Cairo e la Premier League

Cairo e la Premier League

Loquor / Torna la pregevole penna di Anthony Weatherill, che questa volta ci parla del confronto col campionato inglese

di Anthony Weatherill

Mentre la FIGC è stata commissariata (QUI i dettagli), Urbano Cairo qualche giorno fa aveva sentito il bisogno di dichiarare al quotidiano La Stampa quanto segue:”la Lega di serie A è attesa da una svolta importante che riguarda la governance, ma c’è da rivedere anche i nostri rapporti con la stessa FIGC. Penso all’esempio inglese: la Premier League si è staccata dalla federazione. Un percorso lungo, ma non impossibile e, soprattutto, da cominciare a studiare con attenzione”. La scorsa settimana, su queste stesse colonne, avevo posto l’attenzione come Urbano Cairo cerchi sempre più di porre l’accento sull’ inadeguatezza dell’attuale struttura economica che regola il massimo campionato calcistico italiano. In un calcio continentale, dove i costi dei cartellini e degli ingaggi dei calciatori continuano a salire vertiginosamente, sembra proprio la Serie A, agli occhi di presidenti come Urbano Cairo, a fare la figura di una cenerentola sempre più avvizzita e triste. Il molto da fare che il presidente del Torino si è dato nelle vicende della mancata rielezione del presidente della Lega A e della FGCI, si presta a qualche interpretazione da retroscena non proprio cristallina e edificante.

Il chiaro riferimento al “modello Premier League” è apparso francamente, a chi abbia un minimo di conoscenza delle cose, subito fuori luogo. Il voler mettersi addosso un vestito cucito per un altro Paese, è diventata inspiegabilmente (almeno per me) ormai pratica consuetudinaria nella storia dell’Italia degli ultimi trent’anni (basti pensare a tutte le vicende legate all’adesione del Belpaese al sistema della moneta unica europea). Vediamo di percorrere brevemente alcune delle vicende che hanno portato alla nascita della Premier League. Le vere svolte epocali avvengono sempre, purtroppo, a causa di guerre o grandi tragedie. Il 15 aprile del 1989, nel corso della semifinale della FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest all’Hillsborough Stadium di Sheffield, morirono 96 tifosi del Liverpool a causa della precaria e fatiscente organizzazione della struttura dello stadio (in molti settori degli stadi inglesi, specie quelli frequentati dalle tifoserie più calde, si continuava ad assistere alla partita in piedi). La commozione che attraversò il Regno Unito a causa della tragedia fu di quelle che lasciano il segno. La risposta che diede l’allora primo ministro Margaret Thatcher, fu di quelle che rimangono significative nel tempo, varando la storica riforma (basata sul Rapporto Taylor) sulla sicurezza negli stadi di calcio. L’allora Cancelliere dello Scacchiere(il ministro delle finanze inglese) John Major, aumentò (attraverso uno storno delle tasse sul gioco d’azzardo) in modo rimarchevole la dotazione finanziaria del “Football Trust” (il fondo statale nato nel 1975 per migliorare gli standard di sicurezza negli stadi), a cui i club calcistici inglesi si rivolsero per ottemperare agl’obblighi di ristrutturazione totale degli stadi voluto dal terzo governo Thatcher e dal successivo governo Major.

In breve tempo gli stadi inglesi assunsero l’aspetto di tranquilli e lussuosi salotti, attirando una nuova tipologia di tifosi (sempre più abbienti) e ricchi sponsor. Inoltre, in quel fatidico inizio degli anni 90, l’emittente televisiva a pagamento BSkyB (British Sky Broadcasting) di Rupert Murdoch fece la sua irruzione nel mercato dei diritti televisivi del calcio inglese, ponendo la principale pietra fondante per la storica dimissione delle 22 squadre della vecchia First Division dalla Football League e, molto più sostanzialmente, dalla gestione dei diritti televisivi attraverso la Football Association. Il 27 maggio del 1992 le squadre ribelli diedero vita alla Premier League al posto della First Division, trasformando la massima serie del campionato di calcio inglese da sport popolare e accessibile a tutte le classi, in un luogo dove ogni tipo di contrattazione finanziaria (quotazione in borsa compresa) fosse possibile. E quando la finanza rende ogni tipo di mercato possibile, ecco che affaristi da ogni parte del mondo cominciano a trovarvi degli interessi economici o geopolitici. Presto le storiche vecchie proprietà dei club inglesi (City, United, Arsenal, Leicester, ecc…)   furono sostituite da sceicchi vari, oligarchi russi, ricchi americani specializzati in gestioni di società delle leghe sportive professionistiche più ricche.

Tutto ciò, come ho avuto più volte occasione di dire, ha portato ad uno scollamento tra club e tifosi, dovuto anche al fatto che il peso politico (e quindi di controllo) della Football Association è stato praticamente azzerato. Oggi una società della Premier League può prendere tranquillamente e autonomamente la decisione, per un qualsiasi e anche futile motivo, di sospendere a tempo indeterminato un suo abbonato. Questo perché lo stadio inglese non è più il ritrovo di una comunità (e quindi implicitamente una proprietà morale virtuale collettiva), ma è stato ridotto ad una banale gestione privatistica alla stessa stregua di un teatro seppur importante. E’ un sistema, quello che ha assunto la Premier League nel tempo, che non mi piace, ma che ha seguito uno sviluppo coerente che i club inglesi e lo stato inglese(attraverso adeguate riforme sostenute finanziariamente) avevano deciso sin dall’inizio degli anni 90. Il tutto confortato da un’organizzazione strutturale del mercato, dal codice civile e penale, dallo stato inglese assolutamente all’altezza degli obiettivi che ci si era prefissati per cambiare il calcio inglese. Le cose brevemente qui descritte (e mi scuso per la necessaria e dovuta semplificazione tipica di un articolo), non potrebbero mai avvenire in Italia; perché, appunto, non esistono vestiti che si adattino ad ogni situazione (questo a prescindere se si è favorevoli o contrari ad una rivoluzione tipo Premier League). Il timore è che Urbano Cairo e soci stiano cercando di far diventare il calcio sempre più “cosa loro”, escludendo ogni tipo di organo di controllo politico (la Federcalcio) sulle loro azioni (e qui finirebbero le analogie con il tentativo di far diventare la Serie A come la Premier). Da ciò discende, visto che ogni rivoluzione deve essere sempre preceduta da un periodo di caos, la necessità, da parte dei presidenti della Serie A, di lasciare deliberatamente la Lega seria A e la FGCI senza una governance.

Da ciò discende un incredibile mancato accordo sul rinnovo dei diritti televisivi del calcio(voglio essere malizioso: l’asse dei presidenti che vogliono una Serie A stile Premier e le televisioni potrebbero aver determinato la scarsa valutazione dei diritti del campionato italiano). Da ciò discende tutte le importanti questioni da risolvere rimaste in sospeso(tipo la nomina del nuovo commissario tecnico della nazionale) a causa del sorprendente vuoto di potere creatosi nel mondo delle istituzioni del calcio italiano. Ai vogliosi di una Serie A stile Premier vorrei, in conclusione, ricordare alcune cose. Il connubio con la televisione è riuscito nella Premier League, poiché in Irlanda e Uk gli utenti Sky si aggirano ormai intorno ai 36 milioni (contro gli 8 milioni di utenti italiani).  Inoltre il mercato dei capital ventures (i capitali di rischio, necessari per ogni tipo di sviluppo di mercati) in Inghilterra ha raggiunto il valore di 3,6 miliardi di dollari(in Italia, fino ad oggi, si arriva ad un massimo di 200 milioni di euro. Anche se qualcuno ha azzardato che entro il 2020  forse potrebbero arrivare capitali per un miliardo di euro. Anche a voler abbracciare questa ottimistica previsione, si starebbe sempre intorno ad un terzo del mercato inglese). E per finire, lo stato italiano, a differenza di quello inglese che ancora continua ad investire, non ha né la voglia né le risorse per favorire una ristrutturazione (con annessa clausola di proprietà) degli stadi italiani. Per brevità mi fermo qui con i dati, anche se ce sarebbero altri molto interessanti che sancirebbero in modo chiaro ogni impossibile analogia con una ipotesi Premier italiana (voglio ricordare, comunque, che nonostante l’aumento continuo dei ricavi,  il problema dell’indebitamento delle società della Premier League non è stato risolto. Argomento che affronterò prossimamente). Ho già avuto occasione di riconoscere a Urbano Cairo una certa abilità imprenditoriale, ma lo scenario che sempre più sta prefigurando mi trova in totale disaccordo, e non solo per le cose dette sopra. Cairo, come tutti, ancora una volta sta dimenticando che il calcio è di tutti, è dei tifosi. Ogni possibile nuovo vestito da mettere alla Serie A dovrà tenere conto della realtà italiana e dei tifosi italiani. Qualcuno ha detto che “la vita non dovrebbe essere stampata su una banconota”. Ecco, direi che per i tifosi, animati da sempre a vera passione, la vita è proprio così. Che Urbano Cairo (e i suoi compagni di cordata) non lo dimentichino.

(Ha collaborato Carmelo Pennisi)


Anthony Weatherill, originario di Manchester e figlioccio dello storico coach Matt Busby, si occupa da tempo di politica sportiva. E’ il vero ideatore della Tessera del Tifoso, poi arrivata in Italia sulla base di tutt’altri presupposti e intendimenti.

13 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

  1. Michele Nicastri - 10 mesi fa

    Ragionamento fondamentalmente errato.
    Un modello Premier League è l’unico percorribile per valorizzare il prodotto-calcio, incrementare i fatturati e permettere alle società di competere a livello internazionale. Soprattutto quelle di medie dimensioni come Toro, Fiorentina, Samp, Lazio, ecc..
    Non a caso in Premier società “piccole” per numero di tifosi, Leicester, Stoke City, Everton, fatturano il doppio delle maggiori squadre italiane, con conseguente potere d’acquisto.

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  2. prawn - 10 mesi fa

    Non so se Cairo quando ha detto ‘premier league’ lo intendeva alla lettera come ha spiegato molto bene Anthony.

    Un modello che mi piace se proprio dobbiamo copiare e’ quello Olandese, ma in ogni caso concordo che in Italia bisogna creare qualcosa di nuovo che abbia senso per i tifosi e per le squadre e anche per i giocatori.

    Quello che va recuperato al di la degli introiti e’ il calcio Italiano, dei calciatori Italiani.

    Si fa troppo presto ad andare a pescare giovincielli dai paesi del terzo mondo, allenarli per qualche anno, fare facili plusvalenze.

    Bisognerebbe puntare di piu’ sui vivai, sulle squadre primavera e aumentare le quote di giovani italiani in prima squadra e diminuire quella degli stranieri.

    Che ormai tutti ma proprio tutti trovano un bisnonno comunitario, e’ una farsa ridicola, ovvio che praticamente tutti i sudamericani (a parte gli indios) hanno parenti europei.

    Che regola della cippa

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  3. JoeBaker - 10 mesi fa

    Molto interessante. Sinceramente, stabilito che il modello Premier avrebbe scarse possibilità di successo in Italia, mi sembrerebbe più rilevante discutere in dettaglio come adattare il modello inglese ad un modello culturale ed economico così diverso, come quello italiano, piuttosto che dare una valutazione “politica” e morale su chi sia giusto possessore del calcio. Non mi sembra che gli inglesi siano infelici e gli stadi – visti in tv – sembrano sempre abbastanza pieni, o comunque più pieni dei nostri.
    Se si volessero fare valutazioni etiche, sarebbe più giusto andare a vedere il trattamento fiscale degli stipendi dei calciatori, che creano un solco enorme tra paesi come Spagna e, peggio, UK, rendendo a noi quasi impossibile pagare gli ingaggi dei top player. Non credo che tra di noi ci sia qualcuno che pensa che sia giusto che Messi paghi percentualmente meno tasse di un operaio della Seat o che Pogba possa trattare con il fisco quanto pagare…
    Il punto fondamentale, comunque, rimane il solito: un campionato è appassionante e interessante, e quindi attira sponsor e vende bene i diritti televisivi, quando è ben giocato e incerto. Per essere ben giocato, in parte vale il discorso sugli ingaggi, in parte la crescita “alla tedesca” del movimento calcistico, ma credo che si autocorregga se c’è maggiore competizione. In Italia l’unica incertezza da 10 e più anni è se ci sarà una squadra in grado di infastidire i pigiami e fino a quale giornata. E per sapere perché, basta guardare i fatturati e gli investimenti degli ultimi anni, anche fingendo di ignorare la questione stadio di proprietà (e di come ci siano arrivati): va riconosciuto che hanno lavorato bene, guadagnando in Europa una posizione importante (mi pare 6i o 7i per fatturato), pur venendo da un paese che Ha evidenti grandi problemi e che gli unici capitali che ha attirato sono asiatici e talvolta di dubbia provenienza.
    Ma Cairo ha più che ragione: bisogna distribuire i soldi in modo da incentivare la crescita delle società.
    Sul come farlo, se siamo d’accordo che il modello inglese è davvero tanto distante dalla nostra cultura e probabilmente inapplicabile, forse si potrebbe guardare alla Germania, che a livello generale, di pubblico e di nazionale è messa un po’ meglio di noi, ma anche lì non mi pare che quelli dietro il Bayern siano così vicini…

    Rispondi Mi piace Non mi piace
    1. Sempregranata - 10 mesi fa

      Concordo con te JoeBaker. Il modello tedesco presuppone però un cambio di mentalità ancora più profondo. Infatti in Germania molte società (come alcune in Spagna) sono di fatto delle polisportive (per esempio anche il Bayern) i cui soci sono i tifosi e gli appassionati. In Italia il calcio non ha ancora aperto le porte alla partecipazione societaria dei tifosi e questo è un limite che il calcio nostrano sta iniziando a mostrare con evidenza.

      Rispondi Mi piace Non mi piace
  4. claudio sala 68 - 10 mesi fa

    Il calcio è diventato un business, infatti le nuove proprietà lo dimostrano, approdano al calcio solo per motivi economici. In Inghilterra con queste riforme hanno messo a posto gli stadi e li hanno ripuliti dagli hooligans,il prezzo da pagare è stato l’aumento dei costi e dei controlli per i tifosi per vedere il calcio. Sinceramente non so se questo è così negativo.

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  5. allblues.e_452 - 10 mesi fa

    direi che i tempi che corriamo dovrebbero essere piu’ che sufficienti per capire che rincorrere le logiche di mercato (nel calcio e non solo) ci stanno portando alla deriva. Il ragionamento di Weatherill non fa una grinza. Anzi chi tifa Toro, Samp, Genoa ecc… ecc… si deve mettere bene in testa che seguire queste logiche significa non rivedere mai piu’ queste squadre all’onore del calcio che conta; e’ poi quindi inutile lamentarsi se il presidente non spende. Per cosa dovrebbe spendere? E quanto dovrebbe spendere? Per quelli che sono gli attuali volumi di ricavi destinati all’80% delle societa’ c’e’ da essere contenti se possiamo dirci in lotta per la EL (che si raggiunga o meno); il resto sono chiacchiere da bar. Gli inglesi, nonostante tutto, hanno guardato avanti. Il paradosso, ma anche la grande verita’, e’ che il mondo anglosassone (USA compresi) che hanno usato il mercato molto prima di noi sono riusciti a tornare sui loro passi (vedasi distribuzione piu’ equa dei diritti TV ad esempio). Peraltro, il calcio altro non e’ che la rappresentazione plastica del mercato economico e sociale in cui si vive; noi adoriamo come un totem una moneta e un mercato che ci stanno lentamente portando sull’orlo del baratro. Altri hanno saputo dire basta pur con tutti i loro difetti. Noi adoriamo lo stesso mercato fatto a misura per coloro che gia’ erano ricchi e vincenti e lo saranno sempre piu’. E poi ci lamentiamo dei nostri presidenti che non ci rendono competitivi, ecc… ecc… Cairo vuole semplicemente trovare una via di distribuzione piu’ equa dei diritti TV che rendano piu’ competitivo il nostro campionato. Cio’ detto ha perfettamente ragione Weatherill: e’ impossibile per l’Italia riuscire a darsi regole diverse che la accomunino agli UK e cio’ non riguarda solo il calcio. Scusate il pippone e sempre Forza Toro. e Viva l’Italia!

    Rispondi Mi piace Non mi piace
    1. claudio sala 68 - 10 mesi fa

      La vittoria del Leicester ha dimostrato che non sempre il business vince. D’altronde in Italia se prendiamo in esame gli ultimi 40 anni risulta che la vittoria finale è quasi sempre andata alle solite 2-3 squadre

      Rispondi Mi piace Non mi piace
      1. allblues.e_452 - 10 mesi fa

        Onore al merito al Leicester che comprova il fatto che una più equa distribuzione dei diritti tv consente di vincere anche ai meno titolati. Tant’è che la distanza di ricavi TV fra Leicester e Manchester United non è neppure paragonabile a quella fra Chievo e Gobba, ma neanche fra Toro e gobba. Prova a dare un’occhiata a quanto prendeva di ricavo tv il Leicester l’anno della vittoria del loro scudetto. Si tratta di una bella favola fino a un certo punto… di sicuro una favola che in Italia non potrebbe mai e poi mai realizzarsi alle attuali condizioni.

        Rispondi Mi piace Non mi piace
        1. allblues.e_452 - 10 mesi fa

          Dimenticavo: non è vero che negli ultimi 40 anni abbiano sempre vinto le solite ed allargando ad un arco di 50 anni posso dire che nei mie primi 20 anno ho visto vincere quasi la metà dei campionati alle non ricche Fiorentina, Cagliari, Lazio, Torino, Verona, Sampdoria, Roma e Napoli. E ho visto il Perugia secondo in classifica. Erano i tempi in cui la partita la potevi solo vedere allo stadio. Di lì in avanti hai perfettamente ragione: juve,Milan e Inter hanno fatto man bassa di scudetti e ricavi dai diritti tv. E tutti gli altri alla finestra a guardare.

          Rispondi Mi piace Non mi piace
  6. Toro88 - 10 mesi fa

    Caro Anthony ti stimo. Ma il tuo ragionamento è lo stesso che faceva l Urss nel dopoguerra… popolo popolo popolo poi ha perso di vista la realtà ed è arrivato il crollo del muro. Il tuo ragionamento è teoricamente perfetto ma poco pragmatico. Con stima

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  7. user-13746076 - 10 mesi fa

    Concordo pienamente con l’articolo, avendo anche vissuto un po in Inghilterra non so possono non notare differenze fondamentali nell’approccio intrapreso qui. In sostanza prepariamoci ad una lega serie A fuori dalla FIGC e al tutto contro tutti… Difficile parlare con caos di governo del calcio così di equa ripartizione dei diritti televisivi.

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  8. steacs - 10 mesi fa

    No hope for Italy and for its football too

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  9. CiccioFVCG - 10 mesi fa

    Nell’articolo. Bravi!

    Rispondi Mi piace Non mi piace

Recupera Password

accettazione privacy