a meno di cataclismi quali quelli di Milan e Inter degli ultimi tempi, staranno lì davanti a lottare per i posti che contano. Da tutto questo consegue che per ambire ad un quinto o sesto posto (il sesto solo se la Coppa Italia viene vinta da una delle prime cinque in classifica), gli sforzi finanziari da fare per garantirsi di sedere ai tavoli che contano sono molto superiori a quelli che attualmente Cairo garantisce per il suo Torino. Senza annoiarvi con tabelle di fatturati e classifiche, è palese che i posti Champions ed Europa League sono nella quasi totalità dei casi appannaggio dei club con gli investimenti in stipendi ed in acquisto di calciatori più alti.

Poi esiste per fortuna uno sport che si chiama calcio e che fa si che sul campo non ci vadano i soldi, ma uomini, forza di volontà e bravure tattiche e strategiche per cui le eccezioni a questa regola sono più numerose di quello che si può pensare a priori. C’è stato il ciclo dell’Udinese, ad esempio, quello del Palermo, ma in generale è avvenuto che una squadra outsider si è affermata in zona Europa quando a turno una o due squadre delle cosiddette big hanno avuto stagioni deludenti (ad esempio la Juve pre Conte, o l’Inter post triplete, ecc.). I dati dimostrano che non si può ambire stabilmente alle prime cinque-sei posizioni senza accompagnare questa ambizione a corposi investimenti.

L’idea quindi del tifoso granata di voler vedere il Toro lottare per la zona Europa potrebbe essere frustrata a priori se Cairo non si deciderà a voler far crescere il livello di investimenti nel Toro di pari passo con i risultati sportivi della squadra. Ecco pertanto che se partiranno alcuni big della difesa come Darmian, Glik, Maksimovic o Bruno Peres, sarà pressochè impossibile dichiarare di voler puntare all’Europa. Più facile sperare in quel caso in un campionato come quello appena terminato stando alla finestra per approfittare di eventuali colossali flop delle squadre che, sulla carta, ci dovrebbero stare davanti.

Se poi San Ventura  dovesse continuare a sfornare miracoli sportivi allora nulla sarebbe precluso, nemmeno il ritorno in Europa. Ma un Toro da quinto posto per ora resta un sogno difficile da veder realizzato.

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