Sergio Vatta: ”Longo? Ha fatto un grande lavoro, ma ora bisogna vincere”

Sergio Vatta: ”Longo? Ha fatto un grande lavoro, ma ora bisogna vincere”

Esclusiva TN / Speciale Final Eight: ”Contentissimo per Fogli, è un ottimo allenatore”

di Roberto Maccario

 In vista dell’importante sfida della Primavera granata di Moreno Longo, impegnata mercoledì a Rimini nelle Final Eight contro l’Atalanta di Bonacina, abbiamo contattato un vero e proprio guru delle giovanili del Toro, il mitico Sergio Vatta, che ha cresciuto tanti campioni nel corso dei suoi anni a Torino.

Sergio Vatta, l’appuntamento di mercoledì è di quelli da dentro o fuori, di quelli che non si possono sbagliare, vero?
Durante l’anno, essendo il presidente del Trofeo Maestrelli, un premio per il miglior allenatore della serie A, il miglior allenatore straniero e il miglior tecnico delle giovanili, ho tenuto d’occhio l’operato di Fogli e di Moreno (Longo ndr). Sono ragazzi che conosco bene, molto bravi e preparati, ma ora mi aspetto che arrivino i risultati e che venga dimostrata la bontà del loro lavoro: attendo con ansia queste Final Eight.

Intanto Fogli si è appena laureato campione d’Italia per la decima volta con la sua Berretti battendo in finale la Ternana, niente male no?
Roberto è un allenatore che mi piace molto, dotato di un’intelligenza superiore alla media. L’ho avuto in Primavera, avrebbe potuto giocare anche in serie A. Era un buon difensore centrale e, quando guardo le partite, lo rivedo sempre in Benatia della Roma.

Tornando a Longo, la Primavera granata ha vinto alla grande il suo girone con diverse giornate d’anticipo, questo non basta?
Sicuramente è stata un’ottima annata, in cui il Toro ha concluso il suo girone al primo posto, ma ora bisogna vincere.

Intanto il tecnico granata, cercato da molte squadre in Lega Pro e B, ha ricevuto una proposta di adeguamento e rinnovo del contratto fino al 2017 con ampliamento delle sue funzioni in senso manageriale: una sorta di coordinatore tecnico all’inglese. Una buona mossa da parte della società?
Sì, la sua capacità organizzativa è fuori discussione. Per lavorare con i giovani ci vuole passione vera, la volontà di realizzare una scuola e dare continuità alla crescita dei ragazzi. Bisogna smettere di andare a prendere i giocatori all’estero, ma trovarne di più sul territorio e tirarli su: è questo che indica la profondità e la bontà del lavoro, e credo che lui abbia le carte in regola per farlo.

Come faceva lei ai vecchi tempi?
Una volta a Milano stavamo giocando contro la Primavera del Milan in campionato ed eravamo in vantaggio per 3-0. A quel punto Rivera, che era tra il pubblico, si avvicina a Maldini, che allenava i rossoneri ed era vicino alla mia panchina, e gli dice: ”Vedi Cesare, al Toro mancano 6 o 7 giocatori aggregati alla prima squadra, eppure ci stanno dominando, sembrano uomini contro bambini”. Ebbi subito l’istinto di fargli vedere la lista, a testimonianza del fatto che noi avevamo complessivamente 16 anni in meno di loro, ma mi trattenni: in ogni caso credo che questo esempio renda bene il concetto che ho espresso in precedenza.

Qual è il suo commento sull’operato di Bava, responsabile del settore giovanile granata e grande conoscitore del calcio piemontese?
Conosce bene i segreti del sottobosco calcistico, è molto esperto e ha buoni informatori, per cui le considerazioni su di lui non possono che essere positive. Devo dire che all’inizio ero scettico, ma ora riconosco che ha fatto un buon lavoro in una situazione non facile: noi infatti avevamo meno fondi di adesso, ma anche meno difficoltà nel reclutare i prospetti migliori. Ora infatti se non tiri fuori i soldi, anche a livello giovanile, il ragazzo non te lo danno, e arriva un grande club, come magari la Juventus, a soffiartelo. Nel calcio di oggi è tutto più complicato anche per il continuo intervento dei procuratori che si mettono in mezzo pure per l’acquisto dei ragazzi e, ripeto, li offrono a grandi società che li pagano anche sei volte più di te. Alle compagini di vertice non interessa più crescere i giovani in casa, ma prendere un baby fenomeno già quasi completamente formato per inserirlo subito nella prima squadra, perché gli obiettivi sono diversi.

Tra le favorite per le Final Eight c’è anche la Lazio, una società nella quale lei ha lavorato, giusto?
Vero, e ho anche portato in società Bollini, lo storico allenatore della Primavera biancoceleste. Ora in panchina c’è Simone (Inzaghi, ndr), perché lui è andato a fare l’assistente di Reja , ma lo sento spesso per alcuni consigli e so che collabora ancora con il settore giovanile, supervisionando il lavoro e avvicinando la prima squadra ai giocatori, come successo nel caso di Keità, proveniente dal Barcellona.

Una figura di raccordo di questo tipo forse è ciò che manca al Torino, non crede?
Sì, è una figura prettamente tecnica, con capacità di leggere il futuro, una cosa molto più difficile ed importante che non giudicare il presente.

Tornando alla vittoria della Berretti, l’eroe di giornata è stato Nicholas Lentini con tre rigori parati: buon sangue non mente?
Sono sempre felice quando leggo i cognomi di grandi giocatori che ho allenato. Sono contento per Lentini, anche se devo dire che è abbastanza curioso che il figlio di un grande attaccante abbia fatto il portiere.

In una nostra vecchia intervista Gigi disse che, da punta, gli ha insegnato il modo di ragionare degli attaccanti in certe situazioni, con i conseguenti trucchetti da usare: una lezione utile?
Senza dubbio, perché l’allenatore dei portieri spesso ti fornisce solo il punto di vista dell’estremo difensore, mentre parlare anche con un giocatore offensivo amplia la tua visione insegnandoti cose che non sai e mostrandoti come prevedere e prevenire.

Lei di giocatori in erba ne ha visti tanti: come sceglieva il prospetto giusto, quello in grado di avere un avvenire?
Molti negli anni mi hanno fatto questa domanda, e ho sempre dato la stessa risposta: prendevo quello che, andandolo a vedere, anche se non giocava bene mi emozionava lo stesso.
Questo per dire, riallacciandomi al discorso di prima, che non basta saper vedere il presente, lo sanno fare tutti, ma bisogna avere la capacità di capire cosa un ragazzo potrà darti in futuro, saper leggere in prospettiva. Con questo metodo, nel corso del tempo, abbiamo allevato 64 giocatori poi finiti in serie A e tantissimi nelle categorie minori. I migliori finivano nel massimo campionato, gli altri regolarmente in B o in C. Noi non allenavamo solo i ragazzi, ma li accompagnavamo in un percorso: avevamo meno soldi delle società importanti, ma li andavamo a prendere per niente alla periferia di Torino facendo fare affari alla proprietà. Acquistammo Cravero, Lentini e Fuser, e mai per più di un milione di vecchie lire; con poche risorse battevamo il Barcellona e il Real Madrid per 5-0, anche a casa loro, nei vari tornei, e abbiamo vinto il 70% delle competizioni disputate. Tutto questo grazie anche al contributo di amici che lavoravano gratis, per pura passione: oggi non lo fa più nessuno.

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