Decameron granata – La prima volta allo stadio: “Quelle emozioni degli anni 70-80”

Decameron / La seconda puntata dell’iniziativa di Toro News e per cominciare alla grande subito tre storie

di Redazione Toro News

Cosa narra il Decameron? Narra di un gruppo di giovani che per dieci giorni si trattengono fuori da Firenze per sfuggire alla peste nera che in quel periodo imperversava nella città, e che a turno si raccontano delle novelle di varie tematiche. Sull’idea di Giovanni Boccaccio vorremmo strutturare qualcosa di simile insieme a voi. Il Decreto #iorestoacasa ci costringerà giustamente a rimanere nelle nostre abitazioni fino al 3 aprile. E allora perché non sforzarci con la memoria e provare a ricostruire alcuni nostri frammenti di vita rigorosamente granata. Momenti che giacciono nella nostra testa, ma potrebbero tenere compagnia e regalare emozioni ad altri “colleghi di fede”. Come Toro News, vorremmo creare un casolare virtuale granata, sull’esempio di Boccaccio, così come le storie che vorremmo che voi condivideste con noi e con tutti gli altri “fratelli” del Torino. Un modo per tenerci impegnati e per liberarci per qualche momento dei cattivi pensieri. Continuiamo dunque con la seconda giornata di novelle e il tema è la prima volta allo stadio negli anni 70-80.

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Il “Decameron granata”: condividi con noi i tuoi ricordi sul Toro

…dedicato al Giò

Aprendo un cassetto della memoria, nell’armadio dei ricordi infantili della mia non più verde età, ho trovato una scatola con dentro delle figurine, delle briciole di un vecchio panino ed un biglietto dello stadio; allora mi è venuta forte la voglia di raccontare una storia semplice, una storia che forse in qualche modo, ha incanalato la mia vita, una storia di un’epoca lontana, ma così lontana che sembra quasi impossibile sia esistita. Un’epoca nella quale le famiglie avevano, se va bene, una sola auto, un solo bagno, più figli, difficilmente avevano il riscaldamento, ma i papà lavoravano, i computer invece erano delle cose lontane e occupavano intere stanze di fantastici centri che si vedevano solo alla televisione… già: la televisione, chi l’aveva la condivideva con i vicini, e tutto era rigorosamente in bianco e nero e senza telecomando (… già, a che sarebbe servito con un solo canale?). Un’epoca nella quale tutti, ma proprio tutti, dalla serie A alla terza categoria, giocavano al calcio alla stessa ora dello stesso giorno, la domenica, un’epoca in cui anticipo e posticipo erano parole che non evocavano eventi sportivi, un tempo lontano e magico nel quale la televisione faceva vedere, tassativamente in bianco e nero, solo un tempo della serie A ed uno della serie B, rigorosamente differiti, prima di cena, e su tutti la faceva da padrona la radio a cui tutti incollavano i padiglioni auricolari dalle 15 alle 17…

E’ tutto grigio e fa un freddo cane, guardo fuori dalla finestra: – accidenti che tempo da lupi, non piove ma ci beccheremo sicuro un raffreddore… e poi, io sono debole di gola!

E’ il 1974, domenica 3 marzo… non è una domenica come le altre, mi preparo con agitazione a partire da casa; il cielo sarà anche grigio, ma nel cuore sembra primavera e le sensazioni si sommano: gioia, timore, impazienza… sento le farfalle nello stomaco, mentre le mille raccomandazioni della mamma passano come acqua sul marmo: “stai attento, copriti, non perderti…” uffa!

E’ un regalo del Giò, questa domenica. Lui sì che mi conosce, lui sì è riuscito a capire cosa sento dentro, che cosa la mia timidezza nasconde; è lui che ha insistito con i miei, peraltro non troppo convinti, ma che alla fine hanno ceduto alle mie insistenze ad alla fiducia nel Giò, o Giuanìn, come lo chiama papà.

E allora è arrivato il momento tanto atteso: l’appuntamento è davanti alla “Betulla”, il bar del paese, un po’ prima di pranzo, si deve arrivare presto a Milano, si sa: il traffico, poi l’ingresso e trovare i posti…

Siamo i magnifici 4, o meglio, loro sono i tre moschettieri ed io un passerotto tutto ossa di dodici anni appena compiuti, ma con tanta voglia di andare… è la prima volta da solo con in grandi, è la prima volta allo stadio, si va a Milano per Inter-Torino: è la prima volta a vedere dal vivo il Toro!

Non so come mi sia nata questa passione per una squadra che in questi anni non vince nulla, questa innocente ossessione, questo ritagliare ogni articolo ed ogni fotografia dai giornali invenduti dell’edicola della mamma, eppure al mio papà non interessa nulla del calcio, forse un amico, un compagno di giochi, forse il destino, chissà…

Con Giò, amico di papà, ci sono gli inseparabili cuori granata: ‘l Peru da’n Mijè (quello che ha comperato la 500 e se l’è fatta tingere di granata) lui sa tutto del toto e della sua storia passata, presente e… futura; e il Pierangelo, (lui è il portiere della squadra del paese: forte, spericolato, guascone, invincibile, un vero mito per noi ragazzini), quello che avrei rivisto molti anni dopo, per caso in televisione, un 5 maggio, intervistato dalla RAI a Superga, e lui, proprio lui, commosso, con il magone, a parlare degli Invincibili…

Si parte con il Torino Club di Cossato, siamo pronti, siamo tutti? Perfetto, partiamo, si sale sul pullman, anzi no: la corriera!

Prima esperienza nuova di questa giornata tanto attesa: un panino mangiato sul sedile, durante il viaggio, ascoltando ad occhi sbarrati i discorsi dei grandi… emozionante! “Vedrai, ‘stavolta gliela facciamo vedere, è la volta buona…” barzellette, battute, risate grasse… la porta su di un mondo nuovo!

Poi l’arrivo a Milano, ci si chiude nelle giacche, si deve fare un pezzo di strada a piedi per arrivare a San Siro e fa un freddo cane… le raccomandazioni della mamma.

E poi eccolo: lo stadio! E’ enorme, penso che non vedrò mai più una cosa così grande… Nell’avvicinarsi fra la marea disordinata di persone, si intravedono delle bancarelle: panini e birre, magliette e bandiere… già bandiere… mi fermo e guardo incantato la più bella: è granata, ha un toro nel mezzo e porta tutto intorno, come fosse una costellazione, gli scudetti dei 6 campionati vinti e gli stemmi tricolori circolari delle 4 coppe Italia; oggi credo di poter dire che così si può solo guardare negli occhi il primo amore, che quella fu la dimostrazione che il colpo di fulmine esiste… Giò che probabilmente non mi perdeva di vista un istante deve aver sorriso sotto i baffi che non aveva, non ha parlato, si è avvicinato alla bancarella, ha contrattato il prezzo e, sotto il mio sguardo sospeso fra dubbio e speranza l’ha comperata!

Un attimo dopo, mi ritrovavo ad avvicinarmi agli ingressi in compagnia del mio Virgilio, in viaggio verso il mio paradiso, con le mani strette sino a farmi male, su quella bandiera arrotolata…

E il momento magico continua: entriamo, saliamo le gradinate, siamo sistemati nell’anello in basso, nei distinti, all’altezza della linea di centrocampo. Trattengo il fiato: lo spettacolo è bellissimo, suoni, colori, canti… il campo sembra enorme: ma come faranno a correre per un’ora e mezza in quella prateria?

Mentre siamo in attesa, c’è chi chiacchiera, chi si mangia qualcosa, qualcun altro ha comperato un mignon di Ramazzotti per riscaldarsi, siamo tutti pigiati, e ad un certo punto sentiamo poco lontano un parapiglia… dall’anello superiore qualche tifoso dell’Inter ha pensato bene di far cadere un sacco con qualcosa di bianco, probabilmente farina. La mira del lanciatore è stata senz’altro pari alla sua fantasia, infatti ha centrato perfettamente in testa un signore anziano (o così a me allora è sembrato), il quale in verità non si è scomposto più di tanto…

Ma tutto passa, la partita ha inizio, entrano in campo i miei miti: Castellini, Ferrini, Bui, Lombardo, Cereser, Zecchini, Agroppi, Fossati, Mascetti, Rampanti, Pulici… così vicini che li riconosco, d’altra parte ci incontriamo mille e mille volte ogni giorno sull’album delle figurine… sono tutti in tenuta granata e calzoncini bianchi, che all’epoca erano ridottissimi… corrono, lottano, chiamano palla, imprecano, insomma ci danno l’anima!

Una scena che non so perché, porto stampata nella memoria: Bui, “è lui, è lui, è Gianni Bui” gridano tutti, prende palla a centrocampo e proprio davanti al mio posto, in palleggio volante, senza farle toccare terra (in verità a me sembra che anche lui si muova, o meglio, danzi, a mezzo metro dall’erba…) arriva sino al limite dell’area, dove un difensore interista, (peccato non ci sia più la sedia elettrica) lo atterra… avrei sofferto meno se il calcione lo avesse affibbiato direttamente a me!

La partita prosegue, è la prima partita, sono gioiosamente confuso, non capisco bene se siamo così bravi come a me sembra, o forse spero, e se loro, gli interisti, resisteranno ancora a lungo… ma poi al 40’ ci pensa Boninsegna, un mantovano tracagnotto che un giorno diventerà juventino, a chiarirmi le idee: tira un rigore perfetto, che mette a sedere Castellini ed è 1-0.

Inizia la ripresa, recupereremo!

Infatti, quello che in seguito scoprirò soprannominato Bobo, o Bonimba, insomma, sempre il mantovano con un futuro da gobbo, ci infila la seconda volta, stavolta su azione: è il 54’.

Certo, in campo non ci saranno gli Invincibili, certo non ci sarà Capitan Valentino a rimboccarsi le maniche e fare un cenno ad Oreste Bolmida, il trombettiere del Fila, però, accidenti, adesso sicuramente faremo vedere di che pasta siamo fatti! Ed in effetti i torelli corrono, non mollano mai, sgomitano e scalciano, cercando il bandolo della matassa, dalla panchina il colbacco di Giagnoni sembra vivere di vita sua, ma il tutto non dura più di 10 minuti: sul più bello, al 63’ è ancora lui, Boninsegna, che sembra aver aperto con noi una guerra personale: dal suo metro e settanta, tira fuori dal cilindro un velenoso tiro al volo rasoterra, che il Luciano granata, non ancora in versione “giaguaro” lascia colpevolmente passare per il definitivo 3-0!

E così ce ne andiamo dalla Milano che qualcuno chiamava “da bere” (ma che vorrà mai dire…) con gli sfottò degli interisti nelle orecchie; così finisce questa domenica pomeriggio tanto attesa, tanto sospirata, tanto pregustata. Risalgo sul pullman… pardon: sulla corriera, e non riesco ad essere triste, non ho la rabbia degli altri, non ne capisco le critiche, quelle le capirò molto più avanti negli anni… riesco solo a pensare, o forse lo riesco a pensare solamente adesso, che in quella fredda domenica pomeriggio, la mia prima esperienza è stata una sconfitta, la prima di tante, e non solo calcistiche, eppure una sconfitta felice… e se è vero che sono le esperienze negative che ti fortificano, che ti fanno crescere, è forse proprio allora e proprio per questo motivo che questo colore mi è saltato addosso, e che da allora il mio cuore e il mio futuro non sono potuti che essere granata… come quella bandiera, quella con la B maiuscola, quella del Giò, che ho stretto per tutta la partita, per tutto il viaggio e che ho portato a letto con me quella sera, appendendola poi sopra il mio letto, con la sua costellazione di tricolori, e lì è rimasta, sino a quando quel letto non è stato solo più mio, ma l’ho condiviso con un’altra grande esperienza della mia vita…

Luca Gruppo

Decameron granata – La prima volta allo stadio: “Al Fila nel ’59, Toro in B ma che bolgia…”

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In principio fu la sconfitta. D’altronde è nel DNA granata soffrire sin dal primo vagito, anche in un periodo storico in cui le cose, in fondo, non andavano poi troppo male.

E non sto parlando di un Toro-Inter, un derby, un Toro-Milan o di qualche altro affascinante incontro europeo. Mi riferisco ad un quasi anonimo Toro-Cesena, un match casalingo che sembrava l’ideale per una prima volta allo stadio Comunale a vedere il Toro vincere! E invece già allora, 37 anni fa, i nostri beniamini erano dotati di quello straordinario impeto di generosità che li avrebbe ancora oggi resi famosi per “resuscitare i cadaveri”, per dare una speranza anche a chi agonizza nei bassifondi della classifica, sull’orlo del precipizio. Infatti, al termine del Campionato 1982-83, il Cesena retrocedette in serie B. Per la cronaca, il Toro finì anonimamente nel limbo della metà classifica, situazione ben nota anche in questi ultimi anni di presidenza Cairo.

Quella domenica – allora non c’erano ancora gli anticipi e posticipi – l’avevamo organizzata proprio bene. Allora dodicenne, ero riuscito a convincere i miei genitori che lo stadio non era un luogo pericoloso ed avevo raccolto l’invito di un compagno di classe per andare con lui, suo padre ed un altro compagno nell’amena tranquillità del settore distinti. Portavo al collo la mia prima sciarpa del Toro a strisce verticali bianche e granata, comprata ad Aosta in occasione di un’amichevole estiva vicino al luogo dove andavo tutti gli anni in campeggio.

Ero talmente affascinato dallo stadio che passavo più tempo a guardare i tifosi saltare e cantare in curva Maratona alla mia destra che a seguire la partita.

A spezzare i miei sogni di vedere il Toro vincere ci pensò un onesto pedatore di nome Ruben Buriani, con quella che oggi qualche telecronista chiamerebbe “un’incornata” in tuffo. Gran bel goal. 0-1 finale e tutti a casa. Anzi no. Il padre del mio compagno era iscritto ad un club di quartiere e, finita la partita, ci si trasferì tutti al club a vedere Novantesimo Minuto in televisione prima di fare ritorno a casa.

Nemmeno la soddisfazione di un goal. Da anni fantasticavo di assistere dal vivo ad un’esultanza della Maratona. Se solo fosse finita 1-2! Magari andando in vantaggio per primi per godere, almeno per un istante, della gioia di sentirsi in vantaggio! E invece… coda fra le gambe e prima grande delusione. Che poi, a me che ho cominciato ad interessarmi di calcio e di Toro solo tre anni prima, ci avevano già pensato altre due cocenti delusioni a farmi capire cos’era il Toro: quelle due finali di Coppa Italia perse un anno dopo l’altro gridano ancora vendetta nei miei ricordi di bambino!

Per lo meno, c’era la consolazione di rientrare in classe il lunedì e di condividere il dispiacere con i tuoi compagni. Mica erano tutti juventini o del Barcellona o del Manchester United, allora, i ragazzini! 50% granata e 50% bianconeri, almeno nelle simpatie, se non proprio nel tifo. E nella mia classe noi granata si era ancora più numerosi. Il quartiere era di tradizione granata, anche se oggi, forse, non è più così.

Marco Celeghin

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Quando hai sei anni tutto sembra più grande, un sedicenne pare un adulto ed uno stadio sembra una fortezza in mezzo alla città, ed è proprio quello l’effetto che mi fece il comunale di Torino la prima volta che mio padre mi ci portò nel 1976, eh si, proprio quell’anno lì.

Mancavano pochi giorni al mio sesto compleanno e mi fu fatto quel regalo che non avrei più dimenticato.

Il viaggio in auto con la Fiat 124 ed i suoi sedili in vinile color granata, il parcheggio lontano dallo stadio, l’allegra e colorata processione per raggiungere il luogo del ritrovo, la coda in biglietteria, quei piccoli bunker in cemento dove si distribuivano i preziosi biglietti, l’incontro con gli amici di mio padre con cui avremmo assistito alla gara, tutto era nuovo, ricordo che non ero mai stato in mezzo a tante persone.

Poi dopo la biglietteria c’erano i controlli della polizia o carabinieri, non ricordo bene chi fossero, perquisirono mio padre e guardarono dentro il suo borsello marrone in pelle, mi fece un certo effetto perché come tutti i bambini pensavo che nessuno potesse dirgli che cosa fare.

I gradini per arrivare in curva erano tantissimi, sembrava di salire in cielo e finalmente vidi il prato verde, eravamo arrivati! I cori andarono avanti per molto tempo prima dell’inizio della partita, alcuni di incitamento alla squadra ed altri contro gli avversari. Ad un certo punto dall’altoparlante dello stadio arrivò il messaggio che tutti aspettavano “…annunciamo le formazioni ufficiali..” dopo quella semplice frase il boato divenne assordante e quando fu pronunciata la parola magica “..Torino!!” si scatenò il finimondo, mi venne detto di gridare insieme ai fratelli granata ma non riuscivo nemmeno a sentire la mia voce, anche questa era un’esperienza nuova.

Della partita ricordo una scena che è rimasta impressa a fuoco nella memoria, dal mio posticino in maratona schiacciato in mezzo agli altri vedo un calciatore che prende il pallone con le mani e si avvicina alla bandierina del calcio d’angolo, ovviamente non sapevo cos’era un calcio d’angolo e capivo poco di quello che succedeva in campo, ad ogni modo vidi questo omone che mi sembra davvero grande, con un meraviglioso numero sette sulla schiena, appoggiare il pallone a terra, indietreggiare per prendere una poderosa rincorsa, alzare un braccio come a chiamare gli dei che lo guardavano dal cielo e calciare un pallone in mezzo all’area con una pennellata perfetta, che spettacolo..

Avevo sei anni e mi sbagliavo, quello che avevo visto non era un omone ma il poeta.

Walter Perello

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Continuate a mandarci le vostre novelle sulla mail redazionale (redazione@toronews.net) e, ricordatevi, l’argomento della prima settimana riguarda la vostra prima volta allo stadio. Non dimenticate di firmare l’email e soprattutto continuate a farci sognare e svagare in questo momento complicato per l’intero paese.

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  1. zaccarelli - 8 mesi fa

    No ho un ricordo nitido della prima volta a vedere il Toro, era sicuramente l’anno dello scudetto 75/76 avevo 10 anni.
    C’è un però.
    La stagione prima o quella prima ancora un cugino gobbo più vecchio volle portarmi ad un Juve-Milan, ricordo di Schnellinger -Haller ,tedeschi biondi, il campo verde ( dalla tv mica si capiva che fosse cosi bello verde, e chi l’aveva la tv a colori allora ??) Tanta gente tutti piu alti fi me non ho visto praticamente un k.azzo, però non mi dicevano niente quelle divise, preferivo comunque il rossonero.

    Ancora ora quando escono dal tunnel con la maglia granata ho comunque un sussulto.
    Forza Toro sempre sempre e sempre !!!

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  2. Haris Skoro - 8 mesi fa

    Ogni storia è splendida perchè racconta l’inizio di un amore, per tanti il più duraturo della vita.
    Continuiamo a raccontare

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  3. Immer - 9 mesi fa

    Grandi tutti storie come queste. Anche io la prima del toro persa ma nonostante tutto sone e sarò del mio grande toro. Il massimo per me sono state le trasferte in tutta italia a gridare forza toro. Questo che mi manca

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