Toro, lo studio della vetta

Toro, lo studio della vetta

Vej Turin / Il secondo posto nel campionato 1938-39

di Redazione Toro News

L’ultima stagione degli anni ’30 il Toro, batte ancora, nuovamente, un colpo. La serie A 1938-39 infatti vede i granata nuovamente al secondo posto, dopo qualche stagione d’appannamento, riconfermati come forza stabile del campionato. La prima creatura di Erbstein sa farsi valere su campi difficili e porta a casa risultati sensazionali: sia l’Ambrosiana (detentrice) che il Bologna (vincitore del torneo) subiranno la sconfitta tra le mura amiche perpetrata da un Torino arrembante e corsaro, un undici non più giovane e outsider ma solida realtà tra le squadre che contano in Serie A.

Dopo aver passato le prime tre giornate a far punti (tra cui una goleada al Filadelfia contro la Lucchese) il Toro va a Bologna e fa sfracelli. Davanti a diecimila spettatori un Torino solido e opportunista studia prima l’avversario – che si presenta in campo confuso e svagato – e colpisce facendo dei pistoni Bo e Ferrero due lame piantate nel fianco avversario. Dietro, ordinata da Olivieri (che con un paio di prodezze difende i suoi pali, inviolati fino alla fine) la difesa regge – e bene – all’onda d’urto petroniana. Al quarantesimo del primo tempo segna Petron, abile a sfruttare un errore dei terzini rossoblu, poi nella ripresa riparte arrembante il Bologna, ma niente. La difesa del Torino sa il fatto suo, resiste agli assalti e ridà palla in mezzo, a Vallone. Al ventiseiesimo Bo segna un gol straordinario: «sulla sinistra, a mezza dozzina di passi dal palo si trova Bo, giunto fin lì egli solo sa come. I due terzini ed il portiere possono bloccargli la strada con facilità. Nessuno si muove, ed allora il piccolo granata, senza muoversi neppure lui, sferra una puntata che, fra la sorpresa di tutti, manda la palla in rete a fil di palo». Il Bologna, a questo punto, si squaglia: il terzo gol, di Gaddoni, non è altro che un regalo, una mezza papera, del portiere Ceresoli. 0-3 per il Toro, che con quest’impresa lancia la sua candidatura al titolo.

Candidatura confermata poi a metà dicembre, quando all’undicesima giornata i granata ospitano al Filadelfia l’Ambrosiana. La squadra di Peppin Meazza – tricolore al petto – sfida il Toro circondata da quindicimila tifosi sugli spalti, incuranti del freddo terribile (cinque gradi sottozero) che stringe Torino in quei giorni. Il terreno di gioco è completamente ghiacciato e i primi minuti i calciatori, goffissimi, cercano soprattutto di trovare sicurezza e naturalezza nei movimenti su quella che pare una vera e propria pista di pattinaggio. Al nono minuto Bo riprende un cross di Ferrero spedendo palla bassa in area: lì, tra le gambe nerazzurre, un guizzo di Petron spedisce palla in rete. Apre le danze il Toro, ma l’Ambrosiana non sta a guardare e pareggia con Campatelli cinque minuti dopo. La partita, riequilibrata, diventa così una gara di forza e abilità, dove i padroni di casa sembrano prendere sempre maggiore confidenza con il terreno. Molte giocate, molte botte, il secondo tempo iniziava con il risultato immutato, ma con un Toro a passo di carica, determinato a portarsi a casa la partita. Scambi rapidi, duelli, il secondo tempo s’impoverì di manovre e s’arricchì di guizzi, come quello che permise a Gaddoni di segnare, ancora con un cross calciato da Ferrero. 2-1 per il Toro; Gaddoni segnò il gol risolutivo della partita e della classifica perché quella sera il Toro si vide capolista solitario con diciassette punti.

Come accade anche altre volte negli anni ’30, anche questa volta il primato granata ebbe breve durata. A capodanno, a Genova, contro il Liguria, il Toro cade, a tutto vantaggio degli stessi liguri che balzano in cima alla classifica. Squadra dalla breve e quasi mai felice vita, il Liguria visse quelle giornate come una favola, guidato dalla panchina dall’eterna leggenda granata Adolfo Baloncieri. Fu proprio lui a sostituirsi ai granata sul gradino più alto della classifica. Anche il Genova approfittò di un Toro rintronato, la domenica successiva, mentre la ripresa dei granata si segnalò solo nel derby d’andata, quando la Juventus venne battuta per 3-2.

Ancora una volta, come in tutti gli ultimi anni ’30, il Toro non riuscì mai a riprendersi, compiendo un girone di ritorno onorevole ma senza la brillantezza necessaria per correre verso il titolo. Tuttavia non scivolò in classifica, come capitato spesso negli anni precedenti, ma rimase lì, tra le prime del gruppo, a sgomitare in un tentativo disperato di rimonta. Chiuse l’anno a quattro punti dal Bologna campione, conquistando un secondo posto che molto fece sperare in città. Rispetto alle stagioni di alta classifica vissute nella seconda metà degli anni ’30, quell’anno il Toro dimostrò una grande tenuta di gioco e, soprattutto, di risultati. Molti i punti anche in trasferta: questo il dato di maturità, in controtendenza con molte stagioni precedenti, dove invece i granata pur godendo del proprio fortino tra le mura del Fila, non erano riusciti in serie positive importanti fuori casa.

Il Toro, da ripensare, se non da rifondare nei primi anni ’30, era orami tornato stabilmente al centro del panorama calcistico nazionale, così come era stato fino a tutti gli anni ’20. Qualcosa stava cambiando nella mentalità dei ragazzi che domenicalmente vestivano il granata così come cambiava, soprattutto, negli uffici di Via Alfieri, dove nuovi assetti societari avrebbero dato al Toro la forza necessaria per imporsi e diventare leggenda.

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