Il muezzin canta “Allah Akbar” e il tramonto incendia i minareti: Istanbul, sei mia

Il muezzin canta “Allah Akbar” e il tramonto incendia i minareti: Istanbul, sei mia

Granata in viaggio / Dopo 1232 km, zero forature, sette paesi attraversati, sono arrivato ad Istanbul: è il 13 agosto, trentacinquesimo giorno dalla partenza da Valenza. Cosa ho scoperto? Se vuoi, puoi, e che il tempo è la ricchezza più grande: non sprechiamolo

di Federico Lanza, @LanzaFederico

Il meltemi è un vento secco e fresco. Nella Tracia, la regione che occupa l’estrema punta sud-orientale della penisola balcanica, lo conoscono bene: soffia sempre, specialmente da giugno a settembre. Lo maledicono: crea vortici di polvere, alza la sabbia negli occhi dei bagnanti sulle spiagge del Mar di Marmara, gli alberi si piegano alla sua forza. E sembra soffiare sembra nella direzione contraria alla quale pedalo: mi viene in mente “Blowing in the wind” di Bob Dylan.

Che tappa, quella da Alessandropoli a Ipsala: entriamo pian piano nella fornace a cielo aperto, un caldo sahariano annebbia i pensieri. In un viaggio del genere la testa conta ancora più della forma fisica: se non lavora, le gambe non pedalano. Il maledetto vento contrario che ci accompagna dalla Croazia rallenta la nostra avanzata verso sud-est: in salita non supero gli otto chilometri all’ora. Con il rapporto più leggero non ho problemi, ma perfino in discesa devo pedalare per non fermarmi. Pazzesco. Per fare 60 km ci mettiamo dieci ore: Renato, il mio compagno di viaggio, decide che per lui il viaggio finisce lì. La bicicletta lo ha tradito, le camere d’aria di scorta iniziano a scarseggiare. Prende la decisione di raggiungere Istanbul il giorno dopo in autobus. Ma finalmente siamo arrivati in Turchia, l’orologio segna le otto di sera, e abbiamo poca voglia di alzare la tenda e dormire per terra. Troviamo un albergo senza pretese lungo la strada. Ha tutto quello di cui ho bisogno: una doccia e un letto comodo.

250 km mi separano dal mio sogno: conquistare Istanbul via terra. Sarà dura, ma d’altronde Costantinopoli è sempre stata presa via mare. Voglio portare a termine quello che ho concepito e progettato per un anno intero. La Tracia è un infinito saliscendi: su e giù, su e giù, ma per i primi 40 km non c’è traffico, la strada è larga e la corsia di emergenza diventa un’ottima pista ciclabile sulla quale pedalare fischiettando. Senza, per una volta, dovermi preoccuparmi dei gommati. Quante volte avrò scollinato in due giorni? Venti? Trenta volte? Dalla cima di una collina si riesce a vedere quante altre ce ne sono dopo. Ogni ora mi fermo al distributore di benzina: riempio scrupolosamente le 6 bottiglie di acqua che mi porto dietro, una infilata nel portaborraccia e le altre incastrate con le corde elastiche sul portapacchi, assieme a tenda, materassino e sacco a pelo. L’azzurro del Mar Mediterraneo me lo posso scordare: qua il colore predominante è il giallo dei campi di grano, il giallo dei girasoli, il giallo delle balle di fieno, il giallo della luce, il giallo del sole, che trasforma la mia bicicletta in un cammello. Dopo 125 km arrivo a Tekirda?. Il primo albergo sulla strada è il mio: per 20 euro dormo e ceno con carne, insalata e birra. Mi dicono che la colazione è alle 8: la voglio alle 7. Bisogna partire presto per affrofittare per qualche ora del fresco dell’alba. Ma alle 8 l’aria è già irrespirabile e piena di smog. Via la maglietta da ciclista, sudata e sporca di grasso: fino ad Istanbul pedalerò a dorso nudo.

Il paesaggio non cambia, è monotono come il giorno prima: una distesa infinita di salite. Questa parte di Turchia sospesa tra Europa ed Asia sembra un mare in tempesta. Che mi sto avvicinando alla meta me lo rivela il traffico sempre più costante: se gli autobus di linea che provengono da Sofia avvisano del loro passaggio suonando il clacson, i tir e le macchine se ne fregano. Il mio Lebensraum – termine che indicava la teoria nazista dello spazio vitale – sono quei venti centimetri tra la linea bianca e il guard rail. Viaggio lì. I miei copertoni da corsa sono allo stremo delle forze, quello posteriore inizia a sfilacciarsi, la camera d’aria anteriore inizia a cedere. La parola d’ordine è una sola: non-farsi-investire. Dai che ce la faccio, mi dico. Insh’Allah.

Arrivo alla periferia alle 17:45. Mi ci vorranno tre ore e 30 km per sdraiarmi sul prato di fronte alla Moschea Blu. Chiedo informazioni: per Istanbul? Sempre dritto, mi dicono. Arrivando dai Balcani, il colpo d’occhio è subito impressionante: questa megalopoli ti cattura come un calamaro, un polpo con mille tentacoli. E il traffico, qui sì, che fa davvero paura. Sudo adrenalina, non sento la fame e la sete. Ho le mani incollate al manubrio, la testa china e gli occhi sbarrati dalla fatica. Ormai pedalo per inerzia.

Intanto penso: “Ma lo sapevate che tra Italia e Turchia, e Italia e Barcellona, ci sono gli stessi chilometri?“. Forse è la distanza culturale, religiosa, linguistica, magari la collocazione geografica – tra Iran, Siria e Iraq – a rendere questo viaggio così speciale. E a far apparire epico quello che in realtà, per me, è stata una cosa assolutamente normale. Ho lasciato l’Occidente per cercare l’Oriente. Ma non l’ho trovato. Forse l’Oriente è un po’ più in là, magari in mezzo alle steppe dell’Asia centrale, o in Cina, oppure semplicemente non esiste. L’Oriente è una condizione mentale. Una donna mi chiede: “Da dove vieni?”. Italia, rispondo io. Mi regala una pesca, morbida e succosa: complimenti, mi dice. Te?ekkür ederim, la ringrazio nella sua lingua.

Finalmente devio verso Sultanhamet, respiro, vedo la fine del viaggio. Ecco i minareti della Moschea Blu, ecco la maestosità di Aya Sofia, costruita nel 537 dai romani come chiesa, trasformata in moschea dagli ottomani e dal 1935, un museo nazionale grazie all’impronta laica di Mustafa Kemal. Da queste parti conosciuto come Ataturk, il padre dei turchi. Una sorta di Garibaldi, diciamo. Ho sognato tutto questo per un anno intero: i moli dai quali partono i traghetti per la parte asiatica della città, i gabbiani che svolazzano sul ponte di Galata, i pescatori che gettano le lenze nelle acque agitate e scure del Bosforo. Mi siedo, pesante, su una panchina: mi chiamano i miei genitori e scoppio a piangere. Lacrime di gioia, di fatica. Canta il muezzin, con la sua meravigliosa azan richiama i fedeli per il Maghrib, la preghiera del tramonto.

Ma subito subentra una grande tristezza: il viaggio è finito. Al nomadismo ci si adatta subito, alla vita sedentaria ci vogliono giorni. No, domani mi sveglierò e non dovrò preparare le sacche, non dovrò salire in sella e pedalare. Sono incredulo. In momenti come questi mi accorgo come il tempo, e non i soldi, siano la ricchezza più grande. Mi dispiace non continuare a pedalare, ma ho 19 anni, il mio compito è quello di finire l’università. Ci sarà spazio, in futuro, per viaggi più lunghi. Sempre in bicicletta, perché lei non guarda in faccia a nessuno: non le importa se sei ricco, povero, non le importa il colore della pelle, non le importa un fico secco se sei cristiano, musulmano, ebreo, se il tuo dio è Shiva o Visnù. Basta spingere sui pedali, un colpo di pedivella dopo l’altro. E siamo tutti uguali.

Per cena un piatto di pasta al pomodoro. Lentamente l’adrenalina scende, ma nonostante ciò faccio fatica a dormire. Il prossimo viaggio dove sarà? Il mio indice disegna sulla mappa una linea verticale, una bisettrice che taglia a metà l’Europa. Dall’Italia a Capo Nord. Parcheggio la bici per un po’. Mi ricordo che a casa ho una Vespa. Alla fine quello che conta è la lentezza, no?

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