Pallone d’oro: un tabù italiano

di Stefano Rosso

 

Se l’assegnazione del Pallone d’Oro 2010 era già oggetto di contesa tra gli appassionati di calcio durante i Mondiali – chi sosteneva Xavi e Iniesta, chi Forlan, chi Sneijder – con la premiazione, a sorpresa, di Leo Messi e le nuove indiscrezioni circa i voti prima sbagliati e poi mal contati (si parla non solo di confusione tra XaVi e XaBi Alonso,…

di Stefano Rosso

di Stefano Rosso

 

Se l’assegnazione del Pallone d’Oro 2010 era già oggetto di contesa tra gli appassionati di calcio durante i Mondiali – chi sosteneva Xavi e Iniesta, chi Forlan, chi Sneijder – con la premiazione, a sorpresa, di Leo Messi e le nuove indiscrezioni circa i voti prima sbagliati e poi mal contati (si parla non solo di confusione tra XaVi e XaBi Alonso, col madrileno incredibilmente in Top Ten, ma anche di vere e proprie preferenze dimenticate in cassetti ed escluse, per errore, dal conteggio) il trofeo più importante del mondo per la carriera di un calciatore continua rovinosamente a perdere credibilità.

Tralasciando, però, le polemiche facili e le sterili proposte risolutive, si può osservare come il Pallone d’Oro sia un riconoscimento poco favorevole, negli ultimi anni, a giocatori e squadre italiane. Non si tratta solo di un problema di nazionalità, ma proprio di campionato: è statisticamente provato infatti che i giocatori impegnati nella nostra serie A candidati alla vittoria del trofeo non riescano a mantenere la medesima continuità di rendimento che ne aveva assicurato la candidatura.

Il primo tra gli “sfortunati” ad essere insignito di tale riconoscimento fu l’attaccante, allora in forza al Milan, Andriy Shevchenko: era il 2004 e la formazione rossonera arrivava da una stagione fenomenale, culminata con la vittoria dello scudetto – che a Milano mancava da quattro anni – della Supercoppa Italiana – segnando una tripletta in finale contro la Lazio – e della classifica marcatori della serie A. Il suo nome aleggiava già da qualche stagione attorno al podio e quell’anno la sua vittoria fu accolta con accettazione.

Essendo il primo la sua parabola calante iniziò più lentamente: l’anno successivo, infatti, non solo non risultò più altrettanto decisivo in campionato – Milan secondo, con scudetto, poi revocato, alla Juventus – ma anche in Champion’s League fu uno dei protagonisti più negativa della famosa finale di Liverpool in cui la formazione inglese recuperò le tre reti di vantaggio alla squadra di Ancelotti e s’impose poi ai calci di rigore. L’attaccante ucraino non soltanto sciupò il pallone della vittoria nel recupero del secondo tempo supplementare, ma sbagliò anche il tiro decisivo dal dischetto. L’anno successivo, invece, il suo Milan non fu più competitivo agli stessi livelli degli anni passati ed il suo tracollo culminò col passaggio al Chelsea di Mourinho ed al successivo ritorno in patria – dopo un secondo, indecoroso, cameo con la maglia rossonera.

Il caso successivo, due anni più tardi, fu quello di Fabio Cannavaro: vincitore, discusso, del Pallone d’Oro in quanto capitano dell’Italia campione del mondo – l’anno dei Mondiali è sempre stato così – dapprima emigrò al Real Madrid per confermarsi ai suoi livelli e poi rientrò mestamente in Italia disputando una stagione decisamente sottotono per poi finire a svernare negli Emirati Arabi.

Più recente – e più catastrofico – è il caso di Ricardo Kakà: amina e cuore del Milan di Ancelotti, soprattutto dopo l’addio di Sheva – s’aggiudicò all’unanimità il trofeo nel 2007. La stagione immediamente successiva, quella caratterizzata dal tormentone-Man City – con la formazione inglese, fresca di cambio alla presidenza, che passò un anno intero a corteggiare il fantasista brasiliano – e dal calo delle prestazioni: sugli spalti i tifosi si preoccupavano soltanto del mercato, scandendo il coro “Non si vende Kakà” e sottoponendosi agli sfottò di rimando degli ospiti “Non si VEDE Kakà“. Il trasferimento al Real Madrid avvenne a fine stagione e la sua alternanza panchina-tribuna-infermeria è storia recente.

Volendo calcare la mano si può fare il medesimo discorso analizzando chi, invece, non ebbe egual fortuna nel concorso: Gianluigi Buffon e Wesley Sneijder.

Il primo si classificò secondo nel 2006, a coronamento dell’ottimo Mondiale, alle spalle del – già citato – connazionale, mentre il secondo è finito incredibilmente fuori dal podio (salvo ammissione di colpa da parte della FIFA) nell’ultima edizione. Per il portiere, come ben si ricorda, l’anno successivo finì in cadetteria per le vicende legate a Calciopoli e negli anni a seguire non soltanto non tornò a giocare ad alti livelli, ma per un brutto infortunio saltò anche l’ultima Coppa del Mondo a pochi giorni dall’inizio. Poco diversa è invece la sorte dell’Interista: dopo un’annata fenomenale, coronata col ‘Triplete’, il fantasista olandese è sparito sempre più dal gioco dei nerazzurri, dapprima isolandosi in campo e poi relegandosi a tempo indeterminato in infermeria.

Alla luce di tutto questo – malasorte o incapacità – potrebbe venire spontaneo domandarsi come in Italia i giocatori di vertice non riescano a reggere i medesimi standard di qualità, alternando stagioni ottime ad altre mediocri se non deludenti, mentre all’estero, tra i Top Player, la continuità negli anni è una delle doti migliori: sfogliando i podi delle edizioni del Pallone d’Oro degli ultimi anni ci si accorge che i vari Cristiano Ronaldo, Messi, Xavi continuano a mantenersi ai soliti livelli, pur disputando stagioni altrettanto ricche di impegni e fatiche rispetto alle contraltari italiane.

 

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