Ho fatto sei! – 2)

Riassunto puntata precedente

Anacleto è un tifoso del Toro al quale la vita ha voltato le spalle.
Dopo aver divorziato, gli è stata negata per anni la possibilità di vedere il figlio, Tomino. sotto il peso di false accuse, mosse con abilità dall’ex moglie e dal suo nuovo uomo (l’Avvocato).
E’ vittima…

di Redazione Toro News

Riassunto puntata precedente

Anacleto è un tifoso del Toro al quale la vita ha voltato le spalle.
Dopo aver divorziato, gli è stata negata per anni la possibilità di vedere il figlio, Tomino. sotto il peso di false accuse, mosse con abilità dall’ex moglie e dal suo nuovo uomo (l’Avvocato).
E’ vittima dell’arroganza e dei furti del giovane truzzo (Kevin Giumurro) che abita di fianco al suo misero appartamento, il suo lavoro viene usurpato e sottratto da una vistosa e belloccia arrivista (Aperitiva), il cui pregio maggiore è di avere una relazione col suo Responsabile (Aperitivo).
L’anziana mamma, infine, è ricoverata in una fatiscente casa di riposo (Villa dei Glicini), dove la Responsabile senza scrupoli (dottoressa Bernuffia) ricorre a metodi odiosi per sedare i pazienti più sofferenti.
Quando tutto sembra volgere verso il piatto disfacimento, e una pistola giace sul tavolino di fronte a lui, pronta per mettere la parola fine a una storia dal finale inevitabile, le immagini della televisione mostrano la combinazione vincente del Superenalotto.
I suoi numeri sono usciti.
Tutti e sei, dal primo all’ultimo.
E’ diventato multi-milionario.
Passano i giorni e le settimane. Quando Anacleto finalmente si mette in moto per riscuotere la vincita, aiutato dagli amici della sua gioventù (Acido e Spino) e si reca a Villa dei Glicini per prelevare l’anziana madre e portarla via, è ormai troppo tardi.
La donna si è spenta pochi minuti prima.
Al funerale della donna partecipano poche persone, tra cui Tomino.
Il padre comprende che il ragazzo è in crisi e cerca di saperne di più.
Capisce che è stata Deborah (con l’h”). L’ha lasciato durante le vacanze estive.
Anacleto vorrebbe parlargli, ma ancora una volta il ragazzo fugge via.
Passa del tempo: due mesi dopo, sono quasi ultimati i lavori per la
costruzione di un ipermercato su quello che era lo Stadio Filaldelfia.
Un gruppo di tifosi scuote la testa, mentre una Porsche nera esce dal cantiere e scompare con un rombo in lontananza.

 

Seconda puntata

Le strutture del cantiere sarebbero state abbattute in pochi giorni e l’Ipermercato avrebbe avuto la sua inaugurazione ufficiale.
Irrispettose del passato di quel luogo, che aveva ospitato lo Stadio Filadelfia, le autorità politiche avrebbero presenziato in massa all’inaugurazione del centro commerciale, per il quale la proprietà (si parlava di una multinazionale, ma nessuno conosceva i dettagli precisi), non aveva badato a spese.
Enormi teloni ricoprivano quelli che dovevano essere i muri portanti e l’intera struttura era nascosta, neanche custodisse un segreto militare, di cui nessuno doveva sapere nulla.

 

Deborah, l’ex ragazza di Tomino. era già scesa dalla scala esterna della scuola e cianciava con le amiche, probabilmente vantandosi ancora della sua conquista estiva, un truzzone fustagnone aspirante tronista, che abitava ahilei in un’altra città. Con la coda dell’occhio Deborah cercava con indifferenza di capire se fosse nel mirino dei ragazzi che stavano uscendo ed in particolare se Tomino la guardasse ancora e stesse ancora male per lei.
Cosa che un po’ la divertiva e in parte la inorgogliva.

Lui la vide da lontano e spostò lo sguardo fingendo indifferenza, cercando di abbozzare un sorriso verso tutti e nessuno, mentre il magone lo consumava dentro.
Improvvisamente un rombo assordante in avvicinamento catturò l’attenzione generale.
Un bolide nero sbucò in corsa da una strada laterale e puntò verso la scuola.
I ragazzi, a metà tra lo spaventato e l’incuriosito, si allontanarono in fretta dalla strada e si radunarono sul marciapiede.
La vettura, una Porsche dai vetri scuri, compì un testacoda con gran stridore di freni, ed andò a fermarsi volontariamente di fronte a Tomino.
L’intera scuola osservava a metà tra la curiosità e l’ammirazione.
Deborah guardava con la bocca aperta.
– Il vetro laterale del guidatore si abbassò di qualche centimetro.
Sali – fece una voce dall’interno
– Mah… – Tomino era bianco.
– “Mah” un c… Non farmi diventare maleducato. Sali e basta.
Tomino salì in macchina tremante.
La Porsche dapprima salì di giri, poi partì ruggendo con grande stridore di gomme, lasciando dietro di sé fumo, lo stupore dei ragazzi e un senso di invidia e rabbia da parte di Deborah.

 

– Papà, mi spieghi cosa… –
– Taci.
– Mah… hai rapinato una banca?
Anacleto indicò il piccolo spolverino posteriore.
Tomino non le aveva notate.
Due bellissime e ammiccanti ragazze, una bionda e l’altra bruna.
– Ti presento Tatjana e Alina. … – Tomino si spaccò gli occhi e quasi gli si fermò il respiro.
– Non morire – lo incalzò il padre – Sono due p…   due perfette amiche per quella che sarà la tua serata di stasera.
– Serata di stasera? – Tomino scosse la testa incredulo. Quale serata? Mia madre non mi lascerà mai uscire! E poi cosa sta capitando? Ti presenti tutto tirato e griffato con occhiali scuri, su una Porsche con due… due gnocche da paura… il ragazzo arrossì – Sei sicuro di star bene?
– Ascoltami, non c’è tempo da perdere – disse Anacleto, cambiando canzone nel CD della vettura – Ho bisogno di sapere dove passerà la serata la tua Deborah…
– La mia Deborah?
– Sei diventato un pappagallo? Ci vuole tanto? Allora, dove se ne va quella t…p… insomma, quella brava ragazza!?
– Non so più niente di lei… probabilmente andrà alla Movida in Piazza Vittorio…
Anacleto alzò lo sguardo al cielo. Andavano tutti lì.
– Papà… non puoi cambiare musica e mettere qualcosa di più moderno…? – disse Tomino con una smorfia.
– Che c’è? Non ti piacciono Crosby, Stills e Nash? Ah, c’era pure Young… che anni…!
– No…- rispose Tomino, senza riuscire a togliere gli occhi dalle generose curve, artificiali o no che fossero, delle due ragazze – mi sembra musica vecchia…
– Oddio…! – Anacleto alzò gli occhi al cielo… – E cosa ti piace allora?
Ligabue! E’ uno in gamba… Ti piace Ligabue? Non sono ancora riuscito ad andare a un concerto…
– Come no! – Anacleto si trattenne morsicandosi la lingua.
Ligabue! Secondo lui su 300 canzoni, 299 erano tutte uguali.
– Sai… l’Avvocato è molto rigido in fatto di uscite. No facciamo parte della Torino bene e non possiamo mischiarci a…
Anacleto tirò il freno a mano e mise la macchina di traverso in mezzo alla strada. Si girò verso il figlio, fissandolo da dietro le lenti fotocromatiche. – Basta dire stronzate, ora! Voglio che stasera tu vada dove si reca Deborah, con questa macchina e con loro due- indicò Tatjana e Alina, che non capivano una sola parola di italiano. O forse le poche essenziali.
– In quella busta nel cruscotto c’è qualche spicciolo per le bevande. Fatti vedere da lei. Passale davanti più volte. Ok? Farai un figurone.
– Spicciolo? Ma qui c’è… Papà che è successo? – Tomino contò i soldi presenti nella busta – Ti sei messo a spacciare? E poi mi dovrai aspettare in macchina….
– Non hai capito – disse seccamente Anacleto – Sarai tu a guidare!
L’uomo scese dalla macchina lasciando le chiavi al figlio.
– Ma io non so guidare!!!
Anacleto si allontanò a piedi facendo spallucce.
Poi si voltò e tornò a fissare il figlio, che sembrava uscito da un film di Dracula.
– A proposito, Deborah, con l’”h”, vero?
Tomino scosse la testa – Non solo. Anche con due “b”….
Sapevo io – brontolò Anacleto, poi si allontanò.
Tomino lo guardò. Per la prima volta in vita sua divertito.

 

Alle sette di mattina gli telefonò il suo amico Spino dalla Centrale (destino curioso per uno come lui lavorare in Polizia dopo tutte le marachelle della gioventù), dicendogli che solo grazie ai suoi buoni uffici erano riusciti a non arrestare il ragazzo.
A mattina inoltrata aveva imboccato una curva a velocità spaventosa in collina, a bordo della Porsche, ed era finito nella piscina di una villa. Inutile dire che la macchina era andata distrutta.
Un istante più tardi aveva sentito la voce della moglie, dopo anni.
Gli aveva telefonato per insultarlo.
Disse che non sapeva che cosa fosse capitato, ma che quella Porsche era intestata a lui, e l’avrebbe pagata cara, oh, sì, che l’avrebbe pagata cara. E non avrebbe più rivisto suo figlio una volta per tutte.
Urlava come un’indemoniata. Diceva che sarebbe stato l’Avvocato a sistemare tutto.
Un tempo Ancaleto si sarebbe arrabbiato. Ora invece pensò al figlio e riattaccò.

 

Due giorni dopo Tomino tornò a scuola.
L’Avvocato mandò uno dei suoi scagnozzi, Tony Allocco, un energumeno corpulento, arrogante e somaro, a prelevarlo, affinché il ragazzo non potesse più avere contatti col padre, qualora si fosse ripresentato di fronte all’Istituto.
Ovviamente Tomino era diventato una star a causa della storia della Porsche e persino Debborah (con 1 “h” e 2 “b”) lo spiava infastidita di nascosto.
A metà della mattinata del giorno seguente, un bidello portò in classe una busta per lui, dicendo che “era stata lasciata da un lontano parente morente”.
Aveva detto così “parente morente”, e per dire questo era stato convinto con una buona lubrificazione da Spino sotto mentite spoglie, presentatosi in Segreteria per conto di Anacleto.
“Parente morente”.
C’era una sola persona tanto deficiente da giocare con le parole a quel modo, pensò Tomino: suo padre.
Aprì la busta mentre il professore si dilettava in una interessantissima spiegazione di latino: all’interno c’era una chiave in plastica nera ed un biglietto con la calligrafia del genitore.
E’ quella gialla. Non fare lo stronzo questa volta.

 

La vide all’uscita.
Proprio mentre Debborah si stava avvicinando per tentare un indifferente riavvicinamento, dopo averlo visto avvinghiato a quelle due … non le veniva in mente un termine soddisfacente.
Di fronte alla scuola. Tutti la guardavano.
Una Lamborghini Alar.
Gialla appunto.
Sulla sinistra la Jaguar di Tony Allocco accostò al marciapiede ed il bisonte fece per scendere.
Ma un furgone, alla cui guida era Acido, l’altro amico di Anacleto, sopraggiunse fermandosi a ridosso della portiera della Jaguar, bloccando il conducente all’interno.
Allocco, sentendosi un fesso e cominciando a capire che il suo cognome non era stato piazzato lì per caso, cominciò a sbattere la portiera contro il furgone, senza tuttavia riuscire a liberarsi.
La portiera della Alar si aprì come l’ala di un gabbiano.
Entra.
Suo padre era seduto di fianco al posto guida.
Questa volta Tomino non fece storie.
Entrò nella Alar, mise in moto utilizzando la chiave nera ed entrambi scomparvero tra nuvole di fumo lasciate dai pneumatici.
Debborah si sentì sconfitta.

 

– Non sfasciare anche questa, stavolta – disse Anacleto
– No… è che ero su di giri, sai… quelle due…
– Giusto! Come è andata con Alina e Tatjana?
– Mah… papà, mi è venuto il dubbio… non le avrai mica pagate per…
– Ma no, che cosa vai a pensare…
– Ah… bene, comunque sono due in gamba.
– lo credo, con quello che… – si lasciò sfuggire Anacleto – ehm.. volevo dire “Con quello che lavorano”, sai il mondo della moda… – l’uomo si maledì.
– Però, sai papà… l’altra notte con quelle due… mi è sembrato un po’ di tradire… Deborah…
Figlio degenere! – esclamò Anacleto – vuoi dire quella con l’”h”.
– Sì, quella anche con due “b”.
– Guida, non voglio sapere queste cose… Come fai a pensare di tradire una persona che ti ha scornazzato per tutta l’estate?
Anacleto si voltò verso il figlio e ne lesse l’espressione ferita.
– Scusami… non brillo per sensibilità alle volte….
– Dove andiamo? – chiese Tomino fingendo indifferenza – E se ci fermano? E se la mamma e l’Avvocato ci inseguono… ?
– E se mia nonna avesse avuto le ruote? Adesso io sarei una carriola, e tu un triciclo! Prendi l’autostrada, al resto penseremo dopo.
– Però. Papà…
– Sì…
– Non possiamo mettere Ligabue?
Sì, metterlo sotto…
– Ma no! Ma che hai capito…

 

La casa, di recente costruzione, si affacciava sulla Riviera di Ponente.
– Continuo a pensare che tu abbia rapinato una banca – disse Tomino, grattandosi i capelli a punta.
La grande casa aveva una vetrata che si apriva su una terrazza sul mare.
– L’ho comprata due settimane fa… – disse l’uomo, anche se il mio sogno è acquistarne una in California, una villa che si affacci sulla baia di San Francisco… Ci siamo stati io Acido e Spino, quando eravamo giovani, sai? Siamo stati ospiti di Miss Rigby e del signor Mckenzie e… ma che sto dicendo…? Come vedi ho portato tutto qui per il momento. Ci sono anche i dischi che tu disprezzi tanto. E poi… – fece una pausa ad arte. Sfilò le chiavi dal taschino e le lanciò al figlio. – L’ho intestata a te. Tra due anni quanto ne avrai 18, sarà ufficialmente tua. Ma puoi venirci quando vuoi, anzi, ti spiace se io ogni tanto ci faccio un salto?

 

Anacleto si mise al volante lungo il viaggio di ritorno, Tomino si perse nei suoi pensieri increduli.
Perché fai tutto questo? – chiese al padre.
– Perché voglio passare un po’ di tempo con te… hey, il tuo cellulare continua a suonare…
– Sarà la mamma. Anzi, con questi congegni GPS è un miracolo che non ci abbiano ancora trovati…
– Spegnilo allora, così stiamo tranquilli.
– Io non dovrei essere qui con te! – esclamò il ragazzo – Mia madre mi ha detto che quando ero piccolo tu…
Anacleto inchiodò. La Lamborghini rimase immobile sulla corsia di sorpasso dell’autostrada.
– Guardami negli occhi.
Ma papà! Che fai…?
– Guardami negli occhi.
Le auto sfrecciavano sbandando lungo l’autostrada per evitare la vettura ferma ed i clacson sembravano voler entrare nell’abitacolo. In lontananza si avvicinava un tir in fase di sorpasso.
– Papà, per l’amor del cielo, accelera…!
– No. Rimarremo qui. Sono disposto a farmi uccidere se tu non mi crederai.
– Papà, accelera!!!!! Andiamocene da qui! Tu sei pazzo!!!
Il camion cominciò a suonare e a sbandare in lontananza.
– Mi credi?
– Andiamocene!!!
– Mi credi?
Il camion, stretto tra la lenta vettura alla propria destra ed il guard rail, toccò quest’ultimo nella freanata disperata, provocando una serie di scintille.
Il clacson era n ruggito di un animale che attacca per paura.
– Mi credi?
Sì… TI CREDO! Andiamo viaaaaa!!!!!!!!
Anacleto schiacciò a tavoletta. La Lamborghini ruggì, il camion fu sul punto di inghiottirla, ma il bolide, dopo un eterno istante di niente, scappò via.

 

Anacleto parlò dopo quasi un’ora di silenzio, mentre la strada scorreva pigra.
Sbagliai, fu un pessimo padre e un marito terribile. Ebbi una relazione con una ragazza, ai tempi del nostro matrimonio. Tua madre lo venne a sapere e mi cacciò di casa – rallentò il proprio discorso – Non posso tornare indietro nel tempo e non ripetere quello che fu. Quello che non sapevo era che lei avesse già da tempo una storia con un altro uomo. L’Avvocato appunto! Lo venni a sapere dopo tanto tempo… Feci uno più uno.
Quella fu la sua occasione per liberarsi di me. E per farlo definitivamente, aveva bisogno di inventare qualcosa… Credo sia stata un’idea dell’Avvocato. Probabilmente ti fecero dire delle cose a un giudice e…
Io… non ricordo nulla… – disse Tomino, ancora pallido e sconvolto.
Anacleto guidava lentamente: – So di non essere stato un buon padre, ma se ho commesso una colpa, ho pagato ben più del dovuto… Non siamo mai stati veramente insieme – fece una pausa – Mi credi ora?
Il ragazzo non rispose.
– Dove andiamo adesso? – disse.

 

La macchina svoltò in un enorme spiazzo erboso, completamente deserto.
Anacleto e Tomino si incamminarono verso un gigantesco palco illuminato, come quelli dei concerti rock.
Scesero dalla macchina e si incamminarono verso la struttura.
– Mah… che roba è questa? Perché non c’è nessuno?
– Un attimo di pazienza – rispose Anacleto – Sediamoci qui, proprio di fronte. Non capita tutti i giorni di avere uno spettacolo tutto per sé…
Quando ebbe detto quelle parole, le luci del palco si spensero.
Prima fu il suono della batteria.
Poi delle luci intense e roteanti.
E poi fu la musica.
– Ma.. ma… ma è Ligabueee!

Anacleto lesse il labiale del figlio nei lampi di luce. Sorrise senza rispondere.
Un concerto tutto per lui. Non c’era voluto molto ad organizzarlo
E Luciano, lui ne era certo, avrebbe suonato anche Certe Notti, che era l’unica, tra le trecento, che gli sembrava decente.

 

– Allora, com’è Luciano? E’ simpatico?
Tomino emanava felicità da tutti i pori.
– E’ un grande…! Mi ha lasciato addirittura il suo numero di telefonooo. Ha detto di chiamarlo quando voglio. Domani lo racconterò a scuola e… già… ma nessuno mi crederà! – Tomino mutò la propria espressione – Papà, ma come hai fatto a…
Anacleto mise in moto la vettura sorridendo. Il figlio lo guardò sorridendo furbamente.
Il sei al Superenalotto! Vuoi vedere che…
– Sai giocare a pallone? – cambiò discorso il padre in modo deciso?
– Hhhm, sì… Sono un portiere… perché?
Perché domani sera abbiamo una partita…

 

L’Avvocato si era mosso per presentare denuncia contro Anacleto, ma quest’ultimo ormai aveva i mezzi per difendersi da tutti.
Il problema semmai era fare uscire di casa Tomino, minacciato e rimproverato anche fisicamente dal patrigno.
Alle 18:00 due poliziotti suonarono alla casa della famiglia, chiedendo loro gentilmente di seguirli in Centrale per una deposizione del ragazzo sulla giornata precedente.
Nessuno obiettò nulla, tanto meno la madre di Tomino, che aveva individuato una certa familiarità nei due personaggi.
Una volta in centrale, la mamma e l’Avvocato, vennero fatti accomodare in un salottino, mentre i figlio fu condotto a deporre.
Chiusa la soglia, Tomino si ritrovò di fronte Anacleto.
– Ottimo lavoro – disse ai due poliziotti, che sorrisero sotto i loro travestimenti.
– Fate in fretta – disse Spino – o altrimenti questa volta vado nei pasticci sul serio!
Acido rise, mentre papà e figlio si allontanavano dalla centrale.

 

– Papà, dove siamo qui? Mi sembra di ricordare questo posto, ma è pieno di cantieri…
Tomino e Anacleto si trovavano in uno spogliatoio nuovo di zecca, tutto sapeva di pulito e nuovo.
Addetti e Steward sorridevano compiacenti a padre e figlio, che si allontanavano dallo spogliatoio in tenuta calcistica.
– Spero che non ti spiacerà se ti ho preso la tenuta da portiere del Toro… – disse il padre, che indossava una maglia granata con il numero 10.
I due salirono alcune scale e poi si ritrovarono all’aperto.
Un enorme campo da calcio era illuminato dai riflettori.
Come per incanto i teloni che coprivano le tribune vennero rimosse.
Era uno stadio.
Era uno stadio nuovo!

– Ma papà…
Anacleto si beò di quegli spazi deserti…
Papà…! Hai ricostruito lo Stadio Filadelfia!!!!
Anacleto scagliò il pallone in campo.
– Bando alle ciance! Sai parare un rigore, no? E allora proviamo. Dai, sotto quella porta…! Devi sapere che qui una volta…

 

Quando il mattino più tardi ci si accorse che al posto del previsto supermercato era stato ricostruito lo stadio Filadelfia, scoppiò il putiferio. Forze dell’ordine, politici, giornalisti, vigili del fuoco e gli immancabili paninari zozzoni erano accorsi in massa ad affollare via Filadelfia. Le forze politiche in particolare avevano affermato di “essere state buggerate” e prese in giro, e che “adesso molte forze economiche importanti della città, non sarebbero state per nulla soddisfatte”.
Lo stadio era stato messo immediatamente sotto sequestro, ma i legali della società costruttrice, un pool di avvocati di grido, aveva ottenuto il dissequestro all’istante.
– La proprietà, come affermato in un comunicato stampa, nell’impossibilità pratica di costruire uno stadio, venendo a mancare in continuazione i permessi, o trovandosi di fronte a cavilli burocratici in serie, aveva dichiarato di voler costruire un supermercato, costruzione per il quale erano arrivati permessi e sorrisi in meno di due minuti.
La proprietà concedeva l’uso gratuito di superficie per 9999 anni alla società del Torino e ai suoi tifosi, purché l’area non avesse fine commerciale (in barba al piano regolatore plurimodificato).
Lo slogan con cui il Nuovo stadio Filadelfia venne inaugurato fu : “E adesso tirate giù anche questo, se ci riuscite”.

 

Tutti si chiesero chi si celasse dietro la ricostruzione dello Stadio Filadelfia.
I forum granata si contorsero su di loro per cercare di trovare un nome (Ferrero? Lavazza? No, stranamente questa volta no) all’autore della Rinascita.
Chiunque fosse stato, doveva avere avuto a disposizione una quantità enorme di denaro.
Ma la ricostruzione del Filadelfia non fu la sola cosa strana che capitò nell’ambiente granata.
Un odiato ex- presidente del Torino, in viaggio verso la Calabria, venne circondato sull’autostrada da quattro furgoni blindati, che sparsero con pompe idrauliche del letame sulla sua vettura, fino a ricoprirla completamente, prima di darsi alla fuga.
I soccorsi impiegarono mezza giornata per trarre in salvo il povero ex-presidente, nel frattempo impuzzonitosi quasi fino a soffocare, e per trarlo in salvo fu necessario scavare un tunnel di tre metri nel letame, ormai seccatosi.
Un altro ex dirigente granata, si imbatté in una disavventura uscendo di casa.
Aprì la porta e si trovò di fronte ad un essere terrificante, che sembrava uscito da un film horror.
Balzò in casa con un urlo ed andò a rintanarsi sotto il divano.
Fu la donna delle pulizie a scoprire che l’ex dirigente era stato terrorizzato dalla sua immagine terrificante, riflessa nello specchio.
Brutta disavventura anche per un ex-giocatore bianconero che anni prima aveva dileggiato i tifosi del Torino dopo che un suo gol aveva permesso ai gobbi di pareggiare in extremis.
Il malcapitato, trovò ad attenderlo, al suo ritorno a casa, non la signora delle pulizie, ma un toro in carne ed ossa, incazzato e imbestialito, che qualcuno aveva piazzato in soggiorno.
Il poveraccio era dovuto fuggire per i prati, inseguito dal toro imbizzarrito e il destino aveva voluto che qualche passante avesse prodotto una registrazione delle immagini, che avevano trovato immediatamente ampia cassa di risonanza su You Tube, alimentando così la fama di coniglio del poveraccio inseguito.
Un treno di tifosi del Bologna, in viaggio verso Udine per la trasferta, fu fermato in una stazione ed i vagoni vennero sigillati da uomini in tuta bianca. A nulla valsero le loro scene di panico. Il treno riprese a correre senza più fermarsi e valicò i confini italiani nella sua corsa senza fine. Su alcuni video, misteriosamente presenti sul treno, cominciò la proiezione del film Cassandra Crossing, nel quale un treno di appestati viene mandato a morte certa, facendolo transitare su un vecchio ponte in disuso in Polonia, che non può reggere tutto quel peso.
I tifosi, colti da panico isterico, pensarono di andare incontro a destino simile.
Il loro treno però, una volta giunto in Polonia, si fermò due metri prima del ponte pericolante e loro poterono faticosamente ritornare a casa.
Un concessionario di Mantova trovò tutte le sue vetrine inspiegabilmente murate.
Qualche buontempone nottetempo aveva costruito un muro attorno alla costruzione.
Occorsero due giorni perché i proprietari potessero liberarsi della struttura indesiderata, altri due prima di tornare al lavoro.
Un discreto danno ad opera di ignoti.
Fatti strani, coincidenze sibilline.
Una cosa era certa.
Qualcuno stava saldando i conti con un passato neanche troppo lontano.
Qualcuno che aveva potere, e probabilmente una montagna di denaro da investire in piccole vendette, che avevano lo scopo di terrorizzare i malcapitati che ne erano fatti oggetto.

 

Aveva smesso di piovere da poco e Kevin Giumurro si affacciò per togliere la macchina dalla seconda fila, dove aveva di nuovo bloccato la macchina di Anacleto il cacasotto, così come lo soprannominava.
Non si era neanche accorto della totale assenza di rumori lungo la via, riempita solo dal suono della sua radio, che insozzava il silenzio di rumore musicale dozzinale.
Imprecò contro il cielo con espressione gorillica.
La macchina! Mi hanno portato via la macchina! Bastardi ladri! – Ignorò il fatto che il portatile da lui rubato ad Anacleto fosse ben più che un furto.
La ragazzetta tombolotta si affacciò dietro di lui, firmata di tutto punto, anche nel chewingum che stava masticando con disinvoltura.
– Ma no! E’ laggiù. Ti hanno fatto uno scherzo…
La MITO (o MTO che fosse) rossa di Giumurro era piazzata beffardamente un centinaio di metri più avanti, nel prato di fronte agli alloggi popolari.
Doveva essere stato quel granata di Anacleto.
Ma l’avrebbe pagata cara!
Si avviò nell’atmosfera ancora invasa da nuvole di umidità, lungo il prato.
Quanto fu a poco meno di una cinquantina di metri dalla MTO, vide la sua vettura saltare in aria con una deflagrazione.
Lo spostamento d’aria gettò Kevin Giumurro a gambe all’aria.
Alte lingue di fuoco si levavano dall’ammasso di lamiere contorte che erano state la sua adorata vettura. I rottami erano stati scagliati una ventina di metri tutti intorno.
Un sorriso, prego!  – Anacleto uscì dal suo riparo, dietro a un albero ed iniziò a fotografare l’espressione inebetita e incredula di Giumurro e della ragazzetta tombolotta, accorsa al momento dell’esplosione.
– Eh eh… disse Anacleto – Scusa ma fotografare la tua faccia in questo momento non ha prezzo…! Comunque, c’è un’altra cosa che voglio mostrarti. Vedi il condominio? Il nostro condominio?
Giumurro non riuscì ad articolare parola.
– Lo vedi? Guarda… Non ti sembra strano che non ci sia nessuno, stronzetto? – Anacleto parlava con fare amabile – Vuoi sapere il perché? Ho comprato io il palazzo, ieri. Anche il tuo alloggio. E ora guarda cosa succede se schiaccio questo tasto rosso?
Anacleto non diede tempo all’espressione di Kevin Giumurro di trasformarsi in una furbizia estranea al suo essere. Premette il tasto rosso ed alcune cariche di dinamite esplosero alla base del condominio. L’edificio collassò su se stesso in una nuvola di polvere.
Anacleto continuò a scattare foto a Giumurro, ancora steso a terra e alla sua tombolotta e masticante compagna, pietrificati.
– Allora, qui ci sono le chiavi della tua nuova MITO e le chiavi del tuo nuovo alloggio… Scusate, ma non ho resistito al piacere di farvi saltare per aria la macchina e distruggervi la casa… – Anacleto gettò per terra un sacchetto con le nuove chiavi, poi sparì nella polvere del crollo, mentre i Vigili del Fuoco precedentemente allertati, spegnevano le fiamme dalla MITO distrutta.

 

La Direttrice Bernuffia si chiese dove fossero spariti tutti. Infermieri ed anziani pazienti.
Controllò nelle cantine.
L’indomani sarebbe dovuta arrivare la visita ispettiva e non avrebbe voluto avere noie con nessuno.
All’improvviso la luce mancò e si ritrovò al buio. Un inconveniente in più da risolvere.
Il buio non le andava certo a genio, lei non era una vecchia bavosa in stato di incoscienza.
Cercò la strada a tentoni e la trovò.
Salì le scale che portavano in superficie e aprì la porta.
Era impossibile.
C’era un muro.
Un muro dove prima c’era la porta del pianerottolo.
Batté le mani con tutte le sue forze e si mise a gridare aiuto, disperata.
Una voce sghignazzante dall’altra parte del muro, le riferì che la casa di riposo era stata acquistata seduta stante e al personale era stata concessa una settimana di vacanza.
La voce augurava inoltre una buona permanenza alla Dottoressa Bernuffia, all’interno delle confortevoli cantine.
La donna gridò come una disperata, ma fu tutto inutile.
I vigili del fuoco, avvisati da una telefonata anonima, la ritrovarono dopo 5 giorni.
I capelli le erano diventati grigi e i topi le avevano rosicchiato il vestito.
Si ritirò a vita privata, ma per il resto della sua vita, il suo sonno fu tormentato da incubi e fantasmi.

 

– Tu mi devi spiegare dove hai trovato tutti quei soldi… allora, è stato il SuperEnalotto?
Padre e figlio camminavano silenziosamente verso casa di Tomino. Ad Anacleto andava di sfidare la sorte. L’uomo non rispose, perso nei propri pensieri, un silenzio che valeva un sì.
Papà, ma perché non compri il Toro, il tuo Toro?
Anacleto sorrise malvolentieri. Ci ho pensato sai? Hai visto i titoli dei giornali? Hai visto i tifosi? E’ bastato che i giornali mettessero due parole nelle loro orecchie, ed ecco i risultati.
“Questo vuole guadagnare! E usa il Filadelfia come cavallo di troia.
“Non ci venderemo”.
“Nessuna speculazione”.

– Ma quale speculazione? – chiese Tomino
– Nessuna, ma qui l’ambiente è strano. Un giorno ti idolatrano, il giorno dopo, quando ti hanno messo sull’altare, ti vogliono cacciare. Non ho proprio voglia di avventurarmi in questa cosa…
– Deve essere un dispiacere forte per te…
Anacleto non rispose. Sì, era veramente un dispiacere.
Casa di Tomino si intravedeva in lontananza. Anacleto fermò il figlio.
– C’è una cosa che devi sapere…
– Cosa?
L’uomo sospirò guardando in lontananza. –. Sto mettendo a posto un paio di cose… poi ce ne andremo con Acido e Spino… non credo ci sia posto per me qui… sai, vorrei vedere la California ancora una volta… ah, ovviamente metterò tutto posto e tu non dovrai preoccuparti di…
Vengo con te! – rispose deciso il figlio.
– No. Tomino, tu non puoi. Non ci lascerebbero stare…
– Ma io…
In lontananza la madre di Tomino ed una donna, probabilmente un’amica, stavano scendendo il vialetto della villetta.
– Ti ho mai parlato di Harold e Maude? – chiese l’uomo sogghignando.
– No… cos’è? Uno dei tuoi dischi?
– Harold e Maude è un film. Parla di un ragazzo ossessionato dalla morte che mette in scena una serie di finti suicidi, finché una vecchietta non gli dà la forza di vivere… E’ un film divertentissimo. Devo confessarti che quando stavo ancora con tua madre, un paio di volte ho finto di suicidarmi e…
– E lei? – rise il ragazzo
– E lei non la prese per nulla bene… oh, eccola che arriva.
La madre di Tomino stava saltellando verso il ragazzo seguita da un’amica che doveva essersi rosolata in un microonde, tanto l’abbronzatura parlava per lei.
Afferrò il ragazzo per il braccio.
– Ti ho detto che non voglio che parli con quel fallito! Vieni immediatamente qui.
Anacleto sorrise.
Con indifferenza estrasse una mannaia dal soprabito e, nel terrore generale, si amputò il braccio sinistro, che ruzzolò a terra, mentre dal moncherino cominciava a schizzare sangue in tutte le direzioni.
La madre di Tomino si mise ad urlare con lo sguardo sbarrato.
L’amica abbronzata cadde sul selciato, semi svenuta.
Anacleto rimase a guardare il pezzo di braccio con indifferenza.
Poi cominciò una risata sorda e raccolse il pezzo di braccio finto, liberando quello vero, nascosto nel soprabito.
– Sei un pazzo, un fallito, un miserabile! Disgraziato! – gridò la madre di Tomino in modo isterico. Raccolse il figlio e scappò via.
– Non voglio più che tu lo veda! Mai più…
Tomino si volse indietro a guardare il padre, che lo salutò con la mano che stringeva ancora la mannaia.

 

Il sole moriva anonimo sulla ditta.
Aperitivo, il Responsabile del suo ufficio uscì cellulare alla mano dalla palazzina e si mise al volante della vettura aziendale. La via era quasi sgombra e soltanto poche vetture sparse la popolavano, meglio non fidarsi comunque.
Fece un paio di svolte, poi, invece che indirizzare la vettura verso casa, fece il giro dell’isolato e si fermò vicino ad una macchina di piccola cilindrata, in attesa da qualche minuto.
Aperitiva ne discese e si infilò nella vettura del suo responsabile.
Era il loro incontro al riparo da sguardi indiscreti, dopo una giornata di finta indifferenza.
Anacleto, dalla sua posizione, non poteva udire i loro discorsi, ma gli faceva piacere pensare che stessero parlando proprio di lui e stessero ridendo alle sue spalle.
CRANK. Un rumore sordo, uno schianto di vetri.
Un mostro aveva afferrato la vettura con i due a bordo e la scuoteva, facendo esplodere i vetri.
Aperitiva gridò terrorizzata, mentre le maglie di acciaio scossone si chiudevano tutto intorno, deformando l’abitacolo e rendendo impossibile la fuga.
Uno scossone, poi la vettura ebbe un sobbalzo verso l’alto.
Una decina di metri più in là, Anacleto stava manovrando una enorme ruspa con pala meccanica, che stava sollevando la macchina verso l’alto, incurante delle grida dei due occupanti.
Quando la carcassa dell’auto ebbe raggiunto l’altezza di una trentina di metri, Anacleto fermò la pala, scese dal mezzo e cominciò a fotografare i due sospesi e terrorizzati.
– Un sorriso!
– Aiuuuutooooooo!
– Non sento… come andiamo lassù?
– Anacleto… – la voce del suo capo tremava – Ne possiamo parlare… per il tuo posto, possiamo…
– Non sento e non ho tempo da perdere. Volevo dirvi che mi scuso per l’inconveniente, ma volevo togliermi la soddisfazione di vederti penzolare! Un po’ imbarazzante per voi due essere nella stessa macchina. – rise facendo ondeggiare un paio di chiavi. – Mi spiace per i danni. Queste sono le chiavi di una vettura nuova, esattamente come quella che sfortunatamente è stata danneggiata. Ve le lascio qui, quando scendete, ricordatevi di prenderle… E speriamo che nessuno mandi in giro le foto di voi due lassù! O un filmato su YouTube! Eh eh… un salutone amici!
– Ehi… no, che fai? Non puoi… vieni qui!!!!!!!!!!
Anacleto se ne andò e li lasciò penzolare a trenta metri di altezza in quell’area industriale semideserta.

 

Ho saldato i conti, Tomino… penso che me ne andrò… Ormai credo mi stiamo cercando dopo quanto ho combinato ultimamente… –
Era sera tardi. Anacleto e Tomino erano arrivati sotto casa di quest’ultimo, a bordo di un’altra Porsche fiammante. –
– Vengo con te! – disse deciso il ragazzo
– Me ne andrò con i miei due amici a fare un viaggio… verso la libertà. Mi piacerebbe rivedere Miss Rigby e il signor McKenzie…
– Io vengo con te! – insistette il ragazzo.
– Io non sono un buon esempio e…
– Ma tu sei mio padre! – gridò il figlio.
Anacleto lo rivide bambino e ripensò a quando lo cullava. Il cuore gli si gonfiò di commozione.
Notò un’ombra che scendeva dal vialetto a rapide falcate. Doveva essere l’Avvocato.
– Voglio venire con te – disse ancora Tomino giocherellando con il vano portaoggetti. Lo aprì distrattamente.
Oh! C’è una pistola qui dentro… Ah! Deve essere un altro dei tuoi scherzi come quello con la mannaia…
Tutto capitò troppo rapidamente perché Anacleto potesse porvi rimedio.

 

Era la pistola che Anacleto aveva comprato mesi prima, con l’intenzione di suicidarsi. L’aveva posata nel cassetto portaoggetti quando aveva traslocato e si era completamente dimenticato della sua esistenza.
– Tomino, fermo! Quella..
Nello stesso istante un pugno si abbatté contro la portiera.
– Fai scendere il ragazzo, bastardo! – ruggì l’Avvocato minaccioso.
– Eh, eh… stai a vedere che spavento gli faccio prender e ora… sogghigno Tomino spalancando la portiera.
Tomino, no!!!! – il padre si avventò su di lui, ma fu troppo tardi.
Il ragazzo sparò due volte al patrigno, da distanza ravvicinata.
Il corpo dell’Avvocato volò per un paio di metri e si abbatté contro il muretto di cinta della casa.
NOOOOO – gridò Anacleto. Scattò fuori dalla vettura e tolse la pistola fumante dalle mani del ragazzo.
Che cavolo hai fatto??? COSA HAI FATTO???
Tomino non rispose, in stato di choc.
Nella villetta si accesero delle luci. Qualcuno gridò.
Le case intorno si riempirono di volti.
 Anacleto, come paralizzato, guardò il corpo dell’Avvocato, riverso in un mare di sangue.
– Mio Dio…
– Che facciamo? Io non – Tomino tremava…
Anacleto si torturò le dita con i denti. Poi prese una decisione:
Salta in macchina!
Spinse il figlio nella vettura, quindi si mise al volante, avviò la vettura e diede gas.
La Porsche scomparve nella notte.

 

Fine seconda puntata

 

E’ cosi sottile il limite tra serenità e tragedia.
Quale sarà la sorte di Anacleto e di Tomino?
Dove li condurrà la loro fuga disperata?
Basteranno i soldi della vincita a regalare la felicità e a dimenticare?
Lo sapremo nella terza ed ultima puntata di questo racconto.

 

MAURO SAGLIETTI

Leggi gli articoli precedenti nella rubrica ISTANTANEE
Contatta l’autore della rubrica

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy