Cambiare allenatore? Un male italiano che costa caro

Cambiare allenatore? Un male italiano che costa caro

“Non penso all’esonero e questa squadra ha tutto per salvarsi” diceva Cristiano Bergodi al fischio finale dell’ennesima sconfitta per il Pescara. Forse è vero che la matematica concede ancora qualche possibilità, ma di certo per lui invece l’avventura è finita.

 

Il nome del successore…

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“Non penso all’esonero e questa squadra ha tutto per salvarsi” diceva Cristiano Bergodi al fischio finale dell’ennesima sconfitta per il Pescara. Forse è vero che la matematica concede ancora qualche possibilità, ma di certo per lui invece l’avventura è finita.

 

Il nome del successore lo conosceremo questo pomeriggio quando Cristian Bucchi, ex buon attaccante soprattutto in B e oggi tecnico della Primavera biancoblu incontrerà il presidente Sebastiani, mentre buona parte del pubblico preme per un clamoroso ritorno (l’ennesimo) di Giovanni Galeone. Ma sostanzialmente cambia nulla, ché il futuro è segnato e Sebastiani lo ha fatto eloquentemente capire ai suoi tifosi uscendo dal campo ieri.
Certo, se smonti un giocattolino perfetto com’era il Pescara dello scorso anno non ti puoi aspettare altro e forse era pure fatale che la retrocessione anticipata arrivasse a primavera ancora da cominciare. Ma soprattutto è la dimostrazione più chiara di come cambiare sia forse il peggiore dei mali nel calcio italiano. In questa stagione lo ha fatto spesso il Palermo che con il ritorno di Gasperini è al quarto cambio (tre tecnici, ma Gasp due volte) e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Come quelli del Siena con Iachini o ancora come quelli del Genoa che è al suo terzo tecnico e ancora stenta a decollare.
Scosse vere ne sono arrivate poche: quella della Samp con Delio Rossi che al di là dei dubbi caratteriali resta un signor allenatore. O come quella del Chievo che è ancora lì a lottare ma in fondo sta dando modo a Corini di lavorare con tranquillità, mentre per Andreazzoli a Roma i  conti si faranno alla fine. E allora alla fine molto probabilmente bene hanno fatto quei presidenti capaci di tenere duro, per scelta o necessità. Lo ha fatto il Bologna con Pioli, amatissimo dalla piazza. Se vogliamo lo ha fatto pure Urbano Cairo con Ventura visto che al clou del ciclo negativo poco prima di Natale erano diverse le voci di dissenso sul tecnico. Cambiare senza cognizione o un progetto no ha senso. E soprattutto economicamente costa troppo, con la differenza attuale tra A e B anche solo quanto a diritti.

Federico Danesi

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