Marco Rossi, ragazzo del Fila al comando in Ungheria: “Rinasce il Tempio: che emozione”

Esclusiva TN / Il tecnico italiano dell’Honved, la storica squadra di Ferenc Puskas prima nella lega magiara: “Lavorare qui mi ha aperto la mente. Allenare in Italia? Temo non ci sia spazio, ma continuo a sognarlo”

di Gianluca Sartori, @gianluca_sarto

Non solo Conte (Inghilterra), Ancelotti (Germania) e Carrera (Russia): c’è un altro tecnico italiano che lavora all’estero al comando nel proprio campionato, ed è Marco Rossi, tecnico dell’Honvèd di Budapest, prima nella OTP Bank liga con 37 punti, ex aequo con il Videoton. Rossi, allenatore classe 1964, è tra l’altro cresciuto calcisticamente nel Torino: dopo aver completato la trafila dai Pulcini alla Primavera (vincendo anche una Coppa Italia Primavera, stagione 1982/1983) ha messo a segno 2 presenze in Serie A, nel 1983/1984 (il tecnico era Eugenio Bersellini), prima di partire per una lunga carriera in giro per l’Italia, prima da calciatore (con le maglie, tra le altre, di Brescia, Sampdoria, Amèrica, Eintracht Francoforte e Piacenza) e poi da allenatore tra Lega Pro e Serie D, prima dello sbarco in Ungheria nel 2012. All’Honvèd, storico sodalizio di Budapest che negli anni Cinquanta era tra le squadre migliori al mondo, contando su fuoriclasse come Ferenc Puskas e Sandor Kocsis, dopo momenti più o meno esaltanti, Rossi sta vivendo una bella stagione e si trova ora primo in classifica. Lo abbiamo contattato per farci raccontare qualcosa sulla sua storia.

Marco Rossi, partiamo dagli inizi. Lei è un “figlio del Filadelfia”: che cosa è stato per lei il Torino? Come vive la notizia della rinascita dell’ex stadio del Grande Torino? Segue ancora il Toro?

Sì, io sono un ex “ragazzo del Fila”. Ho vissuto l’aria che si respirava in quel tempio del calcio, dai pulcini alla Primavera! Il mito dei grandi del passato mi ha accompagnato nella mia crescita come calciatore e non solo. Seguo il Toro, come le altre del campionato italiano.

A 19 anni la partenza da Torino, per una lunga carriera su e giù per l’Italia. Quale è stato, secondo lei, il picco della sua vita da calciatore? Tra l’altro, viste le esperienze con Amerìca e Eintracht, lei ha sempre avuto un debole per le avventure all’estero…

Onestamente da calciatore non ho vinto molto: un campionato di B col Brescia e una Coppa Italia con la Samp. Del resto, non tutti nasciamo con le stimmate dei predestinati…

La carriera da allenatore, con tanti anni passati tra Lega Pro e Serie D. Quali i risultati di cui va più fiero?

Da allenatore, fino ad ora, solo un podio (terzo posto) nel massimo campionato magiaro.

La scelta Honved, nel 2012: come è nata la possibilità e quali sono i motivi che l’hanno spinta ad accettare?

Quando decisi di venire all’Honvéd mi trovavo ad un bivio della mia vita: o continuavo a fare l’allenatore professionista (per cui dovevo percepire uno stipendio) o andavo a fare il commercialista con mio fratello! In effetti nelle ultime stagioni, tra Scafatese e Cavese, ho avuto grosse grane ed avevo deciso di smettere. Poi incontrai fortuitamente l’allora direttore dell’Honvéd (Fabio Cordella) che mi diede questa opportunità.

Conte, Ancelotti, Ranieri, Capello… Come mai i migliori allenatori italiani scelgono l’estero?

Credo che i grandi allenatori scelgano le big d’Europa perché in patria hanno vinto già tanto e cercano stimoli nuovi e diversi. Per me la storia è stata, ed è totalmente diversa!

Ci parli del calcio ungherese: dal livello tecnico alle strutture in cui giocate, al seguito che ha questo sport. Un tempo la Nazionale ungherese era tra le migliori al mondo…

Il calcio in Ungheria sta crescendo grazie ad una politica un filino protezionistica da un lato (limitazione al numero degli stranieri) e ad investimenti sempre più cospicui dall’altro, per quanto riguarda stadi ed infrastrutture, nei budget societari. Inoltre i risultati della Nazionale (qualificatasi agli ultimi Europei, ndr) hanno portato nuova linfa ed entusiasmo intorno al movimento calcistico.

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A livello professionale quale è il valore aggiunto che le sta dando questa lunga esperienza ungherese?

La mia esperienza in Ungheria, come del resto quelle in tutti i paesi in cui ho lavorato, mi ha portato un’apertura e un elasticità mentale che, nel mio lavoro, è sempre una componente importante

Quali sono i segreti di questa stagione calcistica di successo alla Honved?

Sinceramente non credo che ci siano segreti quando disputi campionati al vertice. Di certo c’è un gran lavoro, professionalità (parte di tutti), giocatori che trovano annate importanti e un pizzico di fortuna sono sicuramente essenziali.

Visto da fuori, come le sembra il campionato italiano, in un momento storico in cui la lega italiana vive un momento di appannamento in quanto la stessa squadra domina da sei anni e spesso la lotta retrocessione è decisa già in inverno?

Il calcio italiano rimane nel gotha del calcio europeo e mondiale. Il fatto che la Juventus domini senza molti avversari credo dipenda in parte dalla cifra tecnica, ma soprattutto dalla solidità di una società che in fatto di organizzazione, serietà e potenza è stata ed è tuttora senza rivali!

I suoi obiettivi, a breve e lungo termine? Le piacerebbe tornare ad allenare in Italia?

Il mio obiettivo, al momento è solo un sogno. E cioè vincere il campionato e andare avanti in coppa. Se ci riusciremo, poi il sogno potrebbe continuare, ma non so se in Italia. Per me non c’era tanto spazio prima e temo che non ce ne sarà neanche dopo. Ma non demordo: se credi nei tuoi sogni, e lavori tanto per raggiungerli, puoi realizzarti ovunque tu sia.
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