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Il Toro fuggente

Sotto le granate / Torna la rubrica di Maria Grazie Nemour: "Il Toro è lo spazio profondo e assoluto tra un pensiero e l’altro"

Maria Grazia Nemour

Quando sei certo di una cosa, è quello il momento di ribaltarla e guardarla da tutt’altro punto di vista. Per farlo necessitano coraggio, elasticità e umiltà.

Nell’Attimo fuggente il professor Keating sale su un banco e chiede ai suoi apprendisti esseri umani di ribaltare le loro convinzioni, di guardare la realtà da un punto di vista diverso, e osservare l’effetto che fa. Lo scorso anno di questi tempi credevo che la cosa più importante per il Toro fosse la continuità, nessuno doveva andare via. Belotti e Sirigu, N’Koulou e Ansaldi, i giovani Millico ed Edera. Tutti dovevano rimanere. Tutti insieme a giocarsi in campionato la carta dell’affiatamento, della conoscenza dei ruoli. Quando la porta si stava chiudendo e all’ultimo è entrato Verdi, ho pensato che da noi avrebbe trovato la serenità per dare luce alle sue notevoli doti.

E chi lo pensava che la squadra che aveva brillato nel girone di ritorno forse non era poi così coesa, che forse qualcuno se ne voleva andare, che forse qualcuno aspettava un premio e si sarebbe lasciato gravemente demotivare senza, che forse c’era chi era più ostile verso l’allenatore che attaccato alla maglia, che forse qualcuno poteva giocare solo l’alternanza.

E chi lo pensava che la classifica avremo iniziato a guardarla al contrario? Chi se ne importa dei risultati di Juve, Inter, Atalanta, imprescindibile concentrarsi su Genoa e Lecce.

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C’è chi non è cambiato mai, Belotti è stato, dall’inizio alla fine, un Capitano. C’è chi è cambiato in meglio perché ha seguito un percorso di crescita, come Bremer. C’è chi è arrivato sapendo che bisognava cambiare completamente rotta per non impantanarsi nel regno delle ombre. Longo sapeva di essere un traghettatore, sapeva che ancorare la nave alle coste della serie A era il massimo a cui poteva aspirare. La primavera che ha fermato il mondo credevo avrebbe contribuito a spingere molti apprendisti esseri umani ad arrampicarsi sui banchi, persone che non si sarebbero più accontentate di un calcio finanziario falsato dai diritti televisivi, sceicchi e massoni.

E invece è successo che il business-calcio ha imparato presto a vivere il suo spettacolo anche senza i tifosi, è successo che continuano a vincere quelli di sempre. D’altra parte nell’Attimo fuggente il professor Keating è tutt’altro che un vincitore, viene licenziato, causa danni enormi insinuando il dubbio che uno possa identificarsi coi propri sogni. Però…però quando esce dall’aula qualcuno, per dirgli addio, sale sul banco. Pochi. Ma quei pochi ormai hanno visto di più, non sanno cosa farsene di un punto di vista ordinario.

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Qualcuno in questi mesi ci ha visto seguire il Toro in bar così vuoti da far perdere di significato il concetto di distanziamento fisico e non ha capito perché fossimo ancora lì. Quel qualcuno forse vive anche dentro di me. Ma io posso essere solo Toro: la vita è una questione di punti di vista. Il Toro non è un flusso di pensieri soggetto a contingenti perturbazioni, il Toro è lo spazio profondo e assoluto tra un pensiero e l’altro. Giampaolo, salirai sul banco?

Mi sono laureata in fantascienze politiche non so più bene quando. In ufficio scrivo avvincenti relazioni a bilanci in dissesto e gozzoviglio nell’associazione “Brigate alimentari”. Collaboro con Shakespeare e ho pubblicato un paio di romanzi. I miei protagonisti sono sempre del Toro, così, tanto per complicargli un po’ la vita.

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