Lettera aperta a Giampiero Ventura

Lettera aperta a Giampiero Ventura

Tackle / La rubrica di Jacopo Di Miceli: che come tanti non aveva mai visto il Toro in Europa…

Caro Giampiero,

ti scrivo in quella che è di sicuro la settimana più entusiasmante da quando sono un tifoso del Toro, ovvero da quando io ricordi. Come sai, essere granata significa appartenere a una fede del ricordo. O forse sarebbe più corretto parlare, fellinianamente, di amarcord. Immagino infatti che lo stadio Olimpico di Torino sia il luogo con la più alta concentrazione di fatalisti al mondo, un bizzarro punto di incontro per gente con un comune retroterra di delusioni e amarezze, ma che per qualche ragione riesce con amara ironia a estrapolare dal passato un barlume di speranza per aspirare a un futuro meno fosco.

Col tempo, però, i ricordi più dolci si sono affievoliti, e nella bilancia emotiva del tifoso è stato sempre più difficile compensare il dolore di una retrocessione con la fotografia ingiallita di uno scudetto ormai lontano. Nel calcio ogni anno corrisponde ad almeno tre della vita reale. È come se fosse passato più di un secolo da Pulici e Graziani, e almeno 200 anni dal Grande Torino. La storia si offusca e si perde nel mito. Scherzi della percezione. Così, anche i più giovani, quando raccontano le travagliate vicende degli ultimi venti anni granata, sono come anziani che rievocano i tempi bui e poveri della loro gioventù. Mi perdonerai, quindi, se mi permetto di richiamare alla mente due dolorosi anniversari.

Il primo risale a esattamente venti anni fa, il 1995, quando sotto i colpi di Calleri si sfaldavano le ultima vestigia del Torino che tutti conoscevano: nel corso di quell’estate partirono i migliori giocatori della squadra che per ultima riuscì a vincere un derby. Al loro posto arrivarono onesti e mediocri pedatori, segnando una mutazione genetica che temevo definitiva: la trasformazione del Toro in un club qualsiasi, un degradante sistema di porte girevoli in cui si alternavano mercenari in mutande scelti senza nessuna progettualità, ma unicamente allo scopo di ambire a una salvezza dignitosa o a una sofferta risalita nella massima serie. Al termine di quella stagione la squadra scese in Serie B. Fu la prima e purtroppo non isolata retrocessione cui assistetti.

La seconda ricorrenza è quella del fallimento del 2005, che fu una sorta di morte attesa dopo una lenta agonia decennale. Attorno al capezzale si accalcarono profittatori di ogni risma, smaniosi di associare il proprio nome a una storica società, come parenti sconosciuti che non vedono l’ora di gettare le mani su una grossa eredità.

Mi accorgo ora di poter risultare melodrammatico alle orecchie di qualcuno. In fondo si tratta solo di uno sport, direbbero i profani non iniziati alla sacralità del calcio. Le priorità sono altre, ed è vero, eppure un’attrazione segreta ci rapisce ogni domenica, in una pausa talvolta masochistica dagli affanni della monotonia quotidiana. Si fa fatica a comprendere cosa induca una persona a desiderare di agitarsi, fremere, infervorarsi per 90 minuti, senza alcuna certezza di poter gioire. C’è sempre una metà che perde nel calcio, e talvolta è come se a perdere fossero entrambe. Allo stadio, per usare le parole dello scrittore Nick Hornby, «ciò che mi colpì fu proprio quanto la maggior parte degli uomini intorno a me odiasse, veramente odiasse essere là. Per quel che riuscivo a giudicare, nessuno sembrò trarre piacere, nel senso in cui io intendevo la parola, da niente di ciò che accadde in tutto il pomeriggio. […] Che cos’altro avrei potuto aspettarmi da Highbury? Ma sono stato negli stadi del Chelsea, del Tottenham e dei Rangers, e ho visto la stessa cosa: che la condizione naturale del tifoso di calcio è l’amara delusione, indipendentemente dal risultato».

Anch’io, però, ho capito una cosa in questi anni: che vale la pena soffrire a lungo davanti a una partita soltanto per i pochi attimi spensierati che seguono un goal della tua squadra, in una sintesi suprema di ogni forma di riscatto.
Nel caso del Toro, ad ogni modo, c’è qualcosa di più del semplice sollievo liberatorio che si prova quando la palla entra nella porta avversaria, e tuttavia non ho ancora pienamente dipanato questo mistero. Una dimensione onnicomprensiva che si salda metaforicamente con la vita. Come spiegare altrimenti le tragedie che ciclicamente si abbattono su una società di calcio in apparenza ordinaria? Quasi non ci si crede a sentirsi raccontare le casualità che hanno condotto il Grande Torino, la più forte squadra dei suoi tempi, a schiantarsi a Superga, o l’ironica fatalità che portò il futuro presidente a investire un giovane campione, probabilmente destinato a diventare quello che Best fu per il Manchester United. Nella storia del Toro si riconosce l’imperscrutabile mano del destino, la stessa che tocca le nostre vite.

Non è da tutti scegliere consapevolmente questa via di sofferenza. Ci sono stati momenti in cui abbiamo rischiato di perdere per strada un’intera generazione. Dall’altra parte della città c’è un club con molti più scudetti appuntati sul petto, un club per cui vincere non è importante ma l’unica cosa che conta. È una filosofia seducente, che contrappone successo e supremazia alla normalità in cui siamo immersi, ma soprattutto promette una consolazione temporanea dai dispiaceri di tutti i giorni. Come resistervi? Come può un bambino non rimanerne affascinato?

Per questo non si diventa del Toro per scelta, ma per eredità. È un ancestrale rito collettivo che si trasmette di padre in figlio (o di madre in figlio, come nel mio caso), fatto di martiri e pellegrinaggi, inni sacri e allegoriche offerte sacrificali. È una tradizione orale che si tramanda come gli antichi miti e si intinge del romanticismo delle leggende. Non può sopravvivere se non rimane nessuno a testimoniarne il passato che fu, e il timore che tutto questo si smarrisca – nel clamore di un’epoca che stride con l’anima premoderna granata – spinge a buttare su carta i ricordi, a consegnare la memoria all’eternità. Non è un caso che la letteratura sul Toro sia la più estesa che esista su una squadra di calcio. Vi si avverte tutta l’urgenza di non dimenticare, la necessità che anche chi verrà dopo di noi possa sapere e ricordare.

Il ricordo, appunto. Di questa settimana, caro Giampiero, rimarranno i ricordi. Ci hai insegnato che esiste poesia non solo in una dolce parabola che si spegne perfetta dentro la rete, ma anche in un contrasto irruente di Gazzi, o in uno scavetto malizioso di Vives. Chi lo avrebbe mai immaginato. Hai ridato lustro a un mito impolverato, e di questo ti ringrazio, perché non avrei potuto sopportare ancora a lungo che la mia nemesi peggiore rispondesse al nome di Sandro Tovalieri o a quello del Castel di Sangro. Ora, se capitasse, avrò l’onore di sostituire questi nomi con quelli di Hulk e dello Zenit San Pietroburgo. Il calcio è una magnifica storia romanzesca ma per coronarla abbiamo bisogno di antieroi all’altezza.

Caro Giampiero, hai a che fare con una generazione che non ha mai visto il Toro in Europa. Io non l’ho mai visto. Siamo tifosi soltanto perché c’è chi ricorda per noi. Ma ora, dopo Bilbao, hai regalato anche a noi qualcosa da ricordare.

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