Lettera aperta ai tifosi italiani

Rubriche / Il pensiero di Anthony Weatherhill sull’eliminazione dell’Italia dai Mondiali

di Redazione Toro News

Allo stadio San Siro di Milano, il 13 novembre,  con l’eliminazione dell’Italia da Russia 2018 è stato come se la storia con la esse maiuscola avesse voluto dare un monito definitivo ad una delle nazioni più affascinanti e creative del pianeta. San Siro che è uno dei cuori di una Milano che è diventata, nel tempo, naturale anello di congiunzione tra la cultura mitteleuropea e la cultura mediterranea. San Siro che, grazie alle gesta di Inter e Milan, è considerato uno dei luoghi di ritrovo del mito a cui generazioni di ragazzi europei hanno guardato con occhi incantati.

In una banlieu di Parigi, uno di quei luoghi dove nel tempo si sono incontrate le disillusioni della working class parigina e le modeste speranze di chi fu tempo suddito del colonialismo francese, nella seconda metà degli anni 80 dei ragazzi, perlopiù figli di immigrati di seconda generazione, ricavarono un campo di calcio su un pezzo di cemento racchiuso tra dei palazzoni della tipica edilizia popolare parigina. Questo campo divenne, in breve tempo, teatro di sfide mitologiche tra tutte le squadre amatoriali che andavano ad organizzarsi nelle banlieu. E siccome era il periodo dell’esplosione del calcio in televisione, questi ragazzi della Francia del rugby giocato al Parco dei Principi,  da cui si sentivano esclusi, si innamorarono delle immagini del grande Milan di Franco Baresi, che arrivavano direttamente dallo stadio San Siro. Decisero, allora, di chiamare San Sirò (l’accento sull’ultima vocale è d’obbligo nella lingua d’oltralpe) quel campo ricavato sul cemento, probabilmente per dare più forza e nobiltà ai loro sforzi di piccoli calciatori. A San Sirò i ragazzi non solo si sfidavano(e tutt’ora si sfidano), ma osavano con il pallone cose mai fatte prima sfidando la logica, per diventare sempre più bravi. Tutto questo in una splendida e totale anarchia, perché un gioco deve sempre essere sinonimo di libertà. San Sirò  convinse la politica francese  come il calcio potesse donare ai giovani delle banlieu un processo identitario. Quindi  si affrettò a costruire nelle banlieu altri campi rendendo possibile il fiorire di talenti (l’ultimo è il costosissimo gioiello Kylian Mbappè), che hanno dato al calcio francese l’inizio del percorso che lo ha portato ad avere una sua identità precisa, soprannominata “black, blanc, beur”(nera, bianca, araba).

Il concetto è sempre quello valido dall’inizio dei tempi del calcio: il talento nasce e cresce per strada, in totale libertà, poi arriva un processo istruttivo (centri tecnici federali e settori giovanili delle grandi società calcistiche) che struttura tutto questo talento sbocciato. Quando ero ragazzo (appena giunto da Manchester, mia città natale) anche in Italia esistevano tanti San Sirò: erano pezzi di strade chiuse, campi in terra battuta negli oratori, cortili sotto casa dove si giocava fino al calar del sole. A nessuno, ma proprio a nessuno, veniva in mente di andare ad inquadrare quell’esplosione di vitalità e libertà. Era un’Italia in cui  nessuno sentiva la necessità di dover pagare una scuola calcio per permettere a dei figli di correre dietro a un pallone. Tutto, nello scorrere del tempo, veniva assorbito nel naturale processo culturale di ogni giovane generazione che si appresta a diventare adulta. Gli italiani erano, e sono, nella maggioranza figli di una cultura mercantile e artigiana, e da sempre andavano sviluppando quel pragmatismo e quel cinismo positivo che anche nel gioco del calcio li rendeva tenaci e speculari. Queste caratteristiche rendevano i calciatori italiani unici al mondo e capaci di qualsiasi impresa anche quando erano dati per sfavoriti. Anch’io, da inglese, spesso ho guardato con ammirazione il modo di giocare italiano totalmente lontano dalla cultura anglosassone. Mai Maradona sarebbe riuscito ad arrivare fino alla fine della corsa dove trovò il suo gol del secolo giocando contro l’Italia. Dopo il suo primo scarto a destra un mediano della squadra azzurra lo avrebbe atterrato nel tempo di cinque metri;  perché se non si ha potere e talento sufficiente allora, come insegna  tutta la cultura italiana di ogni tempo, bisogna resistere. La resistenza è uno dei grandi valori condivisi della cultura occidentale, che nel calcio può essere rappresentata plasticamente dal “fallo”, che determina una sanzione (calcio di punizione e calcio di rigore). Accetto la sanzione, e intanto resisto. Se non hai potere e talento allora giocherai partendo da una buona difesa, che è un altro modo di resistere in attesa che chi ha potere (e quindi si trova vestito dalla sicumera del perenne attaccante) commetta un fatale errore. Gli italiani questo atteggiamento lo imparavano sin da bambini, e lo applicavano in ogni settore della loro vita, calcio compreso.

Molti hanno sempre criticato questa  unicità italica ( per cui si è coniato il neologismo dispregiativo di “catenacciari”), ma ciò li ha portati a vincere quattro titoli mondiali e a essere temuti da tutte le squadre nazionali. Questa caratteristica strutturatasi nel tempo ha portato gli italiani a cercare fortuna per il mondo senza paura, a diventare la quinta potenza industriale senza avere materie prime e possedimenti coloniali remunerativi, a creare il famoso e tanto invidiato “Made in Italy”. Gli italiani hanno dimostrato che non esiste un solo modo per avere successo e stare al mondo, e ci ricordano da sempre che nel calcio non c’è un solo modo per vincere.  Perché, allora, la  nazionale italiana il 13 sembrava avesse smarrito il talento?  Gli attuali nazionali italiani, a mio parere, sono il frutto di scuole calcio, di settori giovanili che oggi sentono il dovere più di ammazzare la libertà di un modo di essere, che aiutare un talento a fiorire (a volerla dire chiara: mancano gli allenatori bravi e abbondano quelli politicamente corretti). Non si vedono più giocare i bambini per strada, gli oratori non esistono più, e i cortili sono stati occupati dalle automobili che devono trovare parcheggi sempre più rari. In parole povere: non esiste più un’identità italiana nel gioco del calcio. Poi, a completare l’opera, qualcuno ha convinto gli italiani che devono invidiare gli spagnoli o gli olandesi, con la loro ricerca ossessiva dell’estetica più che della sostanza. Quindi  che il calcio diventi uno spettacolo (come se lo sport potesse essere una rappresentazione teatrale) , in una messinscena  perennemente in attacco (allora qualcuno dovrebbe spiegare perché è stata stabilita la regola del fuorigioco).

Gli italiani si sono cosi convinti che hanno finito per dimenticare se stessi. Il problema non è cercare un nuovo commissario tecnico, piuttosto ritrovare  un vostro San Sirò e il vostro talento perduto. Da inglese, contento che Maradona non venne fermato con un fallo nel suo gol del secolo, vi dico che in Russia mi mancherà, e mancherà a tutto il mondo, l’Italia, e il suo splendido cinismo.  Perché è stato bello, nel 1982, vedere l’impossibile (battere quel Brasile e quell’Argentina) diventare possibile. L’Italia che gioca con la sua identità è un’emozione a cui non è possibile rinunciare, perché voi siete gli artisti dell’impossibile. Auspico, cari tifosi azzurri, che la vostra nazionale non diventi mai una brutta copia di Spagna  o Olanda. Se il calcio è una metafora della vita (e lo è), allora non si mortifichi la cosa più importante della vita stessa: la diversità. Da inglese lo confesso: vi critichiamo, ma vi ammiriamo.

Anthony Weatherhill


Anthony Weatherhill, originario di Manchester e nipote dello storico coach Matt Busby, si occupa da tempo di politica sportiva. E’ il vero ideatore della Tessera del Tifoso, poi arrivata in Italia sulla base di tutt’altri presupposti e intendimenti.

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  1. gam66 - 3 anni fa

    Fantastico. I capoccioni del sistema calcio italiano dovrebbero farsi un bell’esame di coscienza.

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  2. Grande Torino - 3 anni fa

    Condivido tutto quanto scritto, grazie Weatherill!

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  3. lorenzo - 3 anni fa

    Bell’articolo 🙂 Grazie Anthony !!

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