Toro, ricordando gli anni ’30…

Vej Turin / Come cambia il calcio, come cambia il Toro

di Redazione Toro News

Gli anni ’30 del Toro sono spesso visti come una sorta di strano limbo tra lo scudetto degli anni ’20 e quelli del Grande Torino. In realtà, volendo guardare bene, gli anni ’30 granata si rivelanoparticolarmente interessanti. Tanto per cominciare successe un po’ di tutto. Furono gli anni in cui le giovanili, i Balon Boys, iniziarono a sfornare talenti per la prima squadra: Gallea, Bo, Osvaldo Ferrini, Ellena e Allasio (per citarne qualcuno). Furono gli anni degli addii: prima il trio dellemeraviglie e poi le bandiere, Janni e Martin II (ancora oggi al nono e al sesto posto come numero di presenze in maglia granata). Sulla panchina del Fila si succedettero vari cuori granata diventati allenatori, in un mix tra le due generazioni toriniste: da Vittorio Morelli di Popolo – socio fondatore nel 1907 – a Mario Sperone. Furono gli anni in cui il Toro vagò per la classifica: dagli ultimi piazzamenti (e il rischio della retrocessione) al secondo posto. Furono gli anni della conquista della Coppa Italia, la prima nella storia granata.

Anche il calcio cambiò, assumendo un seguito di pubblico sempre più colossale. Un ruolo importante lo giocò la Nazionale italiana che in questo decennio visse la sua stagione d’oro. L’11 maggio 1930 a Budapest gli azzurri sconfissero sonoramente i maestri ungheresi conquistando la Coppa Internazionale 1927-30: 5 a 0, con tripletta di Meazza. Un risultato epocale per la Nazionale che mise così in bacheca il primo titolo in assoluto. I granata che alzarono quel trofeo furono Baloncieri e Colombari, in campo a Budapest, mentre negli anni precedenti avevano dato il lorocontributo Janni e la coppia Libonatti Rossetti, capocannonieri del torneo con 6 gol a testa (va ricordato che la coppa era in realtà un vero mini campionato spalmato nell’arco di in un triennio). Amplificata dalla propaganda del regime la vittoria di Budapest divenne la pietra su cui costruire il mito della Nazionale. Quattro anni più tardi, in Italia, gli azzurri sarebbero diventati campioni del Mondo confermandosi a Parigi nel 1938.

Nei primi anni ‘30 fece la sua comparsa un altro grande – tutt’oggi – protagonista del calcio torinese: lo stadio (Mussolini, Comunale e ora Olimpico). Voluto, si dice, dal duce stesso, lo stadio di Torino fu eretto per ospitare i Giochi Littoriali e i Campionati Internazionali Studenteschi del 1933. Modernissimo e all’avanguardia, lo Stadio Mussolini sorse minacciosamente vicino al Filadelfia che, nonostante i soli sette anni di distanza, con le sua tribuna liberty sembrava appartenere a un mondo ormai passato di moda. Ovviamente nessuno avrebbe allora immaginato che quell’impianto sportivo, pensato per rappresentare la forza del regime, sarebbe diventato un giorno lo stadio di casa della squadra granata.

Il calcio fu subito accolto nel nuovo impianto. Prima i Mondiali del 1934 e poi le gare della Nazionale: lo Stadio Mussolini divenne il teatro d’opera del calcio cittadino sostituendo in questaveste il vecchio Stadium, costruito per i festeggiamenti del cinquantennale dell’unità italiana nel 1911. Situato in corso Duca degli Abruzzi, lo Stadium era un impianto monumentale, eccessivo, l’esatto opposto –  in questo senso – del Campo Filadelfia. Steso su un‘area di 100.000 metri quadrati si componeva di 70.000 posti con al suo interno, oltre al prato, piste per l’atletica, l’ippica e il ciclismo. Troppo grande, dispersivo e distante dal campo di gioco: furono in pochi a rimpiangerlo quando cadde in disuso.

Così, se la Juventus si accasò nel nuovo stadio abbandonando l’impianto di corso Marsiglia (dove Carosio commentò un derby del 1932: la prima radiocronaca intera in diretta della storia italiana), il Toro decise di rimanere attaccato alle proprie tradizioni e alla propria casa, migliorandola. Nel 1932, infatti, la società granata decise di allargare la gradinata della tribuna, portando la capienza del Fila a 30.000 spettatori. Una massa incredibile, se si pensa che appena vent’anni prima i tifosi del granata presenti alle partite si potevano contare a occhio nudo.

Gli anni ’30 furono anche quelli del braccio di ferro tra le due squadre torinesi per il dominio cittadino. Alla flessione di Baloncieri e compagni rispose una delle Juventus più forti di sempre, quella del quinquennio. Per cinque anni i bianconeri dominarono in città e in Italia mentre il Toro precipitava anno dopo anno sempre più in fondo alla classifica. La fine del ciclo juventino coincise con la ripresa della squadra granata che nel 1936 (anno della conquista della Coppa Italia) espugnò lo Stadio Mussolini con una vittoria di misura per poi mettere in scena, con i cugini, derbyspettacolari, dai risultati altalenanti e ricchi di suspense.

Il terzo decennio del ‘900 vide quindi un Torino vitale ma già consapevole delle proprie – giovani –tradizioni. Angiolo Biancotti, nel ’36 per il trentennale granata, scrisse di quegli anni: «Ed ora? La squadra è in pieno cammino […] una compagine in gamba, dal gioco pieno di slancio, di forza, d’estro e di volontà. […] Non ci sono grandi nomi. Ma in compenso che volontà di giuoco, quale freschezza di mezzi e che potenza atletica in questi undici ragazzi! Vederli giuocare è un divertimento – ma questa è la caratteristica granata – la squadra non ha mai annoiato perché ha sempre combattuto».

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