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Alessandro Buongiorno e gli arabi

buongiorno
Torna un nuovo appuntamento di "Loquor", la rubrica a cura di Carmelo Pennisi

“E’ l’essere tentati ciò che in realtà noi desideriamo”

Zygmunt Bauman

“Affida il tuo cammello alla Provvidenza di Dio, ma legalo prima ad un albero”, in questo celebre detto arabo vi è racchiuso in estrema sintesi il comune sentire di una zona del mondo  in realtà conosciuta il più delle volte solo come percezione piuttosto che nella sua vera essenza. Frequentando l’establishment arabo senza essere accecati dalla volontà di avere denaro da loro, osservandoli e ascoltandoli con attenzione, si può afferrare un certo risentimento per quell’occidente europeo ostinato nel guardarli come soggetti antropologici restati fermi tra un naturalismo eccessivamente mistico, non redento dall’Islam ma anzi assecondato, e il goffo tentativo di sedersi nella tavola delle usanze occidentali europee. E’ il cuore dell’errore fatale, sospinto da un istintivo concetto di superiorità, che l’Europa sta commettendo. Eppure gli arabi non hanno avuto nessun timore reverenziale, sul finire del primo millennio, di conquistare lembi di territorio europeo e di far sentire la loro influenza su altre parti del Vecchio Continente passibili di conquiste. L’Europa che con gli ebrei askenaziti si stanzia nel nascente stato di Israele a partire dalla seconda metà del 900 e ne occupa quasi tutti i posti di comando dell’establishment politico, discrimina gli ebrei orientali e in qualche modo giustifica l’atteggiamento supponente delle persone verso gli ebrei di lingua araba. Nel microcosmo dello Stato d’Israele, una vera e propria enclave europea all’interno del territorio dell’Islam, c’è una chiave per capire la ragione ultima per cui Arabia Saudita e Qatar stanno provando a scippare il gioco del pallone all’Europa, rinverdendo antichi conflitti per stabilire chi realmente comanda nel Mediterraneo. Ebbene precisare come tale conflitto veda l’intero continente americano come semplice spettatore, e nemmeno tanto interessato. A cagione di ciò fa un po’ sorridere gran parte della pubblicistica europea quando ritiene gli enormi investimenti di Qatar e Arabia Saudita nel calcio una grande operazione di sportwhashing, come se agli arabi importasse veramente di migliorare la loro immagine presso di noi, ignorando il disprezzo totale di un establishment  intimamente razzista verso tutto ciò che è “Gharb”, la parola araba che traduce occidente e non solo. Essa indica anche il luogo dell’oscurità e dell’incomprensibile, che mette sempre paura. Per loro noi siamo il territorio di ciò che è strano, siamo la società da stigmatizzare. Nell’occidente pervaso dal furore ideologico della “cancel culture”, figlia in questo caso di una incomprensibile inutile crisi di coscienza sul colonialismo(sempre da condannare, sia chiaro) e di altrettanto incomprensibili dibattiti sulle crociate(evento avvenuto quasi mille anni fa), gli arabi stanno seducendo il mondo dello sport in modo sorprendente e imprevedibile per un etnia per decenni determinata a rimanere chiusa al mondo esterno. E che tale seduzione dell’occidente stia avvenendo nel suo ventre molle, ossia l’Europa, invece che negli Stati Uniti racconta molto di più di quel da potersi notare con sguardi disattenti.

Non bisogna sottovalutare, comunque, come il calcio in Arabia Saudita non sia un prodotto artificiale da laboratorio in stile qatarino, esso ha una sua epopea e persino i suoi miti, come l’indimenticabile Majed Abdullah, un attaccante di cui si sarebbe sentito parlare molto se solo gli fosse stato consentito di venire a giocare dalle nostre parti. Chiuso dalla monarchia saudita in una gabbia dorata, Abdullah è diventato una divinità per gli adolescenti del suo Paese, appassionati di calcio analogamente a come lo erano gli adolescenti italiani fino alla fine degli anni 90. A Riyad, la capitale saudita, sovente si vedono genitori premurosi chiudere con le automobili un tratto di strada da due lati per consentire ai propri figli di avere un campo improvvisato su cui inseguire un pallone. Si sta parlando dello sport più seguito in Arabia Saudita, capace di vincere il mondiale under 16 scozzese nel 1989. Quindi Mohammed bin Salman, il discusso principe ereditario, sta arando in un terreno assai fertile per catturare il consenso di una opinione pubblica giovane e dinamica, infervorata da una storia che li vede sempre pronti a rinverdire un revanscismo anti europeo, indottrinati a dovere per combattere la prossima “guerra” contro degli infedeli smarritesi in quella definita da Zygmunt Bauman “società liquida”, e che ha liquefatto anche il suo sport principe attraverso “la distrazione continua dai suoi pensieri attraverso il consumo”. Togliendo per un attimo di torno la fanfaluca dello “sportwhasing”, l’obiettivo di bin Salman è abbastanza chiaro: afferrato in modo chiaro il motivo della crisi europea, ha capito come sia giunto il momento giusto, attraverso un intervento economico dalle dimensioni mai viste, di provare a togliere capacità e interesse dalle squadre dei campionati occidentali, introducendo una nuova dinamica e nuovi parametri economici(indirizzati decisamente verso l’alto) nel mercato del calcio. E’ una corsa cominciata sottotraccia molto tempo fa e con una strategia stupefacente e raffinata, figlia non solo dell’educazione ricevuta nei celebri college inglesi ma anche di una cultura più che millenaria di adattamento ad ogni tipo di strategia mercantile per resistere nel mezzo tra Asia ed Europa.

Comprare prestigiosi club come Paris Saint Germain, Manchester City e Newcastle non è stato semplicemente togliersi un capriccio(ah, questa tendenza dalle nostre parti a voler “caricaturizzare” ogni cosa da noi ritenuta culturalmente inferiore. Quella del ricco scemo arabo è la “commedy” più dura a morire), ma un posizionare un “bug” all’interno del meccanismo del calcio europeo al fine di stravolgerlo a tal punto da fargli perdere ogni punto di riferimento. L’avvitamento verso l’alto dei costi del mercato calciatori, il conseguente dissesto dei bilanci di quasi tutti i principali club, l’avvento di Nasser Al Khelaifi alla guida dell’European Club Association, dovrebbe far capire quanto siano sì ricchi ma assolutamente poco scemi gli arabi. Abili nell’aver approfittato degli appetiti della politica europea(specie quella francese) di appropriarsi di risorse di cui il sottosuolo mediorientale abbonda e di “grandeur” geopolitica nel Mediterraneo, oggi gli arabi sono gli assoluti padroni del calcio del Vecchio Continente e hanno deciso di passare al vero incasso. Il colpo a dover far riflettere di più è quello dello spagnolo Gabri Veiga, centrocampista di grandissimo talento, uno della “meglio gioventù” del calcio europeo scippato al grande palcoscenico della “Champions League” con un contratto faraonico di quasi 13 milioni di euro a stagione. Se i soldi vincono sul “medio scenico” delle grandi competizioni europee, se tecnici come Mancini e Guardiola vengono sedotti e resi complici da grandi mole di denaro messe a disposizione, se i tifosi europei altro non sognano che lo sceicco arabo per rinvigorire le sorti dei loro club(non capendo come sia iniziata una nuova fase, prevalentemente domestica, per gli investimenti arabi nello sport più seguito al mondo), si capisce come la riflessione dell’Economist(“l’ambizione di Mohammed bin Salman è usare lo sport per modernizzare la percezione che l’estero ha del regno desertico”) sia una clamorosa cantonata da cui, quando verrà il tempo del risveglio e si capirà di come sia la geopolitica l’unico interesse ad essere in campo, sarà difficile riprendersi. E se l’Arabia Saudita ospiterà nel 2029 i giochi invernali asiatici nel deserto(sì, avete capito bene: giochi invernali tra le dune) e la città di fondazione “Neom” sarà il manifesto compiuto di “Saudi Vision 2030”, forse qualcuno dovrà ritrattare molti sberleffi e molta ironia che a suo tempo riservò a Matteo Renzi, reo di aver parlato di un nuovo “Rinascimento” in Arabia.

Ma l’Europa è sempre fonte di sorprese, è per un Roberto Mancini o Gabri Veiga pronti a salire senza rimorsi sulla trappola dorata costruita da bin Salman, ecco Alessandro Buongiorno rifiutare un ingaggio migliore, una squadra migliore, un’affascinante palcoscenico europeo per restare al momento nella sua squadra del cuore e dove è nato e cresciuto come calciatore. Torino e Atalanta, nonché lo spirito del tempo, gli avevano messo una penna in mano per firmare un nuovo contratto, un nuovo club, una nuova vita. Ma Buongiorno ha opposto un fermo rifiuto da stupire persino la “liquidità” di Bauman, un diniego somigliante alla “voce di colui che grida nel deserto” di Giovanni Battista, infaticabile nell’esortare a “raddrizzare i sentieri” al fine di “sfuggire all’ira imminente”. Il no di Buongiorno è coscienza, riflessione e umiltà; è darsi un limite in un mondo dove il PIL, la misura ufficiale del benessere di una nazione, si misura in base alla quantità di denaro scambiata tra le persone. L’urlo del difensore granata si oppone “all’economia dell’inganno”, prefigurata da Bauman, figlia del consumismo e dell’averci convinto come la nostra prosperità risieda nel mantenere uno stato di perenne insoddisfazione. Forse il gesto di Alessandro Buongiorno meriterebbe spazio nei più importanti talk show(e Urbano Cairo ne produce tanti con la sua tv), affinché il suo grido dal deserto europeo arrivi forte e chiaro alle orecchie di gente come bin Salman: noi europei siamo ancora qui, e siamo duri a morire. Nonostante Mancini, nonostante lo sciagurato Gabri Vega.

Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

Attraverso le sue rubriche, grazie al lavoro di qualificati opinionisti, Toro News offre ai propri lettori spunti di riflessione ed approfondimenti di carattere indipendente sul Torino e non solo.

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