Toro: storie di calcio, di calci e di sfide infinite

Vej Turin / Quando ‘el clasico’ era Torino-Alessandria

di Redazione Toro News

Torino Alessandria è stata una grande classica tra gli anni ’20 e ’30. Esplosa nei giorni del quadrilatero, quando il Piemonte di provincia dettava legge e portava a casa scudetti, l’Alessandria riuscì a fuggire la lunga notte che avvolse Vercelli e Casale, restando protagonista stabile in Serie A almeno fino al 1937. Il percorso dei grigi nella massima serie è coevo alla grande esplosione della squadra granata: molti i confronti tra le due formazioni in quegli anni e altrettanto spesso i granata hanno dovuto contendere agli alessandrini obbiettivi stagionali, di mercato e vittorie finali.

Mentre il Toro vinse lo scudetto – poi revocato – del 1927, i grigi conquistarono la coppa CONI, un mini torneo dedicato alle squadre esclude dal girone finale di quel campionato. Nonostante i granata avessero acquistato Baloncieri già un paio di anni prima (causando un vero e proprio terremoto in provincia) i grigi, pur privati del più grande campione della loro storia, riuscirono lo stesso a costruire squadre di primordine, con Carcano in panchina e Gioanin Ferrari in mezzo al campo (un’accoppiata che qualche anno dopo farà grande la Juventus).
L’anno successivo furono schiaffi. Il Toro, Campione d’Italia, dovette faticare come non mai nelle quattro partite in cui, tra girone A e girone finale, le due squadre s’incontrarono. La prima, il 30 ottobre del ’27, si concluse con la sconfitta del Toro ad Alessandria per 3-1, contro una squadra veloce e spavalda. Il 22 gennaio il ritorno. Partita dura, iniziata tecnicamente e degenerata in mischie, in cui Baloncieri (l’odiato ex) fu protagonista assoluto, segnando tutti e quattro i gol. Le due formazioni piemontesi approdarono al girone finale e furono altre due gare incandescenti. Il 29 aprile, a Torino, il risultato fu di 3-3. Tecnicamente una delle più belle partite del Toro nella stagione dello scudetto: pur avendo incassato due gol nella prima mezz’ora i granata ressero e, continuando a costruire gioco pareggiarono con due fiammate di Vezzani al minuto 39 e al 42. Il Toro andò ancora sotto a inizio della ripresa, riuscendo a pareggiare, dopo aver dato fondo a tutte le risorse, a un minuto dalla fine. La strada per il tricolore passò anche da quel gol. Il ritorno, l’8 luglio, furono ancora dolori: ad Alessandria i grigi sconfissero il Toro per 2-1.

Nelle due stagioni successive il 3-3 tornò per ben due volte, nelle gare giocate ad Alessandria, mentre in casa il Toro inflisse ai grigi un sonoro 6-1 (nel 1928-29) per poi pareggiare 2-2. Partite mai facili quelle contro l’orso alessandrino, una squadra sempre poco incline, allora, a considerarsi provinciale. Felice espressione di una scuola calcistica viva e feconda, il potenziale dell’Alessandria è ricordato dallo stesso Baloncieri che in quegli anni espresse un giudizio divenuto celebre: «con i giocatori usciti da Alessandria ed oggi sparsi ai quattro venti nelle squadre italiane, si potrebbe formare il più formidabile squadrone. E sarebbe uno squadrone che avrebbe anche l’allenatore migliore, poiché Carcano è alessandrino».

Nei primi anni ’30 il Torello scorbutico, che collezionò buoni piazzamenti in classifica senza però mai correre seriamente per il vertice, fece spesso a sportellate con l’Alessandria, altra esponente – come i granata – della buona classe media dell’Italia calcistica. Nel 1932 i grigi superarono i granata di un punto in classifica, mentre l’anno successivo il Toro si piazzò 8 punti più in alto, battendoli 3-0 al Filadelfia (e non accadeva da due anni). La stagione 1933-34 vide invece le due piemontesi chiudere il campionato con gli stessi punti, 29, a due sole – drammatiche – lunghezze dalla retrocessione.

Ancora più drammatici i 25 punti del Toro l’anno successivo, anno in cui rischiò, seriamente, di retrocedere; l’Alessandria, invece, concluse a 29, in acque più tranquille, dopo che le due sfide di campionato si erano risolte con un successo per parte.
Fu il 1935-1936 la stagione pigliatutto per i granata. Vittoria all’andata, al ritorno e – soprattutto – in finale di Coppa Italia. Quando l’arbitro fischiò la fine della finale, l’11 giugno del 1936, e i giocatori granata – che ai grigi quel giorno segnarono ben 5 gol – alzarono la coppa al cielo, ben pochi dei presenti capirono di assistere a un momento veramente storico del calcio italiano. Se quella finale rappresentò il canto del cigno per l’Alessandria, che l’anno successivo avrebbe conosciuto la retrocessione, per il Toro si trattò di un forte segnale da lanciare agli avversari: i granata, ripresi dall’appannamento delle stagioni precedenti, spingevano per riemergere, per tornare protagonisti. Quattro undicesimi di quella squadra, infatti, avrebbero vinto lo scudetto nel 1943: il primo del Grande Torino.

A volte la storia sa essere anche ironica: così, dopo esserne stato un grande avversario, il Torino ha, in anni recenti, ricalcato un po’ il destino dell’Alessandria di quell’epoca lontana, diventando un vivaio da cui mezza Italia ha attinto a piene mani, dove giovani promesse, fondamentali per allestire squadre di livello, vennero cedute per fare cassa. Anche la storia del calcio, forse, vive di corsi e ricorsi.

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