Presidio e volantini dei poliziotti all’Olimpico

Presidio e volantini dei poliziotti all’Olimpico

di Federico Freni

Dietro la divisa, un uomo. Sotto la corazza un’anima. Oltre il manganello, una mano. Qualunque, comune. E’ la storia di ogni poliziotto, di quello che viene chiamato volgarmente sbirro. Non importa come si chiami, e chissenefrega del suo passato. Sbirro. Un’etichetta che vale un documento d’identità, un macigno sopra la testa di qualunque “casco blu”. Sbirro e basta…

di Federico Freni

Dietro la divisa, un uomo. Sotto la corazza un’anima. Oltre il manganello, una mano. Qualunque, comune. E’ la storia di ogni poliziotto, di quello che viene chiamato volgarmente sbirro. Non importa come si chiami, e chissenefrega del suo passato. Sbirro. Un’etichetta che vale un documento d’identità, un macigno sopra la testa di qualunque “casco blu”. Sbirro e basta – documentano i filmati, colpiscono le pietre, le bombe carta, le armi contundenti ed i cazzotti.

Violenza che si dà e si riceve, incasso ed offensiva, dolore e dileggio, gioco di potere. La vita da sbirro non è una passeggiata. Lo sbirro ascolta, parla, soffre e prega. In silenzio, dietro una maschera, con tutte le difficoltà procurategli dall’immagine che i costumi sociali gli attribuiscono. C’è chi la prende come una vocazione. Chi la patisce. Chi la esercita per campare a mille euro al mese. Cosa sarà mai questo sbirro? Un’icona dello stato di diritto? L’espressione della repressione sociale ? O, più semplicemente, un lavoratore al servizio dello Stato per la sicurezza pubblica?

Ad una settimana dalla tragedia di Catania, abbiamo intervistato Nicola Rossiello, segretario generale provinciale del Sindacato Italiano Lavoratori Polizia (Silp) per la Cgil, cercando di penetrare e capire la condizione del poliziotto, le sue difficoltà ed i timori, approfittando dell’iniziativa che la Silp Torino ha perpetrato nell’occasione di Torino-Reggina, grazie all’ausilio e collaborazione del Torino Fc.

Stamattina, infatti, a partire dalle ore 10, proprio davanti allo stadio, e precisamente in via Filadelfia angolo corso Agnelli, l’organizzazione sindacale promuove un presidio che durerà fino al fischio d’inizio della partita del Toro. Contestualmente, poi, opererà una forma di volantinaggio all’interno dell’impianto, depositando sui seggiolini di alcuni settori un vademecum riguardante le intenzioni e le esigenze attuali delle Forze dell’Ordine.

Nicola Rossiello, il calcio ricomincia dopo la tragedia di Catania e voi prendete posizione, chiedendo a gran voce di essere ascoltati.

“L’esperienza di Catania ci ha segnato. I giorni seguenti ci siamo riuniti a Roma come sindacato nazionale, confrontandoci specialmente con i colleghi catanesi. Abbiamo purtroppo riscontrato alcuni segnali strani e ci siamo voluti attivare immediatamente”.

Segnali strani?

“Si, sebbene l’atteggiamento del governo sia stato abbastanza rigido, ci hanno stupito le parole di Matarrese e la sua ormai triste ma celebre frase – “ Il calcio non si può fermare, i morti fanno parte del sistema” – ritrattata poi frettolosamente quando si è sollevato il coro di proteste. Così come è sembrato particolare l’atteggiamento del vescovo di Catania durante i funerali di Filippo (Raciti) che non ha proferito alcuna parola di condanna sull’evento accaduto. E poi gli immediati festeggiamenti per Sant’Agata, patrona della città, ed il normale svolgimento del mercato proprio nel luogo dove un ispettore di Polizia poche ore prima era stato ucciso. Liturgia e spettacolo hanno voluto andare avanti, camminando sopra la morte. Noi ci opponiamo”.

Con volantini e presidi?

“E’ un primo passo. Per questo voglio ringraziare il Torino Fc che ha collaborato in maniera apprezzabile. Quella della società granata è un’apertura importante alle esigenze dei poliziotti. Abbiamo organizzato tutto molto in fretta ma i dirigenti della società sono stati gentilissimi.
Credo, comunque, che sia interesse primario di tutto il movimento calcistico garantire la sicurezza nello spettacolo delle partite. La nostra è una preoccupazione fondata. Alcune frange estreme delle tifoserie stanno portando dentro e attorno agli stadi una vera e propria lotta contro lo Stato”.

E voi cosa auspicate?

“Che lo Stato si riappropri del territorio e rompa le eventuali connivenze tra le tifoserie e le società di calcio”.

Cosa intendete proporre?

“Vogliamo organizzarci in una forma di circuito dove tutti gli organi preposti alla sicurezza delle manifestazioni sportive si siedano attorno ad un tavolo e concertino determinate soluzioni. E, dato che lo spettacolo – perché è di questo che stiamo parlando – viene realizzato dagli atleti, è giusto coinvolgere anche loro. Non bisogna trascurare un fatto: la maggior parte dei calciatori ha dichiarato che sarebbe stato meglio non tornare a giocare così presto”.

Però il Governo ha reagito prontamente con un decreto legge “lampo”, fomentando polemiche di molti presidenti, tra cui lo stesso Berlusconi, e arrivando al pugno di ferro con la Lega Calcio.

“Bisogna vedere gli esiti a posteriori. Certamente qualcosa è stato fatto ma è necessario intervenire ulteriormente, tentando di scavalcare i poteri forti e venendo incontro alle difficoltà degli agenti che – è bene ricordarlo – sono lavoratori dipendenti preposti a garantire la sicurezza pubblica. Berlusconi? Comprendo la sua posizione come presidente del Milan. Mi limito a rispondere che per fortuna non è più al Governo”.

Che cosa intende per “poteri forti?

“Il disequilibrio della società attuale. Quando la ragione dell’economia, del profitto e del business è superiore alla vita di un uomo”.

Un tema di scontro assai caldo con gli ultras riguarda il Daspo (Divieto di accedere alle manifestazioni sportive per determinati soggetti) preventivo, esteso in questi giorni anche ai minorenni. Come lo giudicate?

“Il Daspo è una misura complessa. E’ uno strumento che può essere utile ma che finora è risultato insoddisfacente. Bisogna lavorare anche su questo provvedimento, nel rispetto e garanzia della libertà dei cittadini”.

Rossiello, come stanno i suoi colleghi? I poliziotti, adesso, hanno più paura di prima?

“No. La paura ha lasciato spazio ad un’amara abitudine. A parte la disgrazia di Filippo, il bilancio della partita di Catania entra, purtroppo, in una fascia di normale routine nella quale alla fine contiamo i nostri feriti. La paura non c’è più. C’è soltanto voglia di lavorare in condizioni di sicurezza. Le soluzioni demagogiche non servono a nulla. Adesso si deve cambiare, ma per davvero”.

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