La granata di Marcelo Bielsa

Loquor / Torna l’appuntamento con la rubrica di Anthony Weatherill: “La pavidità, ossia la paura, è uno dei sentimenti che sembrano attraversare l’Italia in questi giorni dominati dal Covid-19”

di Anthony Weatherill

“L’importante è che non ti fermi”.
Confucio

 

“Non esiste un solo motivo, neppure uno, perché un giocatore in campo stia fermo. Il calcio è movimento, il calcio è correre e smarcarsi”. Parla di calcio, Marcelo Bielsa, ma sembra parlare della vita, di come affrontarla in tutte le sue difficoltà. Queste parole potrebbero funzionare per decodificare il momento delicato che sta attraversando l’Italia intera a causa del Coronavirus, e che sta convincendo la Lega Calcio di Serie A a rinviare tutte le partite, e non solo una parte di esse. Le polemiche incendiatesi tra le varie parti in commedia (allenatori, dirigenti,ecc…) del mondo pallonaro, sono apparse segni di voglia di normalità, di un tentativo inconscio di non arrendersi di fronte ad un mondo alla ricerca di una sua immobilità per difendersi dal virus giunto dalla Cina. Le polemiche sono sempre segno di vitalità, di una opposizione a chi vuole a tutti i costi imporre la quarantena persino ad un aperitivo da consumarsi con gli amici o a una serata passata al chiuso di qualche cinema. Se si cerca di riflettere sull’opportunità o meno di questo eccesso di cautela tutto italiano, quasi si viene tacciati di complicità in qualche strage o di irresponsabilità verso la salute pubblica. Le polemiche del mondo del calcio possono essere viste come un tentativo di comunicare come la vita non possa autodistruggersi sull’altare del Covid-19, e che se non altro bisognerebbe provare a far rimanere le cose in movimento. Perché se restiamo immobili sul rettangolo di un campo, di certo può succedere solo qualcosa di negativo. E allora occorre smarcarsi per cercare un modo nuovo di respirare, perché c’è il rischio di rimanere senza pallone e senza più partite.

Il calcio al tempo del coronavirus

“L’epidemia va fermata, agl’economisti il compito di pensare al resto”, ha dichiarato Arnaldo Caruso, il presidente della società italiana di virologia, riconoscendo in qualche modo, nella necessità di evitare a tutti i costi il propagarsi del Covid-19, un problema angoscioso che si profila sull’orizzonte italico: l’aggravarsi della crisi economica. Il 40% del Pil italiano viene creato nelle quattro regioni (Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna) al momento più colpite dal virus proveniente dalla Cina, regioni inoltre con una straordinaria e importante presenza nel mondo del calcio professionale. Come ho già avuto occasione di scrivere, c’è il serio rischio, ad epidemia conclusa, di trovarsi davanti ad un mondo dello sport fortemente compromesso da una crisi endemica del tessuto produttivo. E’ palese come lo sport sia un bene voluttuario, facilmente sacrificabile dalle necessità primarie delle classi lavoratrici che presto si ritroveranno con un reddito fortemente ridotto a causa dei mancati introiti procurati dall’immobilismo forzato dei meccanismi di consumo, della contrazione del circolo virtuoso e salvifico del dare e dell’avere che ogni libero mercato interno dovrebbe avere. La gestione della normalità in un contesto di paura, è forse la cosa più difficile del mondo. Spesso si ha la testa solo per le necessità del presente, e si finisce per perdere la visione prospettica. Ha ragione Bielsa quando insiste sulla mancanza di un solo motivo perché si stia fermi, perché la paura porta anche ad un certo “impigrimento”, all’aspettare rassegnati che la nottata passi, senza pensare che prima o poi il mattino arriverà con le sue necessità. Se si pensa alle prossime Olimpiadi e al prossimo Campionato Europeo di calcio, è facile rubricare lo sport come una sorta di “segna tempo”, posto lì a raccontare la consuetudine del mondo.

Il calcio dimenticato dall’élite europea

Quel tipo di consuetudine nata per rassicurare lo scorrere armonico delle stagioni, perché solo in caso di guerra lo sport cessa di rigenerarsi ogni volta. Lo sport è come il rintocco di una campana in un tipico “sabato del villaggio” di leopardiana memoria, in cui ne intuiamo il vero valore solo quando quel rintocco capita di non sentirlo più. Conta la salute, eccome se conta, ma conta anche la vita che verrà, e quale vita troveremo alla fine di questo tunnel disperato di una malattia scambiata come segno da fine del mondo? Difficile dirlo, complicato anche solo ipotizzarlo. Se il tocco della campana dello sport, del cinema e del teatro smette di esistere, il rischio di rimanere disfatti davanti ad un deserto dei tartari rimane una delle ipotesi più credibili. E’peggio del non rispondere con indifferenza al richiamo del “muezzin” dal minareto, è come considerare quel canto invitante alla preghiera non più come qualcosa di vitale. Se pensiamo alle cose come un mezzo per dare significato alla rappresentazione dell’esistenza, allora è meglio non giocarle le partite di calcio, che giocarle a porte chiuse. Perché una delle conseguenze terribili portate da questo virus, è proprio l’aver minato una delle tendenze più naturali dell’umanità, ossia il desiderio insopprimibile di voler stare insieme. Se la paura impone persino a rinunciare ad una stretta di mano, uno dei gesti più belli di una partita di tennis, allora si comprende come molti economisti prevedano meno 4% del Pil a fine anno per l’Italia. Sarebbe quasi uno scenario da dopoguerra.

 

Gli effetti devastanti della crisi economica del 29, negli Stati Uniti, giunsero lenti, ma inesorabili. C’erano merci, ma non c’era più denaro nelle tasche delle persone, e presto queste non ebbero più un lavoro. Il tracollo definitivo di una più delle più floride economie del mondo avvenne per il panico sviluppatesi nel mercato azionario. “La caratteristica peculiare del grande disastro del 1929 – ricordò in seguito il grande economista John K. Galbraith – era che il peggio continuava a peggiorare”, ed ancora oggi si fatica a capire come quel peggio abbia potuto ghermire la società americana, per poi propagarsi nel mondo. Incontrando, nel 2008, una delegazione di economisti accademici, Elisabetta II d’Inghilterra chiese come mai nessuno di loro era stato in grado di prevedere la crisi divampata in quell’anno in tutto il mondo (avendo nel fallimento della “Lehman Brothers” il suo tremendo apogeo), ricevendo risposte imbarazzate e reticenti. L’elemento in comune tra la crisi del 29 e quella del 2008 è, palesemente, la difficoltà di comprensione dei fenomeni da parte della dottrina economica. Ed è proprio la comprensione di tutti i fenomeni che si aggirano attorno al Coronavirus, la cosiddetta “visione d’insieme”, che pare mancare. Gli americani, nel corso della II Guerra Mondiale, un avvenimento forse un tantino più drammatico di un’epidemia influenzale, ad un certo punto nel 1943 pensarono si dovesse riprendere il campionato di baseball, nonostante l’assenza di uomini impegnati nei vari fronti di guerra. Nasce così la “All-American Girls Professional Baseball League”, il campionato di baseball giocato in America dalle donne dal 1943 al 1954.

Il calcio come diritto ad esistere

In uno dei più momenti più difficili della storia americana, dove migliaia di giovani americani perdevano la vita nei vari fronti di guerra, le autorità di un Paese, gli Stati Uniti, la cui storia deve molto alla capacità dell’immaginazione, decisero che quell’amore eterno ed infinito tra gli americani e il baseball non poteva più rimanere interrotto. Le donne piombate improvvisamente sul diamante dei principali stadi di baseball del Paese, fu il riattivare il richiamo del muezzin dal minareto degli Stati Uniti. Fu un successo emozionale travolgente, raccontato sapientemente nel film “Ragazze Vincenti” di Penny Marshall, e contribuì non poco a ridonare speranza ad un popolo ormai provato da anni di perdite inenarrabili. Lo sport può essere davvero un segnale importante di vitalità e speranza in momenti dolorosi come quello che stiamo vivendo, ecco perché applaudo, al contrario di quanto ha fatto Giovanni Malagò teso retoricamente ad invitare il calcio ad adeguarsi alla realtà, ai dirigenti e operatori del calcio italiano impegnati a discutere animatamente sulla regolarità o meno dell’attuale campionato. E’ un segno del voler andare avanti con la vita quotidiana, nonostante tutto. E’ un resistere, anche quando tutto quello attorno racconta quasi l’inutilità del resistere. “Bisogna essere creativi”, dice Marcelo Bielsa, ecco perché nel 1992, di fronte al pericolo di tifosi inferociti del Newell’s Old Boys presentatesi sotto casa sua dopo una partita persa per sei a zero, il “Loco” (questo è il soprannome del tecnico argentino) pensò bene di scendere ad affrontarli tenendo una granata tra le sue mani e minacciando di togliere la sicura se non fosse cessata quell’assordante contestazione. Comprensibilmente spaventati, i tifosi scapparono via, inseguiti dal Loco che continuava a brandire il residuato bellico. Il calcio è movimento, la vita è movimento, bisogna sempre essere pronti a correre e smarcarsi. Senza lasciarsi dominare dalla paura. Questa è la lezione di uno dei tecnici più geniali di sempre, uno di quelli abituato a “costruire”. Perché non fermarsi di costruire, questa è la vera lezione che lo sport può dare in questo tempo spaventato da un morbo venuto dall’Oriente.

(ha collaborato Carmelo Pennisi)


Anthony Weatherhill, originario di Manchester e nipote dello storico coach Matt Busby, si occupa da tempo di politica sportiva. E’ il vero ideatore della Tessera del Tifoso, poi arrivata in Italia sulla base di tutt’altri presupposti e intendimenti.

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  1. turin - 8 mesi fa

    Una visione ericlatea, dove tutto si muove e nulla sta fermo. Tutto diviene e tutto muta. Dove il solo nemico è la paura. complimenti al nostro weatherill

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