Milan-Torino: trasferta in una città dalla doppia personalità.

Milan-Torino: trasferta in una città dalla doppia personalità.

Guida al granata in trasferta / La rubrica di Roberto Voigt

Milano è una città dove si può trovare di tutto. E non solo in questi ultimi anni. Da sempre. Milano è stata un grande bazar, un emporio piantato nella padana dove far transitare le merci, le idee e gli eserciti dal mare all’Europa e viceversa. I romani ne hanno fatto una capitale dell’impero, Costantino qui decise di non ostacolare i culti cristiani (aprendo di fatto a una nuova epoca nella storia dell’umanità) mentre i longobardi la snobbarono, preferendogli Pavia. In secoli più vicini a noi francesi e spagnoli si azzuffarono per contendersela mentre gli austriaci di Maria Teresa la riplasmarono dandogli quella connotazione di città elegante che Milano ancora oggi vanta. Una città profondamente esterofila – per necessità e virtù – dove molto spesso sono stati gli stranieri a fare da protagonisti. Non fa quindi strano pensare che la nascita del Milan si debba in buona parte a britannici, ritrovatisi la sera del 13 dicembre 1899 all’Hotel du Nord per fondare la squadra rossonera con alcuni italiani.

Come già per altri casi (viene subito da pensare al Genoa) il nome della nuova squadra è rigorosamente britannico, così britannico da far accapponare la pelle, qualche decennio più tardi, ai gerarchi in camicia nera che obbligheranno la compagine milanese a cambiare nome in Milano. Eppure Milan (o meglio Milàn) è anche il nome della città in dialetto lombardo e in molti dialetti del Nord Italia. Fatto strano, cortocircuito semiotico importante.  Una sorta di rovesciamento popolaresco della dimensione cosmopolita cui la città sembra condannata già da sempre. Una dimensione popolaresca che il Milan acquisì abbastanza facilmente: dopo le fiammate dei primissimi anni i rossoneri divennero in città la squadra dei casciavit, dei popolani che abitavano nei quartieri popolari, sui ballatoi delle case a ringhiera. Operai e manovali che si ritrovavano la domenica a tifare una squadra che non vinceva mai (per 44 anni, fino al 1950-51, il Milan non riuscì a laurearsi campione d’Italia) in uno stadio – San Siro – lontano chilometri dal centro cittadino; il tutto  mentre i più ricchi cugini nerazzurri spernacchiavano successi e campioni dalla centralissima Arena napoleonica (riconvertita a uso calcistico).

Furono ancora gli stranieri a fare grande il Milan, a rompere la maledizione e a vincere il primo, agognatissimo scudetto dai tempi della Belle Epoque. I tre svedesoni del trio Gre-No-Li, furono capaci di rilanciare il club rossonero eguagliando quegli inglesi che lo fondarono. I campioni svedesi cedettero poi il campo agli Schiaffino e ai Maldini: seguirono i due cicli eroici di Nereo Rocco, un austriaco di Ceco Beppe nella città di Maria Teresa. E qui ancora una volta notiamo come il passo tra Milan e Milàn sia veramente breve: il Milan di Rocco e di Maldini, squadra diventata simbolo del catenaccio e del gioco all’italiana, ci riporta immediatamente a una dimensione paesana, dialettale del calcio, di una lingua metà triestina e metà meneghina (e quindi efficiente e pratica, come il calcio all’italiana).

Questo brevissimo excursus sulla storia del Milan può essere significativo se confrontiamo squadra e città. Il Milan ha fatto nozze felicissime con i propri campioni stranieri (basti pensare alla falange di palloni d’oro accorsa alla corte di Berlusconi) senza però mai riuscire a superare la propria dimensione gergale, consacrando autentici campioni popolari – su tutti Rino Gattuso – anche nel calcio globalizzato del terzo millennio. Allo stesso modo Milano, capitale morale svergognata nei giorni di Tangentopoli, è cambiata velocemente negli ultimi anni immaginandosi sempre più come una città europea. Il nuovo quartiere di Porta Nuova, vicino alla stazione Garibaldi, ha ridisegnato completamente lo skyline della città meneghina, attraendo l’occhio con progetti usciti dalle penne di archistar e pensati per impressionare. Eppure, a rischio di passare per tradizionalista, chi scrive queste righe continua a pensare che questi nuovi edifici non esprimano al meglio l’essenza di Milano, da ricercarsi invece nei suoi tratti più nascosti, gergali e dialettali, quali quelli mostrati timidamente da piazza Sant’Eustorgio o da piazza Sant’Ambrogio. Ancora una volta, anche in questi nuovi interventi urbanistici, a fare la parte del leone è sempre la Milano transnazionale, la Milano costantemente immemore della propria storia. Eppure questa Milano di specchi non è ancora riuscita a sopprimere la Milano di mattoni scuri; la città della tradizione e la città che guarda oltre le alpi continuano o coesistere l’una nell’altra, l’una contro l’altra come sempre è stato fin dall’alba dei tempi.

“Chi volta il cul a Milan, volta el cul al pan” diceva un vecchio proverbio milanese, ed è oggi più che mai un monito per tutti, per città e squadra. Con il giusto mix di dialetto e di inglese il Milan ha realizzato squadre forti, imbattibili, capaci di esprimere momenti di vera eleganza racchiusi nella perfezione di un lancio di Rivera, in una discesa di Maldini (figlio!) o con una chiusura di Nesta (altro bel prodotto gergale, ma di un’altra città). Quasi fosse legata allo stesso filo la città di Milano, a sua volta, ha dimostrato il meglio del proprio potenziale ripensando la sua stessa tradizione, lavorando per ridare vitalità ai Navigli e recuperando la Darsena. L’essenza di Milano è quindi una costante tensione tra le sue due anime;  “voltare il cul” a uno dei due elementi che la compongono non serve a molto, solamente accentandoli insieme – come una doppia personalità – si può capire Milano e il suo infinito paradosso.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy