Genoa-Torino: alle radici del calcio italiano

Genoa-Torino: alle radici del calcio italiano

Guida al Granata in trasferta / Un passaggio essenziale, per il sogno europeo

Cade ai primi di maggio quest’anno la trasferta a Genova, sponda rossoblu. Molti sono gli stimoli che accompagnano i tifosi granata alla sfida di Marassi: dalla classifica al sogno europeo, passando per un rapporto non sempre facile con i tifosi avversari, almeno dallo scioglimento dello storico gemellaggio. Eppure, in questi giorni, la trasferta del Toro nel capoluogo ligure vuol anche dire tornare indietro di anni e anni (più di un secolo)e ricordare l’8 maggio 1898, quando furono i liguri a salire a Torino cogliendo la vittoria del primo campionato di calcio italiano della storia.

Una storia particolare quella del primo campionato, giocato a Torino nell’ormai scomparso velodromo di corso Re Umberto, mentre a Milano il generale Fiorenzo Bava Beccaris sparava palle di cannone su manifestanti accorsi nelle strade protestando contro l’aumento del costo del pane. Storia particolare, dicevamo,sospesa a metà tra passato e presente: se per molti versi, infatti, la sfida del 1898 ha un sapore ancora ottocentesco (basti pensare che si giocò per il cinquantennale dello Statuto Albertino), dall’altro presenta già elementi e spunti che diventeranno parte integrante del mondo calcistico italiano: dalla Federazione – sorta qualche mese prima per organizzare l’evento – alle dispute, negli anni appena successivi, sugli stranieri in campo (il Genoa primo campione d’Italia schierò ben cinque inglesi, altrettanti gli stranieri schierati dai giallorossi della Torinese). Il Toro, fondato solo nel 1906, porta però nel suo DNA – nella sua memoria ancestrale – quelle sfide giocate dalla Torinese, squadra scomparsa proprio per dare alla luce i granata, dopo la fusione con Dick e i fuoriusciti juventini.

Va da sé che quel primo campionato non coincise con le prime partite giocate in Italia: molte già se ne erano disputate e soprattutto sull’asse Torino Genova, vero e proprio itinerario fondativo per il calcio italiano. Nel gennaio di quello stesso anno, per esempio, l’Internazionale Torino (destinata a fondersi con la Torinese) scese a Genova per una partita amichevole con il grifone. La partita finì 1-0 per i futuri rossoblù (allora bianchi), con decisivo gol di Savage. Gianni Brera nella sua Storia critica del calcio italiano rese nota la relazione finanziaria dell’incontro da cui dedusse che «la partita ha avuto ben 154 paganti l’intero biglietto, 23 a tariffa ridotta e 13 portoghesi. Dei 177 spettatori a pagamento , 84 si sono seduti su una sedia in affitto […]. Prima dell’incontro sei persone si sono munite di un biglietto: di queste una sola aveva nome italiano. […] Faceva freddo, era l’epifania, i rinfreschi hanno quindi richiesto una spesa inferiore a quella occorsa per l’acquisto del fischietto nichelato, che era due o tre cannule digradanti e aveva un’imboccatura a linguetta con risvolto, così da potere tenersi stretta sui denti. La tassa spettacolo [inoltre] era infinitamente più modica di oggi».

La trasferta di Genova può essere lo spunto per recarsi a Ponte Carrega, alla ricerca di quello che fu uno dei campi fondamentali, e fondativi, del mito calcistico italiano. Il campo – va detto subito – non esiste più: sorgeva di fianco al torrente Bisagno, che ancora oggi taglia in due la zona di Genova vicino a Marassi. Dallo stadio, risalendo il torrente e superando il cimitero di Staglieno (bellissimo, elegante e malinconico: una sosta obbligata per chi abbia tempo e si trovi in questa parte di città) si arriva ancora oggi al ponte Carrega. Il campo dove il Genoa vinse i suoi primi campionati sorgeva qui e venne abbandonato già nel 1907, per far spazio al gasometro i cui “resti” sono ancora oggi visibili e visitabili (qui si trova infatti un museo dell’acqua e del gas). È rimasto invece il ponte, settecentesco, muto osservatore dei primi passi del calcio italiano così come qualche chiesa, arroccata sulle colline circostanti, riconoscibile nelle vecchie foto d’epoca (quando invece non vi era traccia dei palazzoni civili e industriale presenti oggi). La vita del campo di Ponte Carrega fu quindi breve; tuttavia non mancarono momenti particolari, come per la finale del 1904, quando per consentire ai tifosi (in grande aumento)di assistere alla partita venne effettuato un servizio speciale di tram.

Preso casa in un altro campo, più a nord di Ponte Carrega, il Genoa si trasferì nuovamente nel 1911, sempre sulle rive del Bisagno, in quello che oggi chiamiamo Stadio Luigi Ferraris (ovvero Marassi). Il nuovo stadio fu edificato sui terreni del marchese Musso Piantelli, socio rossoblu, vicino alla sua villa ancora oggi incastrata tra i palazzi di Marassi, il traffico di corso de Stefanis e l’ingresso 2 dei distinti dello stadio. Questa villa che resiste all’urbanizzazione in maniera silenziosa, malinconica e commovente è in realtà un simbolo formidabile, un ponte tra il passato e il presente di questo sport, capace di spiegarci con un semplice colpo d’occhio il passaggio del calcio dai salotti nobiliari alle locande popolari.

Per chiunque viva il calcio con passione, per chiunque abbia mai delirato per questo sport la trasferta di Genova è quindi un passaggio essenziale per andare alla ricerca delle radici del calcio, per conoscerne il suo passato, per capire da dove arriva e quanta ricchezza offra in ogni sua stratificazione.

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