I Campioni del mondo. Visti dai monti

I Campioni del mondo. Visti dai monti

E alla fine ce l’abbiamo fatta. La nazionale più antipatica ha centrato l’obiettivo più insperato mai fissato prima. Come una serie A conquistata solo sul campo dopo una cavalcata magnifica. Erano in pochi a credere nella Lippi band all’inizio dell’avventura, ancora meno erano coloro che speravano di arrivare in finale. Persino più esiguo era il numero di quanti pensavano si potesse…

di Redazione Toro News

E alla fine ce l’abbiamo fatta. La nazionale più antipatica ha centrato l’obiettivo più insperato mai fissato prima. Come una serie A conquistata solo sul campo dopo una cavalcata magnifica. Erano in pochi a credere nella Lippi band all’inizio dell’avventura, ancora meno erano coloro che speravano di arrivare in finale. Persino più esiguo era il numero di quanti pensavano si potesse vincere la finale, ai rigori poi. Quando si sono ritrovati a Coverciano i 25 lippanti avevano contro tutti: tifosi, cronisti, politici, media e la simpatia mondiale era ai minimi storici. I più fantasiosi pensavano al ritiro azzurro come il set di un film: Fort Apache 2006, quasi una Troia post-moderna.

Gli unici a vederli come un possibile barlume di riscatto, anche se incarnavano il peggio del calcio italiano (da Lippi a Cannavaro a Buffon, tutti (ex?) juventini ) erano i nostri connazionali all’estero.

Personalmente ho cominciato a rendermi conto che c’era il rischio, concreto, di giocare la finale quando ho notato che le date di un trekking organizzato un anno fa, in tempi non sospetti, facevano coincidere la finale con il momento di maggior lontananza da ogni forma di comunicazione tecnologica presente in Piemonte: una valle laterale della Val di Gesso. Poco sopra un casone di caccia dove i re (seri) di un passato remoto trovavano il modo di portare a casa sempre qualcosa. La cosa più stupefacente è che il numero dei partecipanti non si è ridotto dopo la doppia sequenza di colpi gobbi di Grosso e Del Piero, lo juventino più bandiera visto dai tempi di Boniperti, quindi degno di un minimo di rispetto. La simpatia è un’altra cosa.

Diciamola tutta: se c’era un tecnico in grado di portare la nazionale in finale, motivando in un modo o nell’altro i 22 milionari (arrivando all’occorrenza ad appenderli al muro) quello era l’uomo del “gol-non gol” che Agroppi continuerà a maledire nei secoli dei secoli per lo scippo di più di trent’anni fa. Arrivare in finale non vuol dire però vincerla. Ma questo è il 2006, anno strano e fortunato: il Toro che va in A, come sappiamo, le Olimpiadi a Torino, i post-comunisti che vincono le elezioni per una manciata di voti, forse addirittura la Juve in B. E poi una sottosezione del più vecchio Club Alpino Italiano della penisola (quello di Torino) che riscopre il trekking, dopo mezzo secolo di silenzio. Per la legge dei grandi numeri si poteva pensare a una vittoria: Lippi ha perso la maggior parte delle finali disputate, l’ultima proprio su rigore, dopo che, con lo stesso, maledetto, modo l’aveva vinta. Grazie ai piedi di due terzini, fra l’altro: uno era Pessotto, l’altro era uno dei suoi attuali vice. E meno male che i campioni sono quelli che hanno numeri importanti (il 10, il 7, l’8, il 9, l’11), nomi altisonanti quanto i conti in banca (Totti, Toni, Inzaghi, Gilardino). Eppure ce l’abbiamo fatta rimediando il gol dell’ex-pigiama più temuto, grazie a uno dei personaggi più detestati dalle tifoserie di mezzo mondo, ma anche più umano di tutti: quel Marco Materazzi che fece vedere le streghe a più di un granata durante lo spareggio con il Perugia. Così nel silenzio di un mondo a parte popolato da camosci, vesciche e…francesi in esilio, LA notizia è arrivata, portata dal gracchiare di una vecchia radio, incapace di mantenere lo stesso segnale per più di due minuti consecutivi. La voce del bravo Antonello Orlando ha scandito: “Grosso”, bzzz, “è un rigore fondamentale”, bzzzz, “ “Campioni del Mondo, Campioni del Mondo !!!”.

La quarta coppa del mondo dell’Italia, è planata in queste lande con l’allegria di un uragano di follia, grazie anche al “sacrificio” di un giovane tifoso innamorato dell’Italia, al punto da esporre il tricolore sullo zaino a guisa di mantello per tutta la tre giorni di traversata dall’Italia alla Francia (!) e ritorno, sfidando impunemente la cabala, gli energumeni e le matrone francesi armate di un senso dell’ironia così feroce da lasciare persino un bollino ricordo sotto forma di livido alla nostra capogita. “Pardon, non l’ho vista” ha detto la Madame dopo il fattaccio consumatosi, casualmente, dopo un paio di battute goliardiche durante la salita della domenica mattina. E alla fine, a distanza di ore, è stata vendetta: fredda, gelata, carogna giunta al termine di una partita che, onestamente, la Francia non avrebbe meritato di perdere. Eppure alla fine una nazionale partita per un viaggio simile al nostro fatto di una salita dopo l’altra, alternata da un saliscendi quotidiano, ce l’ha fatta, rispettando i canoni completi dell’italianità e della granataggine totale: soffrire, soffrire, soffrire per vincere. Per le marmotte e i camosci non è cambiato nulla. Per il nostro P.I.L forse qualcosa sì, per i giudici della Corte di Appello Federale ci auguriamo che siano solo trascorse 24 ore in più

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